Monthly Archive, agosto 2017

Il terremoto e gli equilibristi del nulla

Torniamo a parlare di terremoto, non solo per ragioni cronologiche, ma perché sempre più spesso si varca la soglia della decenza. Dietro le parole (colpevolmente) vacue del Ministro Del Rio, ci sono i fatti (purtroppo) assai più concreti: le dimissioni di Errani, al di là delle motivazioni formali, pongono il sigillo evidente al fallimento della gestione del dramma da parte dei governi Renzi e Gentiloni e – quale più, quale meno – dei governi regionali coinvolti; nelle regioni colpite dal sisma (un anno e poi dieci mesi fa, non uno, due, tre mesi!), ci sono ancora tonnellate e tonnellate di macerie; nelle Marche, ad esempio, rispetto ad alcune migliaia (circa quattro mila, se non vado errato) di casette necessarie, ne sono state consegnate poco più di quaranta (ripeto, 40); aziende ed attività economiche sono ferme o in estrema difficoltà, in zone già estremamente critiche, a causa di un modello di sviluppo che le aveva spopolate ampiamente, scaricando il mitico “sviluppo” sulla costa o a fondo valle; decine di migliaia di persone sono sfollate; non esiste uno straccio di strategia o di disegno per la ricostruzione. Praticamente è al collasso un’area enorme dell’Appennino centrale, città con una storia, un patrimonio artistico e civile, con un potenziale turistico molto grandi.

Mentre il suo partito, nelle città e nelle Regioni in cui governa, continua a sfornare varianti urbanistiche, piani casa e leggi urbanistiche espansive e speculative, Del Rio ha avuto la faccia tosta di dichiarare che: “ si è costruito troppo”. Ecco, “troppo” è l’unico avverbio che condivido: è davvero troppo; troppa incapacità, troppa ipocrisia, troppo affarismo, troppa distanza dalle comunità e dai loro problemi reali.

Nel programma di governo della forza che (spero) scaturirà dall’assemblea di giugno al Brancaccio, vorrei che un punto si intitolasse “Appennino”; la più grande opera pubblica necessaria per questo Paese (di cui l’Appennino, appunto, è la colonna vertebrale storica e geologica); un programma fatto di progetti di ripopolamento delle aree interne (senza impatto ambientale, né consumo di suolo, anzi, con piani di recupero dei centri storici), di messa in sicurezza delle strutture e piani di comunità per la cura dei fiumi, dei bacini idrici, del paesaggio, dei parchi. Anche a questo, tra l’altro, dovrebbero servire le istituzioni europee, non solo ad imporre politiche di austerità che strozzano i Comuni e li costringono a privatizzare beni pubblici ed aggravare i loro problemi.

E vorrei una sinistra che, dalle Alpi alla Sicilia (tanto per essere chiari) non avesse niente a che fare con questi pericolosi equilibristi del nulla; non solo nei documenti, ma nei fatti e, ancor più, nella coscienza della gente.

Una domanda semplice

Da qualche parte c’è un aforisma di Oscar Wilde, che dice più o meno: “non c’è niente di male in ciò che si fa; ma c’è molto di male in ciò che si diventa”.

E’ sufficiente mettere in fila poche scelte, fatti, posizioni – sulla questione centrale delle migrazioni – per definire cosa il PD sia diventato e anche per capirne il perché: i decreti Minniti, il suo “codice” per le ONG, gli accordi con un pezzo di Libia e la relativa “missione”, il rinvio della legge sullo ius soli, le dichiarazioni di Serracchiani sugli stupri, quelle della Sindaca emiliana sugli affitti ai migranti. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare il jobs act, l’attacco alla Costituzione, o le affermazioni dei miei due conterranei marchigiani su Carlo Giuliani e sull’omosessualità; sarebbe un eccesso di zelo.

Dire che siano “scelte” di destra è riduttivo. Ciò che è profondamente di destra è la cultura che ormai imperversa in buona parte dei suoi “quadri” periferici e nazionali. Non importa da dove provengano o cosa votassero anni fa; importa cosa dicono, fanno e votano oggi. Non è che non facciano argine all’ondata xenofoba e razzista, che rischia di travolgere umanità e democrazia; sono parte integrante di quell’onda. E non solo per i contenuti (morali e politici), ma perché, quanto la Lega e i 5 stelle, si sono allocati nell’intestino del Paese, e da lì producono tossine che ne obnubilano la ragione. Fanno della politica il mercato indecente del consenso; non si limitano a “nuotare con la corrente”, la producono.

Qui, sulla questione dei migranti, è in gioco il futuro della democrazia; sia per il nesso tra procedure e fini, tra l’universalismo delle regole e la centralità dell’essere umano; sia per l’idea stessa del consenso, che nel corso del Novecento è stato terreno di scontro, tra galvanizzazione delle pulsioni e crescita della coscienza critica, della soggettività cosciente. Quest’ultima (la Costituzione ce lo fa capire benissimo) è la sostanza della democrazia; l’altra, che sempre si serve del populismo come grimaldello, ne è la tomba.

Alzare lo sguardo dai singoli “episodi” significa leggere la tendenza e contrapporle una politica. E su quella costruire una coscienza “altra”, un consenso “altro” ed una partecipazione. Questo, mi sembra, ci ha detto e continua a dirci il Brancaccio. Un conflitto aspro e difficile ma indispensabile, e non per forza minoritario; rispetto al quale, le elezioni sono un termometro, non la terapia. Un conflitto da accentuare subito, sulla difesa delle ONG, ma soprattutto degli esseri umani che salvano.

Non la faccio lunga, perché non è necessario. Ma ho una domanda, per i compagni di Articolo 1, franca e diretta: da che parte state? Nei voti in Parlamento, nelle alleanze nazionali e periferiche, nelle scelte politiche e culturali, nel vostro orizzonte c’è il PD (e in questo caso dovreste spiegare, non essendo riusciti a cambiarlo dall’interno, perché dovreste riuscirci da fuori), o c’è la costruzione di una sinistra nuova e, di nuovo, popolare? Perché le due cose sono inconciliabili; in mezzo c’è solo un tatticismo che è parte del problema. E visto che ho aperto con Wilde, chiudo con lui: “Le domande non sono mai indiscrete. Lo sono, talvolta, le risposte.”