La storia

“Cosa significa essere di sinistra? Coltivare un’inquietudine interiore, una febbre di ricerca, un pessimismo attivo alla maniera gramsciana. Non credo nell’ottimismo della volontà; si, invece, al pessimismo della ragione, che serve a cercare i pochi punti di contatto che ci legano all’umanità nel suo complesso. Essere di sinistra, più che un ideale politico è un ideale umano.” Luca Canali

 

“Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici, di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà incasellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno…La cultura è una cosa ben diversa. E’ organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.” Antonio Gramsci

 

“Ma voglio di più di quello che vedi. Voglio di più di questi anni amari” Pino Daniele

 

“Andatelo a dire/ai morti di ieri/che il loro morire/fu come le nevi…” Gianni D’Elia

 

“Verranno pomidori che avranno solo il sapore dell’acqua, e nasconderanno tutti i miracoli. Solo nascondendo tutti i miracoli potranno prolungare l’oppressione in eterno…” Luigi Di Ruscio, “Palmiro”

 

 

“…Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila/ sarà il carisma di Mastro Lindo a organizzare la fila/ E non dovremo vedere niente che non abbiamo veduto già/ qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque” Francesco De Gregori

 

“Non c’è niente di più labile del periodo della giovinezza…Questa vulnerabilità di livelli si rifrange negli individui, facendone dei casi sempre un po’ impalpabili, sfuggenti, difficilmente definibili. D’altra parte, ciò non li preserva dallo “standard”, dal conformismo, che uguaglia e…livella. Infatti la convenzionalità, il conformismo, la standardizzazione si superano soltanto con la coscienza critica, con un alto, sviluppato, adulto senso civile.” P.P.Pasolini, Le belle bandiere

 

“Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora, ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi.” Enrico Berlinguer

 

 

“Ed era quel potere d’intuizione a dirgli che il partito in cui aveva militato fin da giovanissimo, in cui aveva creduto ciecamente, nel quale aveva riposto non solo generiche speranze di rinnovamento, ma il compito speciale di dare un senso alto alla sua esistenza terrena, ebbene, quel partito potente e nazionale rispettato e granitico, non ce la faceva più, era sfinito, aveva detto tutto quel che poteva dire e adesso stava lì, ad aspettare la morte.” Biagio Goldstein Bolocan

“La percezione montante che il comunismo, quell’assurdo e insostenibile complimento all’umanità, fosse per l’appunto un onere che non poteva essere caricato sulle spallucce sghembe del genere umano.” Biagio Goldstein Bolocan

 

 

“Io penso che la storia ti piacerà, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa.” A. Gramsci, Lettere dal carcere

 

“Ho sperimentato le enormi energie che si scatenano quando si osa superare la
paura, l’istinto di sopravvivenza, per una meta che trascende l’individuo. Ho
pianto molto, ma ho anche riso molto. Ho conosciuto la gioia di abbandonare l’io
e abbracciare il noi. In tempi come questi in cui è così facile cadere nel
cinismo, non credere a niente, rifiutare i sogni prima che abbiano la
possibilità di mettere ali, scrivo queste memorie in difesa di quella felicità
per la quale vale la pena vivere e persino morire.” Gioconda Belli, Il Paese sotto la pelle

 

“Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere la realtà…” A. Gramsci, Quaderni

 

Ti lascio …..

(Testamento)

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.

Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.

Le stelle brilleranno uguali ed uguali ti indurranno

le notti a dolce sonno.

Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio

il mio sorriso amareggiato: fanne scialo

ma non tradirmi. Il mondo è povero

oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo

ed è rimasto povero. Diventa ricco

tu guadagnando l’amore del mondo.

Ti lascio la mia lotta incompiuta

e l’arma con la canna arroventata.

Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.

Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena

vinta nelle battaglie del tempo.

E ricorda. Quest’ordine ti lascio.

Ricordare vuol dire non morire.

Non dire mai che sono stato indegno, che

disperazione mi ha portato avanti e son rimasto

indietro, al di qua della trincea.

Ho gridato, gridato mille e mille volte no,

ma soffiava un gran vento e piogge e grandine

hanno sepolto la mia voce. Ti lascio

la mia storia vergata con la mano

d’una qualche speranza. A te finirla.

Ti lascio i simulacri degli eroi

con le mani mozzate,

ragazzi che non fecero a tempo

ad assumere austere forme d’uomo,

madri vestite di bruno, fanciulle violentate.

Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz.

Fa presto a farti grande. Nutri bene

il tuo gracile cuore con la carne

della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.

Impara che milioni di fratelli innocenti

svanirono d’un tratto nelle nevi gelate

in una tomba comune e spregiata.

Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.

