Monthly Archive, settembre 2017

Quel vago sentore di Weimar

Sarebbe storiograficamente privo di senso costruire parallelismi rigidi, e, dunque, politicamente fuorvianti. Tuttavia, sul piano delle emozioni e del “senso comune”, quello che sta accadendo in Italia non può non far riemergere qualche miasmo degli ultimi anni di Weimar. Il senso comune che Daniel Goldhagen in un capolavoro analitico (I volonterosi carnefici di Hitler) chiamava la “conversazione sociale”, la ripetizione di banalità e falsità che la comunicazione di massa trasforma in verità, appunto, in senso comune. Le cose che accadono contro i migranti, quelle che si leggono su alcuni giornali e sui social, quelle che si ascoltano in tv o nei bar, diciamoci la verità, fanno paura. Paura degli “spaventati” che la mancanza di punti di riferimenti critici, la regressione civile, rende disumani; che le campagne politiche e giornalistiche galvanizzano, deviando il corso della rabbia e dell’insoddisfazione, amplificando l’egoismo, e il bisogno mimetico di “prendere le distanze” dal destino dei poveri. Fa paura, sono sincero, che un iniziale “xenofastidio” divenga, giorno dopo giorno, ruggito violento (spesso “da tastiera”, d’accordo, ma sempre più agito ed eccitato ); che sempre meno si senta il bisogno di mascherare il proprio razzismo sostanziale; e che sempre più il neofascismo organizzato alzi la testa, la voce, qualche volta le mani. D’altra parte – sempre con la dovuta prospettiva storica – chi poteva pensare che alla fine degli anni venti tranquille cittadine tedesche, che votavano per la SPD, si riversassero in massa a sostegno degli squadristi? Tante cose sono diverse, l’ho già detto, ma certe dinamiche di fondo danno i brividi: la sostituzione delle reazioni sociali (o di classe) della crisi e del malessere, con letture etniche e identitarie che creano un simulacro di sicurezza, la “proiezione dell’ombra” su minoranze deboli, fino ai governi che – nella fragilità strutturale della democrazia – si accodano all’onda montante e, magari col pretesto di arginarla, la cavalcano, fino a scatenare i manganelli.

Credo che le recenti esternazioni di Minniti debbano essere lette in questo contesto. Guido Viale ha scritto, giorni fa a questo proposito, cose giuste e importanti. Ne voglio aggiungere qualcuna altrettanto diretta.

Che Marco Minniti (alla Festa della ex Unità di Pesaro e in altre occasioni pubbliche) abbia sentito il bisogno di giustificare le sue politiche sull’immigrazione, è già indicativo. Ha detto, in sintesi che, di fronte alle barricate dei cittadini contro i migranti, di fronte al rifiuto dei rifugiati, da parte di alcuni Sindaci, ha “temuto per la tenuta democratica del Paese” ed ha sentito il “bisogno di governare questo processo”. Facendo violenza a me stesso, prendo sul serio questa argomentazione, e faccio qualche domanda di merito: in che modo i suoi decreti avrebbero arginato l’onda razzista e xenofoba? Non ritiene il Ministro che l’abbiano ulteriormente sdoganata? Quanti e quali Sindaci avrebbero – dopo i suoi decreti – cambiato posizione sull’accoglienza? Come spiega, il Ministro, che dopo di essi, alcuni Sindaci del suo Partito hanno manifestato l’intenzione di sanzionare chi accoglie migranti e rifugiati? Si è accorto il Ministro che il Sindaco (area PD) di Predappio, ha sostenuto, che bisognerebbe sciogliere l’ANPI, che un altro ha intitolato una strada a Rauti, tra una selva di croci celtiche, e un altro ancora ha celebrato le spie fasciste? Quanti italiani, in virtù dei suoi decreti, hanno superato, almeno in chiave riflessiva, la propria xenofobia? Attenzione, non sto chiedendo quanti razzisti, più o meno consapevoli, pensino che, tutto sommato, possono anche votare PD (che è ciò che, probabilmente, sta a cuore a Minniti). Ancora: “governare il fenomeno”, per lui significa finanziare le bande armate libiche, perché moltiplichino i lager per i migranti? Dare copertura politica all’attacco alle ONG e favorire, quanto meno oggettivamente, l’annegamento nel Mediterraneo di un numero ancora maggiore di esseri umani, è parte del suo illuminato “governo del fenomeno”? E in che modo l’aumento dei CAS favorirebbe le politiche d’integrazione e aiuterebbe la “tenuta democratica”? E dello stesso progetto riformista sarebbe parte anche la rinuncia a cancellare il reato di immigrazione clandestina, e il rinvio, sine die, dello ius soli? In sintesi, ministro Minniti, in cosa questo “governo del fenomeno” si distinguerebbe da quello dei governi Berlusconi, se non in peggio e per il dato aggravante che lei lo attua con ancora l’alone di una storia che non rappresenta più da tempo? E infine: ha tenuto conto, Ministro – nel suo raffinato macchiavellismo – dei costi umani, civili, culturali e di diritto di questa sua strategia?

