Il terremoto e gli equilibristi del nulla

Torniamo a parlare di terremoto, non solo per ragioni cronologiche, ma perché sempre più spesso si varca la soglia della decenza. Dietro le parole (colpevolmente) vacue del Ministro Del Rio, ci sono i fatti (purtroppo) assai più concreti: le dimissioni di Errani, al di là delle motivazioni formali, pongono il sigillo evidente al fallimento della gestione del dramma da parte dei governi Renzi e Gentiloni e – quale più, quale meno – dei governi regionali coinvolti; nelle regioni colpite dal sisma (un anno e poi dieci mesi fa, non uno, due, tre mesi!), ci sono ancora tonnellate e tonnellate di macerie; nelle Marche, ad esempio, rispetto ad alcune migliaia (circa quattro mila, se non vado errato) di casette necessarie, ne sono state consegnate poco più di quaranta (ripeto, 40); aziende ed attività economiche sono ferme o in estrema difficoltà, in zone già estremamente critiche, a causa di un modello di sviluppo che le aveva spopolate ampiamente, scaricando il mitico “sviluppo” sulla costa o a fondo valle; decine di migliaia di persone sono sfollate; non esiste uno straccio di strategia o di disegno per la ricostruzione. Praticamente è al collasso un’area enorme dell’Appennino centrale, città con una storia, un patrimonio artistico e civile, con un potenziale turistico molto grandi.

Mentre il suo partito, nelle città e nelle Regioni in cui governa, continua a sfornare varianti urbanistiche, piani casa e leggi urbanistiche espansive e speculative, Del Rio ha avuto la faccia tosta di dichiarare che: “ si è costruito troppo”. Ecco, “troppo” è l’unico avverbio che condivido: è davvero troppo; troppa incapacità, troppa ipocrisia, troppo affarismo, troppa distanza dalle comunità e dai loro problemi reali.

Nel programma di governo della forza che (spero) scaturirà dall’assemblea di giugno al Brancaccio, vorrei che un punto si intitolasse “Appennino”; la più grande opera pubblica necessaria per questo Paese (di cui l’Appennino, appunto, è la colonna vertebrale storica e geologica); un programma fatto di progetti di ripopolamento delle aree interne (senza impatto ambientale, né consumo di suolo, anzi, con piani di recupero dei centri storici), di messa in sicurezza delle strutture e piani di comunità per la cura dei fiumi, dei bacini idrici, del paesaggio, dei parchi. Anche a questo, tra l’altro, dovrebbero servire le istituzioni europee, non solo ad imporre politiche di austerità che strozzano i Comuni e li costringono a privatizzare beni pubblici ed aggravare i loro problemi.

E vorrei una sinistra che, dalle Alpi alla Sicilia (tanto per essere chiari) non avesse niente a che fare con questi pericolosi equilibristi del nulla; non solo nei documenti, ma nei fatti e, ancor più, nella coscienza della gente.

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