Ti lascio l’indirizzo della tomba

perché tu vada a leggere l’epigrafe.

Ti lascio accampamenti

d’una città con tanti prigionieri,

dicono sempre si, ma dentro loro mugghia

l’imprigionato no dell’uomo libero.

Anch’io sono di quelli che dicono di fuori

Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.

Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio

dolce al nostro crepuscolo amaro,

il pane è fatto di pietra, l’acqua di fango,

la verità un uccello che non canta.

E’ questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio

d’essere fiero. Sforzati di vivere.

Salta il fosso da solo e fatti libero.

Attendo nuove. E’ questo che ti lascio.

Kriton Athanasulis

“C’è pure chi educa, senza nascondere

l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

sviluppo ma cercando

d’essere franco all’altro come a sé,

sognando gli altri come ora non sono:

ciascuno cresce solo se sognato.” Danilo Dolci

 

 

 

 

 

Un arrivederci, non un addio.

Quella che pubblico di seguito è la lettera aperta che ho inviato al PD fermano dopo la mia uscita dal Partito, a seguito della formazione del Governo PD-PdL; per essere precisi, è la risposta che segue ad un’altra in cui mi si chiedeva – per la verità, rispettosamente – di “ripensarci”. Si, ho pensato e ripensato, ma ho deciso che non aveva più senso camminare verso sinistra su una nave che compie continui strappi “a destra”. Una scelta contro ambiguità che, purtroppo, vengono da lontano e, dunque, per me fin troppo tardiva. Spero, comunque, che il PD trovi un’identità ed un profilo a sinistra e diverso dal balbettio di questi anni di gestazione senza nascita. Ma, perché avvenga, serve – anche fuori da quel partito – che ci sia una sinistra capace di condizionarlo, dunque forte e non minoritaria. A ciò, con fiducia, ma senza facili illusioni, sono dedicati i miei modesti sforzi. Dedico questo testo alle compagne, ai compagni che stanno ancora nel PD e che pensano ancora ad un mondo diverso.

“Vi ringrazio, innanzitutto, per la lettera bella e per la richiesta sentita che avete voluto rivolgermi; così come per l’applauso sincero che ha accolto, venerdì sera, la conclusione dell’ intervento – per me difficile e doloroso – in cui vi ho annunciato la mia decisione di uscire dal PD. Sono il segno di un’attenzione e di un rispetto, di cui non ho mai dubitato e che ricambio pienamente, rivolgendoli anche al travaglio ed al dibattito che attraversa dirigenti e militanti del PD, a Fermo come in Italia.

E’ per lo stesso rispetto, però, che debbo dirvi, con chiarezza, che se sono giunto ad un passo di questo genere, è per una convinzione profonda e, seppure in poche settimane, meditata. Ed è, dunque, una decisione dalla quale non intendo tornare indietro.

So bene che molti di voi condividono la sostanza delle cose che ho detto e scritto, anche se giungono a conclusioni diverse, continuando a coltivare la convinzione di poter costruire, dall’interno del PD, una sinistra di governo, egemone culturalmente, capace di invertire la deriva della società italiana. E’ questa convinzione, o speranza, che io non condivido più, dopo la gestione della vicenda della Presidenza della Repubblica e la nascita di questo governo. E, in coscienza, ne ho tratto le conclusioni.

Non credo, fortemente non credo, che sia possibile lavorare per quella sinistra necessaria all’Italia, appoggiando e guidando un governo con la peggiore destra europea, la principale responsabile del peggiore sfascio sociale, istituzionale e morale nella storia dell’Italia repubblicana. Sarebbe troppo facile, poco corretto e inutile, da parte mia, fare, in questa sede, esempi che già, in pochi giorni, irrompono nella cronaca quotidiana, a cominciare da Brescia. Voglio solo dire che non credo che questo governo, così pesantemente condizionato da questa destra, possa essere utile al Paese. Non credo – e so che molti di voi sono d’accordo con me – che non si potesse, dopo il voto per i Presidenti delle Camere, seguire con determinazione altre strade. Soprattutto, non credo che il Congresso, che il PD si accinge ad avviare, possa essere altra cosa da questa realtà pesante e regressiva; come se fossero dimensioni parallele, come se questo governo fosse una parentesi che si possa aprire e chiudere, senza lasciare traccia sull’identità futura del PD.

Vengono al pettine, tardi e male, tutti i nodi della ambiguità che ci attraversa dalla nascita del PDS ad oggi e, per il mondo cattolico, dallo scioglimento della DC, passando per l’Ulivo. Per qualcuno, il tentativo di costruire una sinistra plurale e moderna, ma con profonde radici sociali e volta al cambiamento del Paese e del mondo. Per altri – trasversalmente, rispetto ai rispettivi partiti di provenienza – uno sdoganamento nei centri del potere politico e finanziario; un “rompete le righe” rispetto alla stessa ragion d’essere della sinistra; un sostanziale adeguamento subalterno al mondo, un “nuotare con la corrente” .

