Forza e democrazia

L’articolo di Giuliana Sgrena, pubblicato oggi su Il manifesto, sgombra magistralmente il campo da alcuni equivoci legati alla lotta contro il terrorismo: dall’ambiguo e strumentale accostamento terroristi-profughi, al rapporto scandaloso dei Paesi europei con Erdogan e al cinismo con cui essi hanno comprato la deportazione, proprio in Turchia, di migliaia di essi.

Ma gli aspetti, a mio avviso, più importanti che Sgrena affronta, sono altri due. Il primo riguarda il fatto che la lamentela sull’inefficienza dei servizi – quasi fosse un dato puramente logistico, di efficienza tecnica (che pure c’è) – non fa i conti col vero problema politico che riguarda questa Unione Europea; il fatto, cioè, che essa non ha mai espresso una strategia politica comunitaria, capace di porre in secondo piano le furbizie e gli interessi economico-strategici dei singoli Paesi (e dei capitalismi di riferimento). Così, furbizie, omissioni, reticenze dei servizi segreti di ciascuna nazione, sono l’espressione di un vuoto politico, che espone i cittadini europei, anziché garantirli; e che si tenta di nascondere con spinte belliciste che – oltre alla loro inumana ferocia – tale insicurezza moltiplicano. E’, dunque, l’inesistenza politica dell’Europa, l’assenza di un progetto condiviso di democrazia planetaria e di visione del presente, a rendere impotenti le sfibrate democrazie europee; ciò di fronte all’attacco di un nemico, la cui determinazione fanatica qualcuno pensa – ripercorrendo vecchissimi schemi da realpolitik – di utilizzare per ristrutturare in chiave autoritaria gli equilibri del continente.

La seconda questione (la più spinosa, anche per la sinistra), riguarda l’uso della forza nella lotta al terrorismo. Perché il richiamo che Sgrena fa ad un utilizzo serio e coordinato delle competenze che parte dei servizi posseggono, chiarisce ciò che non sarebbe necessario chiarire, ma su cui l’ideologia dei guerrafondai e dei razzisti mesta nel torbido. Nessuna persona di buon senso, infatti, pensa che si possa combattere questo coacervo di modernità e medioevo, solo con una battaglia culturale, senza l’utilizzo di strumenti di intelligence e di polizia. Ma tali strumenti, innanzitutto, debbono escludere radicalmente nuove avventure militari: perché sono esattamente il terreno che il fondamentalismo cerca, perché sono palesemente inefficaci (com’è chiaro dall’Afghanistan in poi), perché sono funzionali solo ai riposizionamenti strategici dei nuovi colonialismi, e, ovviamente, perché producono solo la stessa morte e la stessa distruzione che si dice di voler combattere. In secondo luogo, l’attività dei servizi di intelligence serve non solo in funzione repressiva, ma soprattutto ad impostare una politica, una strategia costruita non su teoremi ideologici e strumentali, ma su una conoscenza reale dei territori, dei movimenti, delle culture; senza la quale l’elefante nella cristalleria (si chiami Bush o Hollande) provoca solo ulteriori disastri e indebolisce proprio quelle voci che, nello stesso mondo islamico, possono costruire nuovi equilibri. La democrazia deve difendersi, d’accordo. Ma deve difendere un’idea condivisa ed universale di democrazia; e la prima cosa da cui va difesa è il suo stravolgimento autoritario e bellicista, funzionale alla sicurezza di profitti e privilegi di pochi, non alla sicurezza ed alla pace di tutti. La democrazia è forte quando non tradisce se stessa, quando esprime un progetto comune della sicurezza e dei diritti universali, quando spinge i popoli ad avanzare nella coscienza del mondo; non quando usa la paura per farli regredire.

Non è dunque il volto della forza, ma la maschera miope della debolezza (la stessa, da Idomeni ai progetti di guerra in Libia), quella che i governi europei stanno mostrando. L’Europa non ha una strategia seria dei propri “servizi” di sicurezza, perché non ha un’idea della democrazia che dice di voler difendere o, addirittura, esportare. Isis, purtroppo, lo sa. E ce lo dimostra.

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