Se non se ne fosse accorto, la sua politica alimenta questo sempre più palese mostrare la zanna del neofascismo. Forza Nuova – dopo la vergognosa intimidazione, in chiesa, a Pistoia (cioè in una città in cui la forza del PCI e della sinistra è stata imponente per tutta la storia repubblicana, e che ora è governata dalla destra) – è arrivata al punto di provare a “celebrare”, il 28 ottobre prossimo, la marcia su Roma; manifestazione che, dopo una sacrosanta reazione democratica, pare non sarà consentita. E’ un segnale serio, preoccupante, che mostra come la lunga sottovalutazione del neofascismo e la debolezza nel contrastare il “senso comune” xenofobo – che progressivamente si sposta dalla pancia all’epidermide del Paese – stanno favorendo una saldatura, distruttiva non solo per le regole della democrazia, ma per la sua essenza solidaristica, culturale; per le sue radici popolari.

Per questa ragione – indipendentemente da cosa faranno Governo, Magistratura e forze dell’ordine, dal fatto stesso che quella manifestazione si faccia o, come fortunatamente sembra, sarà proibita – conta assai di più quanto dovranno fare democratici e antifascisti; sarebbe importante che, il prossimo 28 ottobre in tutta Italia si svolgessero iniziative antifasciste, possibilmente non solo ricordi di quell’ “allora”, ma lezioni ai giovani, presentazioni di libri, manifestazioni e riflessioni su “allora e oggi”, che diventi, insomma, una giornata di antifascismo contemporaneo; perché il fascismo è dentro le forme della contemporaneità e in quelle vesti rappresenta un pericolo dell’oggi. Ora come allora è uno strumento al servizio dei forti, contro i deboli. Una sinistra popolare si costruisce solo se si ricostruisce una coscienza solidale di popolo, in cui i deboli, i poveri, al di là delle loro origini etniche, tornano ad unirsi su un’idea universale dei diritti, e riconoscono nella Costituzione, nella vigilanza di una democrazia agita e partecipata, la risposta ai loro comuni bisogni, la garanzia di una concreta prospettiva di vita diversa e dignitosa, per tutte e per tutti. In sintesi, l’idea dei padri costituenti che l’agire democratico è, dentro e oltre le forme, una grande formazione di massa ai principi di quella Carta, antifascista perché profondamente umana. Il contrario di questo indegno mercato del consenso.

Ecco perchè la spiegazione di Minniti una cosa la spiega con chiarezza e lucidità: e cioè che il “governo dei processi” per il PD è ormai il “nuotare con la corrente”, cavalcare la pancia; altra, forse iperbolica ma sicuramente impressionante, similitudine con quei tempi bui. Questi giocolieri sono ormai antropologicamente estranei all’idea gramsciana che l’egemonia e il “governo dei processi” si costruiscono nel conflitto e non nell’assunzione – neanche tanto mimetica – del punto di vista altrui. Questo Ministro e il suo Partito sembrano galleggiare (direi sguazzare) nella celebre espressione manzoniana secondo cui “il buon senso si nascondeva, per paura del senso comune”.