Le cose che Niki Vendola ha detto sabato, a Roma, parlano di un’altra strada – difficile ma, credo, a questo punto necessaria e per me più convincente –  l’apertura di un percorso di riaggregazione di molte esperienze, individuali e collettive della sinistra italiana; per tenere viva e rafforzare quella prospettiva di un governo di cambiamento e dell’ “Italia bene comune”, per provare a tirarla fuori da quella palude distruttiva in cui le scelte e le non scelte di questi mesi l’hanno trascinata; per tentare, soprattutto di contrastare quello che io considero uno dei pericoli maggiori di questo governo: quello di condannare ad un riflusso rassegnato o rancoroso tanti militanti ed elettori del centro sinistra.

Confermo che rimetto il mio incarico di Assessore provinciale nelle mani del Presidente della Provincia e del PD provinciale. Il Presidente Cesetti mi ha rivolto, sulla stampa, parole delle quali lo ringrazio sinceramente; credo, però, che questo aspetto debba essere deciso liberamente e serenamente da voi in accordo con lui e che – contrariamente a quanto ha scritto qualche giornale – nulla abbia a che fare questa mia scelta con il rapporto tra SEL e la maggioranza in Provincia.

A questo proposito, anche se probabilmente non è necessario, voglio comunque precisare che questa mia decisione non ha nulla a che fare con questioni locali; confermo, anzi, tutto il mio affetto e la mia stima verso i compagni e gli amici del PD fermano. Quelli che hanno la mia formazione e la mia concezione della politica non escono da un Partito per problemi locali; e nemmeno per, pur gravi, dissensi “tattici”. Lo si fa quando non si condivide più, per motivi seri, la linea politica, la strategia, le modalità di decisione ed i comportamenti su questioni rilevanti di carattere nazionale; si dissente, cioè, sull’identità che esso assume e che trasmette al Paese. Senza alcun calcolo, come sempre; con coerenza e serenità, anche se col dolore di una sconfitta; altri hanno compiuto uno strappo di troppo; io sento di ricongiungermi con una storia che ha sempre parlato di futuro.

Ecco perché non è un addio ai compagni ed agli amici che restano nel PD, ma un arrivederci; perché è un Partito pieno di persone serie che credono nei valori della sinistra e sono sicuro che, molto presto, ci ritroveremo in una spinta finalmente decisa a cambiare davvero l’Italia.”

Peppino Buondonno

 

L’intervista. Peppino Buondonno, l’ultimo compagno, tra sinistra, Renzi, Sel e Fermo

E sul ‘suo’ presidente Fabrizio Cesetti: “Ha le capacità per fare qualunque altra cosa. Non mi pare sia in età da pensione…”.

di Raffaele Vitali

FERMO – E’ “l’ultimo compagno”, quello che ancora crede che la parola “sinistra” abbia un contenuto: è un ex Pd, anzi l’ex segretario del capoluogo, è l’assessore provinciale alla Cultura della smantellata Provincia di Fermo.

Peppino Buondonno, politicamente dove la collochiamo?

“A sinistra, come sempre; c’è una bella canzone di De Gregori che dice: “sempre e per sempre, dalla stessa parte, mi troverai…”. Ecco, valori e identità non si cambiano come una camicia. Ho già detto più di una volta che, se ci fossero le elezioni, voterei SEL, alle Europee ho votato Tsipras. In tanti davano per spacciato qualunque raggruppamento alla sinistra del PD, davano per scontato che non si sarebbe raggiunto il quorum; così non è stato in Italia, mentre in molti Paesi europei i risultati sono stati ancora migliori. Ma non è solo questo, non bisogna pensare solo alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni. Occorre una battaglia culturale e politica di lungo periodo, per contrastare il pensiero unico del liberismo, l’idea di una politica sostanzialmente piegata agli interessi del grande capitale finanziario, lo stesso che ha fatto esplodere una crisi devastante. La crisi dei vecchi modelli deve spingerci a cercare modelli di sviluppo più giusti, più umani e razionali; è il contrario della conservazione o della nostalgia del passato, è l’occasione per ripensare una democrazia partecipata, decidente, forte perché capace di rappresentare gli interessi del mondo, non quelli di pochi”.

Chi è in grado di interpretare questo ‘ripensare’?

