Le mucche a Capalbio

C’era un monologo in cui Giorgio Gaber immaginava – richiamando Buñuel – delle mucche che, volando sopra un campo da tennis, “bombardavano” con le loro deiezioni due borghesi e la loro ipocrisia. Non era una tirata contro il tennis, ovviamente, ma contro certi ambienti, circoli, modi di essere e (come avrebbe detto De Gregori, anni dopo) “uno stile di vita e un certo modo di non sembrare”. Ho ripensato a questo testo esilarante, quando ho letto le parole (quasi il volgare rumore corporale) di Chicco Testa (sì, quello che stava nella F.G.C.I., poi in Legambiente, passato dopo, armi e bagagli, in altri lidi), sui profughi che non devono “bighellonare” sulla spiaggia di Capalbio.

Non ho perso tempo a ragionare sul fatto che profughi e richiedenti asilo fuggono da tragedie certo non comparabili con la perdita di campo del cellulare e la fine della crema solare. Non ho sprecato energie a pensare alla psicologia dei “convertiti” (o, forse, di quelli che sono sempre stati così, ma in quell’altra epoca era trendy essere di sinistra); ho subito immaginato le mucche di Gaber che, volando surrealisticamente, sulla spiaggia di Capalbio, la “bombardano” (pacificamente e pedagogicamente) di cacca. Magari a chilometro zero (in omaggio alla vecchia militanza di Testa), prodotto della Maremma. Lo so, non è un’immagine politicamente corretta, non sarà educata; a qualcuno potrà persino apparire violenta. Ma – a parte che mi sembrano molto più volgari e violente le frasi di qualche “bighellone di regime” – i ricordi involontari vengono dall’inconscio; e quello, si sa, se ne impippa delle sovrastrutture. Lo so, certi istinti non vanno “agiti”, vanno repressi e ricondotti nell’alveo – spesso triste e meno immaginifico – della realtà. E lì le mucche, purtroppo, non volano.

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