Monthly Archive, marzo 2018

Cronaca e Storia

Non credo si debba scomodare l’aggettivo storico per definire il risultato del 4 marzo; anche perché – è la mia impressione – più si nomina la storia e più si fa fatica ad alzare la testa dalla cronaca. In realtà, queste elezioni (viste tanto da sinistra, quanto dallo sguardo poliedrico del Paese) stanno dentro un ciclo assai più lungo, esso sì storico. Quello che dal reaganismo, dalla ristrutturazione del capitalismo mondiale, ha fatto esplodere il bubbone avariato del socialismo reale, ha progressivamente spazzato via le politiche di compromesso sociale, ponendo sostanzialmente fine alle democrazie del Novecento; ha messo fuori corso la sinistra politica e le sue basi sociali, spingendola (cosa quanto mai facile) a dividersi tra subalternità (riottosa o entusiasta) e minoritarismo identitario.

Ciò non vuol dire che non vi siano stati errori recenti o contingenti; l’elenco sarebbe lungo e, in parte, viene ripetuto da più voci. Ciò che, invece, credo, ci debba impegnare più seriamente è una riflessione sulle ragioni profonde di questi errori; da un certo punto di vista, essi non sono nemmeno rubricabili come tali, semmai mi sembrano più il portato di una coazione a ripetere, il prodotto di una mancata autocritica profonda, sulle ragioni per cui, ad esempio, il PD non da oggi ha cambiato pelle e sostanza o le grandi forze del socialismo europeo sono divenute impotenti o mere esecutrici delle ristrutturazioni neo liberiste. O, per altro verso, sul perché tutto ciò che sta e stava alla sua sinistra non supera, non da oggi, il milione e mezzo di voti e, soprattutto, non detta, se non in forma sporadicamente difensiva, nulla dell’agenda politica, sociale e culturale del Paese e del continente. Attardarsi sui singoli errori, senza comprendere di quale cultura del cedimento siano figli, serve a poco; così come sono fuorvianti i continui tentativi di palingenesi della sinistra, senza uno sforzo sincero e profondo di comprensione del suo snaturamento. Credo – lo dico con rispetto, ma con chiarezza – che, ad esempio, chi ha condiviso o subito, fino a meno di un anno fa, decisioni e politiche nel PD, debba riflettere un po’ più a fondo sulle ragioni di quella trasformazione e della stessa propria fuoriuscita.  L’autocritica non è un atto formale o espiativo; è uno strumento di analisi e un antidoto – neanche miracoloso – per evitare di riprodurre dinamiche ed errori. Ed è un esercizio che serve a tutta la sinistra europea. E se qualcuno pensa di attardarsi (ancora?!) a vedere cosa accadrà nel PD, significa che non ne è mai uscito veramente e, davvero, non è un interlocutore utile.

Non è materia da seminari, per quanto interessanti; e non sono certo risolutivi (per quanto possano aiutare) le riflessioni individuali, come le poche righe che sto scrivendo.  Se LeU, ad esempio, vuole provare a diventare una forza politica, plurale ma unita, capace di avere una identità, un profilo, un progetto di Paese e di continente, se vuole sperare di ricostruire un filo con il popolo italiano e con le classi subalterne, deve ripartire da una discussione seria su dove e perché quel filo si è spezzato; e non è certo quando è comparso Renzi. Un congresso? Una fase costituente? Purché sia una discussione vera, non un inutile corto circuito organizzativo del poco; o peggio una conta interna per qualche, sempre più improbabile, riposizionamento. Serve ascoltare chi ha votato a sinistra (in qualche caso obtorto collo), ma soprattutto chi ha votato per altri, le sue ragioni, persino le sue liquidità. Perché l’egemonia si ricostruisce non ascoltando sé stessi (i pochi), ma i molti; soprattutto quando non ti riconoscono la loro rappresentanza e, men che meno, lo sforzo del loro impegno. Le riflessioni gramsciane sull’egemonia nacquero dalla domanda su una sconfitta epocale; e quale lo è di più di una situazione in cui, da trent’anni almeno, le uniche operazioni egemoniche vengono da destra?

Per riuscirci serve una nave che, non solo non segua la corrente, ma che si diriga apertamente contro corrente, perché è l’unico modo per cambiare il corso della corrente stessa; un partito che, per radicamento, permeabilità  sociale e capillarità organizzativa, ricordi i partiti del Novecento; per flessibilità comunicativa, per semplicità nei linguaggi impari dai 5 Stelle (o, per evitare le allergie di qualcuno, da Podemos); non una forza “di governo” (riflesso condizionato di una stagione finita), perché chi governa lo decidono gli elettori; una forza popolare, perché solo quelle radici, tagliate e da ricostruire, danno autonomia, legittimazione e senso ad un governo democratico.

Non è una costruzione facile, né è scontato l’esito; ma è il problema che avevamo prima delle elezioni e che oggi si ripropone con gli interessi e senza più l’alibi della fretta.

Giuseppe Buondonno