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Questo titolo, “disinistra”, indica un’appartenenza di chi scrive e delle idee che vuole esprimere e su cui vuole riflettere, alla sinistra italiana, europea, del mondo. Del mondo, si; perché la sinistra, dalla fine del Settecento – quando nacque questa identificazione “geografica”, ma già da prima che si autodefinisse “sinistra”-  incarnava un’idea del mondo, un universalismo umanistico, capace del conflitto storicamente necessario per rimuovere le ingiustizie. Un’idea del mondo, però, che è tale se nasce dal mondo; non una sovrapposizione intellettualistica e velleitaria, non – per citare Gramsci – un “mettere le brache al mondo”. La sinistra – pur nelle sue contraddizioni, pur nelle sue infinite e sempre più insopportabili divisioni –  è stata e dovrebbe essere, prima di tutto, questo: saper riconoscere il cambiamento che cova nel mondo, dare forma alla critica, al conflitto e, soprattutto, ai soggetti sociali che possano incarnare, in ogni epoca, questa spinta verso libertà, giustizia, dignità.

“…Il mondo ha, da lungo tempo, il sogno di una cosa”; questa epigrafe (che ho inserito nella prima pagina) è una citazione di Marx, che nel suo tempo ha pensato e lavorato, tra l’altro, per rinnovare la sinistra che aveva trovato, per darle strumenti di comprensione e di trasformazione del mondo, che nascessero, appunto, dal mondo. Ma è anche, ovviamente non a caso, il titolo di un romanzo di Pasolini, che comincia con le lotte dei contadini friulani contro i residui feudali, negli anni cinquanta del novecento; perché “il sogno di una cosa” è lì che nasce, ogni volta in ogni epoca, nel lavoro. E se non affonda le sue radici nei lavori della contemporaneità, la sinistra può solo essere la parodia di se stessa.

“Disinistra” è anche un auspicio: che la sinistra italiana rialzi la testa; una sinistra nuova, aperta al mondo contemporaneo ed alle sue contraddizioni, capace di governarle; non ripiegata sulle proprie divisioni o sul culto della propria identità perduta; ma capace di una identità nuova, autonoma ed egemone, di attrarre ma anche formare; cambiare la società, le persone, le relazioni umane e sociali. Una sinistra che non perda se stessa per paura di perdere.

Credo che occorra pensare e lavorare perché tra le forze della sinistra che vivono un travaglio implosivo, si crei un’area aperta e plurale, che incida, condizioni culturalmente; affinché, tra l’altro, i congressi di SEL e PD non siano momenti chiusi, dominati dal problema dei leader, da logiche di autoconservazione, mentre migliaia di militanti ed elettori rischiano di andarsene, più o meno silenziosamente, a casa; perché in questa grigia stagione si sta determinando il futuro della sinistra e del Paese, e il Paese non può permettersi né una sinistra subalterna e omologata alle logiche del mercato e di una politica di basso cabotaggio; né una sinistra che sia compiaciuta di essere residuale e ininfluente.

Un’ultima cosa. Questo blog non è scritto da un “nativo digitale”, né da uno con un rapporto ossessivo con le tecnologie; non amo i social network e penso che occorra pensare alle cose che si scrivono ed articolarle; occorre tenere viva quella che Hegel chiamava “la fatica del concetto”; nello scrivere e nel leggere. Francesco Guccini ha scritto: “…è che il pubblico vuole si parli più semplicemente; così chiari, precisi e banali da non dire niente”. Ecco quello che vorrei evitare: fretta, banalizzazione, semplicismo; perché sono già una sconfitta della cultura e della sinistra. Per questo scriverò quando avrò voglia e tempo per pensare alle cose che dico; risponderò, quando avrò tempo, alle cose che ritengo interessanti, senza preoccuparmi della lunghezza. Grazie a chi vorrà discutere seriamente con me.

 

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