Monthly Archive, marzo 2016

Forza e democrazia

L’articolo di Giuliana Sgrena, pubblicato oggi su Il manifesto, sgombra magistralmente il campo da alcuni equivoci legati alla lotta contro il terrorismo: dall’ambiguo e strumentale accostamento terroristi-profughi, al rapporto scandaloso dei Paesi europei con Erdogan e al cinismo con cui essi hanno comprato la deportazione, proprio in Turchia, di migliaia di essi.

Ma gli aspetti, a mio avviso, più importanti che Sgrena affronta, sono altri due. Il primo riguarda il fatto che la lamentela sull’inefficienza dei servizi – quasi fosse un dato puramente logistico, di efficienza tecnica (che pure c’è) – non fa i conti col vero problema politico che riguarda questa Unione Europea; il fatto, cioè, che essa non ha mai espresso una strategia politica comunitaria, capace di porre in secondo piano le furbizie e gli interessi economico-strategici dei singoli Paesi (e dei capitalismi di riferimento). Così, furbizie, omissioni, reticenze dei servizi segreti di ciascuna nazione, sono l’espressione di un vuoto politico, che espone i cittadini europei, anziché garantirli; e che si tenta di nascondere con spinte belliciste che – oltre alla loro inumana ferocia – tale insicurezza moltiplicano. E’, dunque, l’inesistenza politica dell’Europa, l’assenza di un progetto condiviso di democrazia planetaria e di visione del presente, a rendere impotenti le sfibrate democrazie europee; ciò di fronte all’attacco di un nemico, la cui determinazione fanatica qualcuno pensa – ripercorrendo vecchissimi schemi da realpolitik – di utilizzare per ristrutturare in chiave autoritaria gli equilibri del continente.

La seconda questione (la più spinosa, anche per la sinistra), riguarda l’uso della forza nella lotta al terrorismo. Perché il richiamo che Sgrena fa ad un utilizzo serio e coordinato delle competenze che parte dei servizi posseggono, chiarisce ciò che non sarebbe necessario chiarire, ma su cui l’ideologia dei guerrafondai e dei razzisti mesta nel torbido. Nessuna persona di buon senso, infatti, pensa che si possa combattere questo coacervo di modernità e medioevo, solo con una battaglia culturale, senza l’utilizzo di strumenti di intelligence e di polizia. Ma tali strumenti, innanzitutto, debbono escludere radicalmente nuove avventure militari: perché sono esattamente il terreno che il fondamentalismo cerca, perché sono palesemente inefficaci (com’è chiaro dall’Afghanistan in poi), perché sono funzionali solo ai riposizionamenti strategici dei nuovi colonialismi, e, ovviamente, perché producono solo la stessa morte e la stessa distruzione che si dice di voler combattere. In secondo luogo, l’attività dei servizi di intelligence serve non solo in funzione repressiva, ma soprattutto ad impostare una politica, una strategia costruita non su teoremi ideologici e strumentali, ma su una conoscenza reale dei territori, dei movimenti, delle culture; senza la quale l’elefante nella cristalleria (si chiami Bush o Hollande) provoca solo ulteriori disastri e indebolisce proprio quelle voci che, nello stesso mondo islamico, possono costruire nuovi equilibri. La democrazia deve difendersi, d’accordo. Ma deve difendere un’idea condivisa ed universale di democrazia; e la prima cosa da cui va difesa è il suo stravolgimento autoritario e bellicista, funzionale alla sicurezza di profitti e privilegi di pochi, non alla sicurezza ed alla pace di tutti. La democrazia è forte quando non tradisce se stessa, quando esprime un progetto comune della sicurezza e dei diritti universali, quando spinge i popoli ad avanzare nella coscienza del mondo; non quando usa la paura per farli regredire.

Non è dunque il volto della forza, ma la maschera miope della debolezza (la stessa, da Idomeni ai progetti di guerra in Libia), quella che i governi europei stanno mostrando. L’Europa non ha una strategia seria dei propri “servizi” di sicurezza, perché non ha un’idea della democrazia che dice di voler difendere o, addirittura, esportare. Isis, purtroppo, lo sa. E ce lo dimostra.

Vecchio stampo

L’intervento, in Senato, del Presidente Emerito Giorgio Napolitano sulla guerra in Libia, oltre a non stupire, contiene diverse conferme. La prima è che le argomentazioni sono, ormai, quelle del Partito della Nazione; in cui le parole, come per molta parte della ex sinistra europea, sono sostanzialmente espressione di un nazionalismo gollista assorbito, giorno dopo giorno, da anni. Le stesse argomentazioni che potremmo, senza più stupirci, ascoltare da un esponente di Forza Italia, neanche tra i più originali (ammesso che ce ne siano). La seconda è che Napolitano vede nel PD attuale – per i cui esiti ha lavorato alacremente – la perfetta realizzazione di un disegno di adeguamento alle logiche imperiali che dominano il mondo; una realpolitik in cui il realismo è solo la giustificazione della subalternità ed in cui la manifestazione ostentata della “fedeltà atlantica” esprime la sostanziale rinuncia all’ipotesi di un utilizzo progressivo della politica, come strumento per creare culture diverse e nuove relazione tra gli stati e le aree del mondo. Secondo uno schema già collaudato, il terrorismo viene utilizzato per determinare strappi verso destra che liquidino velleità di cambiamento; emergenza e guerra diventano la realtà necessaria, come necessaria diviene la loro conseguenzialità. Che non esista un disegno politico reale di stabilizzazione della Libia, che nessuna delle guerre – o, se preferisce, degli interventi militari – da Saddam in poi (passando proprio per la Libia), abbia prodotto altro che morte, disperazione, ulteriore violenza terroristica e fondamentalismo, viene liquidato, in questa logica realistica, come una fola pacifista; espressione, quest’ultima, pronunciata con una punta di commiserazione, assai poco adatta a chi è stato garante della Carta costituzionale e, dunque, anche del suo undicesimo articolo. In sostanza, il messaggio che gli interessava veicolare era: non possiamo escludere la guerra e – cosa ancor più importante, per lui e per il Governo Renzi – ogni resistenza ad una deriva di questa natura, non è una difesa coerente della Costituzione, non è la ricerca di nuove logiche di interpretazione e di gestione dei conflitti contemporanei, ma è – sono le sue parole testuali – “pacifismo vecchio stampo”. Tutto si tiene. Mentre il movimento pacifista (“vecchio stampo”, naturalmente), nelle vigne di Comiso, nel lontanissimo 1983, veniva preso a manganellate dalla Polizia e dai Carabinieri inviati da Craxi e Lagorio, Napolitano inseguiva con loro il disegno (ovviamente moderno) di quell’”Unità socialista”, contro cui   un’altra figura “vecchio stampo” , Enrico Berlinguer, si sarebbe battuto fino alla fine dei suoi giorni. Tutto si tiene. Bisognerà dimostrare, in queste settimane, che questo stampo vecchio non è stato buttato e che i cittadini sono i primi veri garanti della Costituzione.