Il costo della vita

costovitaE’ il titolo dell’ultimo lavoro di Angelo Ferracuti, pubblicato da Einaudi. Un libro bello, intenso, coraggioso, che ho avuto il privilegio di poter presentare alla CGIL di Fermo (città dove Angelo vive e lavora); così come ho il privilegio di una amicizia e di una collaborazione con l’autore, in diverse iniziative.

Ravenna, marzo 1987; cantiere della Mecnavi, ventre della “Elisabetta Montanari”: 13 operai morti; caporalato nella Romagna rossa; arroganza padronale, atteggiamenti antisindacali, paura silenzi e complicità. Non un “incidente”, ma una strage maturata in un contesto, fatto di sfruttamento, di precarietà, di ricerca del massimo profitto, senza investimenti in sicurezza e formazione. Una storia nata dentro la grande gelata degli anni 80, nel pieno dell’egemonia liberista,  nel mondo come in Italia ; all’inizio del  cedimento culturale della sinistra, nel mondo come in Italia. Una storia che racconta il passato prossimo, descrivendo molti aspetti del presente e, purtroppo, del futuro. Si, perché nonostante rilevanti progressi legislativi, proprio sul piano della sicurezza (alcuni dei quali ascrivibili proprio a quella “tragedia operaia”; come certe leggi antimafia che arrivarono dopo, solo dopo, la stagione delle stragi), la precarizzazione del lavoro è diventata ideologia dominante – e legge, a sua volta – nel nome della produzione. Il PIL non calcola “il costo della vita”; e la crisi, il bisogno disperato di lavoro, oggi come ieri, rischia di giustificare ogni condizione di lavoro, ogni silenzio, ogni ricatto. Angelo trasforma un “fatto” in analisi storica e politica delle relazioni sociali che esso sottende.

Quello di Ferracuti è un grande reportage, arricchito dalle fotografie vive ed essenziali di Mario Dondero. Ma, in realtà, prende corpo nelle sue pagine la grande narrazione realista: il “tipo” storico dell’ex operaio senza alcuna coscienza di classe, che, diventato padrone, incarna il peggio del cinismo irresponsabile e del culto di sé; l’ambiente sociale che vede tramontare o sfumare malinconicamente una tradizione di lotte e civiltà democratica, ed assiste distratto alla penetrazione di relazioni sociali e di lavoro che, oggi, fanno sì che quasi nessuno possa stupirsi di sentire cronache di mafia e ‘ndrangheta nella terra del socialismo italiano. E la ricostruzione, rispettosa e amorevole – ma sempre sobria, lucida – della vita degli operai, prima, e delle loro famiglie,dopo. Storie che, purtroppo, conosciamo; storie di tanta provincia italiana; quell’Italia che Adelante, una vecchia canzone di Francesco De Gregori, ha preconizzato molti anni fa.

In realtà, come per il suo primo reportage, Le risorse umane (Feltrinelli), Angelo Ferracuti dimostra di rappresentare, con la sua scrittura, un crocevia intenso e profondo tra letteratura, politica e umanità. La sua umanità militante, come mi sono permesso di definirla.

Alla fine della lettura ho pensato a lui con gratitudine; anche per il momento in cui il testo è uscito. Anche per avermi aiutato a dare forma più chiara ad una mia dolorosa scelta politica di questi mesi. Ho pensato, ancor più chiaramente, che non ci può essere democrazia, non ci può essere diritto e dignità, non ci può essere sinistra, senza una chiara coscienza del conflitto sociale. E che il solo vero “interesse nazionale” a cui una forza della sinistra deve saper rispondere, è saper dare forma, nelle nuove condizioni date, alla democrazia come rappresentanza dei più deboli.

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