Un passo avanti

L’ assemblea nazionale di Sinistra Italiana (comunque deciderà di chiamarsi al congresso fondativo) ha rappresentato un passo avanti – nonostante gli scetticismi non del tutto immotivati di questi mesi  – verso la costruzione di un soggetto politico, il più unitario, aperto e riconoscibile. Sono troppo ottimista? Può darsi, ma (lo dico onestamente) ne ho bisogno, e secondo me non sono il solo; perché quest’assenza  di forza sociale, culturale e politica è, di fatto, una “concausa” della degenerazione della società italiana.

Mi sembra siano emersi – in particolare nell’ottimo intervento di Fratoianni, ma anche nella relazione introduttiva – due elementi importanti di consapevolezza; condivisi forse non da tutti, ma, mi pare, dalla grande maggioranza.

Il primo ci dice che il soggetto di cui abbiamo bisogno non è, ancora, quello che abbiamo visto finora; che, cioè, il processo costituente deve conoscere non solo un’accelerazione (ovviamente necessaria), ma un salto di qualità da diversi punti di vista. Nella capacità di nutrirsi della vita reale e sociale del Paese, dei suoi territori e di movimenti e mondi associativi che esistono e resistono;  nello sforzo paziente di coinvolgere – di tornare a coinvolgere, nonostante le lacerazioni di questi mesi – tutto ciò che esiste a sinistra, senza però essere prigionieri  di feticismi di appartenenza; nella necessità di essere ed apparire eredi di una storia, declinandola nelle contraddizioni, nelle figure sociali e nei linguaggi della contemporaneità. Costruire una forza politica, insomma, non identificata col teatrino cui si è ridotta la politica italiana e non schiacciata, sul nascere, da posizionamenti personali o correntizi. Un’impresa titanica, certo, ma più passa il tempo, più diventa difficile; non ci saranno cataclismi futuri o palingenesi a renderla più agevole; in assenza di soggettività e forza politica della sinistra, tutti i cataclismi sono solo regressivi. No, non tutte queste necessità inderogabili sono risolvibili da qui all’autunno; non si possono ribaltare ritardi e derive pluridecennali, in pochi mesi. Ma mi è sembrato di avvertire la consapevolezza che, se non si parte col piede giusto, se non si allarga il processo costituente, si torna più indietro della casella di partenza.

Il secondo aspetto riguarda l’autonomia del disegno politico, di questa forza; senza giri di parole:  il PD e il defunto centro-sinistra. Questo chiarimento era quanto mai necessario; non per sospetti o equilibri interni che, a questo punto sarebbero quasi surreali, ma perché un soggetto politico non può nascere, né bene né male, sbagliando clamorosamente la lettura del quadro  politico. Non si tratta nemmeno di inseguire altri nel rifiuto preventivo di una strategia di alleanze. Ti allei (se serve) quando  hai un profilo e una strategia, una forza, un seguito, cioè quando esisti politicamente; altrimenti sei inglobato, non alleato. Ma in questo caso il problema non si pone, perché il PD ha decretato la morte del centro sinistra ben prima che arrivasse Renzi (il quale è, tra l’altro, anche una conseguenza di quelle scelte). Ma ancora più a monte – lo ha sintetizzato bene Fratoianni e lo ha spiegato Luciana Castellina su queste colonne – le politiche concrete di quel partito sono coerenti con le alleanze che persegue (da Alfano a Verdini, passando alla bisogna per Berlusconi); ne esprimono, cioè, l’approdo identitario che l’ “occupazione di una storia” non riesce più a nascondere. E, lo dico per inciso, non è solo una tendenza “nazionale”; il mutamento genetico riguarda (magari con leggere sfasature temporali o modalità espressive) anche l’insediamento territoriale, qualche volta persino in forme peggiori; non solo sul piano etico, ma nelle politiche urbanistiche, ambientali, sociali, nei processi di smantellamento privatistico di servizi e beni comuni. Qualunque cosa succederà nel PD o del PD (ammesso che succeda qualcosa), non può e non deve essere  il perno, ma neanche un capitolo (tutt’al più un’appendice) della costruzione di Sinistra Italiana (o come si chiamerà). Semmai il perno deve essere la formazione di un fronte ampio e radicato di lotta contro quelle politiche, che neoliberiste lo sono non per etichetta, ma per sostanza ed effetti sulla vita di chi dovremmo rappresentare, organizzare e rendere protagonista. Non dunque improbabili alleanze, ma la ricostruzione di un fronte sociale, di un orizzonte culturale e di una forza autonoma e radicata dentro i problemi e le figure sociali della modernità, questo vorrei avesse come centro il congresso fondativo; un congresso costruito con un’apertura reale al mondo che ancora si muove e che spesso è lontano persino dal voto. Vorrei poter leggere documenti, magari alternativi, ma veri e chiari, sui problemi della vita e del mondo; comprensibili anche dai miei studenti, perché se non si rivolgono anche a loro, non servono a molto.

Responsabilità, mi sembra una delle parole-chiave che dovrebbero guidarci. Il contrario, oggi, del moderatismo politicistico. Responsabilità verso i cittadini, verso la storia che rappresentiamo, verso la democrazia, in disfacimento tanto sul piano nazionale che planetario. Se penso a Nizza, a Monaco, al Medio Oriente – ma anche, in piccolo, a quanto accaduto nella mia città (Fermo) – percepisco che il disfacimento dei soggetti politici (quindi della gestione e della razionalizzazione collettiva del conflitto), rende liquida – atomizzata e globale – la rabbia, la frustrazione, e rende egemone persino la follia più o meno ideologizzata. E’ accaduto, può tornare ad accadere; per molti versi sta accadendo. Troppa responsabilità sulle spalle di un soggetto nascente? Senz’altro, ma questo dev’essere l’orizzonte e lo spessore: i caratteri del XXI secolo; altrimenti nascerà un altro partitino utile solo a qualche “giro di giostra” in istituzioni che contano sempre meno. Questo strabismo tra l’immediatezza e il lungo periodo è, oggi più che mai, necessario; ma serve anche non dividersi tra esigenza del partito politico e ricostruzione di movimento, prassi concrete e locali, pazienza e urgenza. Servono entrambi i livelli ed un rapporto solidale tra loro, che è come dire “una cura da cavallo” per i mali endemici che ci portiamo dietro. Un piccolo passo avanti è stato fatto; la responsabilità è sapere che non basta e, al contempo, che non va vanificato.

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