“Sono convinto che lo pensano in molti anche nel PD. Ecco perché mi sembra interessante il dialogo aperto, a Livorno, tra Vendola e Civati. Credo si debbano unire le forze, attraverso battaglie concrete, comprensibili alla gente, sul lavoro, sulla scuola, sui diritti sociali; battaglie politiche insieme, non nuovi partitini che durano una stagione. Non è scritto da nessuna parte che il renzismo sia il destino dello stesso PD; sia perché non mi pare che questo governo con Alfano stia producendo, al di là della pioggia di annunci, grandi risultati per il Paese; sia perché, dal punto di vista della cultura politica, dell’idea di società, questo PD è un sacco vuoto e, come si dice a Napoli: “nu sacco vaco nun se regge all’erta” (un sacco vuoto non sta in piedi). Ma la sinistra non deve stare ad aspettare, quasi a guardare dal buco della serratura, deve costruire il suo campo, forte, aperto, ampio”.

Esiste ancora la sinistra?

“Ha subito sconfitte, mutamenti e diaspore, ha commesso errori ed omissioni. Ma esiste. Ne va ridefinita una prospettiva per il XXI secolo e va riaggregata politicamente, ma esiste e deve ricostruire una egemonia culturale e politica nelle società avanzate, che attraversano una crisi economica, di valori, di relazioni umane e sociali. L’altra sera ero ad una bella mostra fotografica, ad Altidona, sui tanti sud del mondo; immagini dell’oggi e, temo, di domani. Finché il mondo sarà questo ci sarà una sinistra a battersi per cambiarlo”.

Il Pd e Renzi, il Pdl e Berlusconi, la Lega e Salvini: l’uomo forte è fondamentale?

“L’uomo telegenico, vorrai dire. Hai lasciato Grillo e poi il teatrino è completo. Forte non è chi insegue la pancia di un Paese; forte è chi prova a cambiare la coscienza di una società e i suoi rapporti. Questa personalizzazione è un segno della debolezza della democrazia che, come ha detto Susanna Camusso, è sempre più rappresentazione e sempre meno rappresentanza dei bisogni dei cittadini che, infatti, votano sempre meno. La partecipazione dei lavoratori ha fatto crescere la democrazia, questo teatrino la sta uccidendo. Le leadership sono forti quando sono autonome e hanno radici profonde”.

Dove la vedremo in vista delle regionali?

“Voterò a sinistra. Mi pare ovvio. Sel o la formazione unitaria che, eventualmente dovesse nascere con Sel”.

Fermo senza Provincia è più povera?

“Si. Stanno smontando i territori, secondo una logica centralista e senza risparmiare dove gli sprechi sono reali. E’, appunto, la politica dell’annuncio, senza un disegno serio, senza preoccuparsi delle conseguenze, senza nemmeno pensare a gestire seriamente le fasi di passaggio. Il territorio dovrà saper restare unito e farsi valere di più”.

Esiste una alternativa a Cesetti ancora Presidente?

“Perché? Cesetti ha fatto molto bene il Presidente e se i Sindaci lo indicheranno, sarà un bene per il territorio. Conosce i problemi e quando non li conosce li studia; ha senso della realtà e, insieme, senso delle istituzioni. Poi, certo, ha le capacità per fare qualunque altra cosa. Non mi pare sia in età da pensione…”.

Buondonno esce dal Pd e Cesetti ci entra, come mai?

“Beh, con la dovuta ironia: si vede che il PD si è spostato troppo a destra perché io potessi rimanerci e abbastanza a destra perché lui potesse entrarci; così si è ristabilito l’ordine naturale delle cose. E’ una battuta che ho fatto a lui, quindi posso farla anche a te”.

La cultura a Fermo sotto di lei è cresciuta, quali le soddisfazioni principali?

“Ti ringrazio per l’apprezzamento. Ma i risultati sono il frutto di un lavoro collettivo: della Giunta e del Consiglio, delle altre Istituzioni, di uno straordinario gruppo di persone dell’Ufficio Cultura della Provincia. Io, certo, ho fatto la mia parte. La soddisfazione maggiore sono le strutture che lasciamo al territorio e che, spero, non verranno abbandonate. Abbiamo costruito cose importanti mentre i governi nazionali – tutti i governi nazionali – ci tagliavano milioni di euro all’anno e delegittimavano, giorno dopo giorno un’Istituzione eletta dai cittadini”.

Ultima domanda. Fermo, Nella Brambatti, un progetto quasi fallito o la città non lo capisce?

“Da  due anni (cioè, da quando mi sono dimesso da Segretario del PD), fatta eccezione per i doveri di ufficio, non mi occupo di quello che accade politicamente a Fermo e, per il breve periodo in cui sarò ancora assessore provinciale, intendo non venire meno a questa elementare regola di correttezza istituzionale”.

twitter@raffaelevitali

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