Una buona rotta

La Direzione del PD dovrebbe aver tolto ogni dubbio anche ai più incalliti nostalgici del “centro-sinistra”, delle alleanze da Transatlantico e dei tatticismi. Se si volesse misurare fino a quanto la politica possa divenire autoreferenziale e separata dalla vita reale, quella discussione sarebbe un laboratorio privilegiato. Nessuna corrente democristiana, neanche nei periodi peggiori, si sarebbe sognata di considerare, così esplicitamente, le elezioni, persino un congresso, come oggetti disponibili per i propri posizionamenti.

Nei giorni (tanto per fare qualche esempio) in cui la CGIL lancia la campagna referendaria sui diritti del lavoro, in cui un giovane precario si toglie la vita, gli studenti bolognesi vengono presi a manganellate, la città di Genova reagisce alla presenza dei neofascisti europei e la Romania è in piazza senza sosta, quella Direzione ricorda le brioches di Maria Antonietta, più che i rottamatori. Spesso in questi anni, sentendo parlare Renzi (o qualche suo clone o persino qualche semi-oppositore interno) mi è tornato in mente un verso di Silvio Rodriguez: “un servidor de pasado in copa nueva”, ma qui non è nuova neanche la tazza. Tra l’altro, migliaia, forse decine di migliaia, di ostinati elettori di quel Partito esprimono un livello di dibattito e di consapevolezza dei problemi di gran lunga maggiore rispetto a quello che dovrebbe essere il loro “gruppo dirigente”. Anche quella scissione – che oggi sembra più vicina e che è figlia, soprattutto, del Referendum costituzionale – può avere un senso produttivo solo se i suoi protagonisti mostreranno (assai più di quanto hanno fatto in questi anni e i questi giorni) la consapevolezza delle ragioni di fondo di tale rottura, fuori dalla cronaca e dentro la storia; la coscienza autocritica di uno scivolamento a destra, di un mutamento genetico che comincia assai prima di Renzi.

Tornando dal Congresso di Podemos, Nicola Fratoianni (che deve aver provato una notevole vertigine, riaprendo le pagine italiane) ha scritto, tra l’altro, che dobbiamo “scacciare il politicismo”. Credo che abbia ragione da vendere, che abbia colto appieno la radicalità contemporanea dell’esperienza del movimento spagnolo e abbia indicato una rotta, non facile ma solida, per il percorso fondativo di Sinistra Italiana. Non tanto per quello che è stato in questi mesi – e che, in parte, sarà fino a domenica – inevitabilmente troppo condizionato da una discussione interna e di vertice, politicista appunto; ma per quello che dovrà compiere nei prossimi mesi, anni, per quello – insomma – che dovrà essere. Non c’è una sinistra da unire, c’è una sinistra da ricostruire, nel tessuto sociale e del lavoro, nella coscienza di milioni di cittadini e cittadine, soprattutto giovani, nell’egemonia della cultura europea; “le vie non sono mai tracciate, bisogna farle” scrive un bravo e giovane cantautore di Carrara e così è, perché inedita e profonda è la crisi delle democrazie, tanto quanto le forme del capitalismo contemporaneo. Affinché grandi masse di popolo tornino a considerare la politica attiva come il luogo della soluzione collettiva dei problemi, del superamento della solitudine, della formazione della propria coscienza, occorre che la cesura con ciò che ha perduto per strada (se proprio non vogliamo dire tradito) questi presupposti deve essere netta, percepibile e credibile; perché indipendentemente dalle forme della politica, nessun soggetto può nascere senza un suo popolo che torni ad avere quella considerazione della politica. Non è il tempo del moderatismo, di cui l’ossessione parlamentare delle alleanze si nutre; questo, non solo qualche furbizia miope, rende obsoleto e impossibile il “centro sinistra”, e rende necessaria una sinistra di popolo, che solo in ciò può essere “di governo”. Non si governa senza radici e senza egemonia culturale; e l’una e l’altra sono da ricostruire. Pure nelle biografie dei futuri gruppi dirigenti e di molti di noi, troppo occupate dalle riunioni e dagli accordi, e troppo poco dalle lotte e dalle battaglie concrete. Sinistra Italiana può divenire questo precipitato di aspettativa e partecipazione collettiva, può essere protagonista attiva di una sinistra europea antiliberista; ma può anche non diventarlo e ripiegare sull’ennesimo esercizio di sopravvivenza. Molto dipende dall’agenda delle lotte e delle battaglie con cui uscirà dal Congresso e a cui darà una mano nei prossimi mesi; questo, non altro, la renderà potenzialmente aggregante. Quello “scacciare il politicismo” non è tutto, ma mi sembra una buona rotta.

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