Monthly Archive, febbraio 2016

Lavoro e democrazia

In una delle fasi di maggiore frattura tra le istituzioni, di qualunque tipo e livello, e i cittadini; di più profonda solitudine dei lavoratori di fronte al dominio di una mercificazione delle relazioni e di svuotamento del senso stesso della partecipazione, la campagna della CGIL sulla “Carta dei diritti universali del lavoro” ha il senso della rottura di un accerchiamento e dell’uscita da una condizione puramente difensiva. Già non è poco, ma in realtà può essere molto di più. Per tante ragioni, che provo a riassumere.

Intanto, il percorso partecipativo: consultazione straordinaria degli iscritti e raccolta di firme per la Legge di iniziativa popolare; può essere una occasione per tornare a motivare centinaia di migliaia di lavoratori, di tutti i settori, verso ciò che, con tutta evidenza, in questi decenni è andato affievolendosi e smarrendosi, cioè la fiducia nella forza collettiva del mondo del lavoro; il suo essere protagonista e motore della Repubblica e di ogni avanzata, più generale, dei diritti di cittadinanza. Restituire loro la coscienza piena di questa funzione collettiva verso il Paese e verso le generazioni future; quella responsabilità che tanti cittadini e lavoratori non riconoscono più alla politica e alle istituzioni. Questa campagna, però, nel momento in cui si fa “iniziativa popolare” ed esce dal recinto in cui le offensive liberiste – e molti errori soggettivi – hanno chiuso il sindacato, potrebbe incontrare realtà, sensibilità, persone oggi lontane, scettiche, isolate; il mondo del lavoro e dei lavori, proprio sul terreno dei diritti materiali ed immateriali e su quello concretissimo della dignità delle persone, potrebbe costruire nuovo tessuto sociale e vitalità democratica, rilanciare una cultura contemporanea del lavoro in tante pieghe della società italiana, a cominciare dai giovani e dai giovanissimi (e dalle giovani e giovanissime), alle molteplici forme del lavoro intellettuale e dei saperi. Per cominciare a ricostruire, con loro, una coscienza collettiva e solidale.

Di questo percorso – e con la stessa convinzione ed unità – dovrebbero far parte anche i referendum; non solo perché ai contenuti del disegno di legge aggiungerebbero forza e sostanza; ma anche (e forse ancor più) perché non hanno una valenza esclusivamente elettorale. Con una spinta unitaria essi diverrebbero una ulteriore opportunità di battaglia culturale e civile: ricostruire l’idea che il conflitto è l’essenza della democrazia.

L’universalità dei diritti – con cui la Carta rilancia il valore della Costituzione e di ogni democrazia – è ciò che quotidianamente stiamo perdendo, nella frammentazione e liquefazione sociale che nascondono il nocciolo duro dei privilegi e delle ingiustizie. Per questo, la campagna può essere un passo deciso verso il radicamento del sindacato in mezzo a quei lavori precari e frammentati che esso è stato accusato di aver dimenticato e trascurato; in parte a ragione, indubbiamente, in parte, invece, rimuovendo la realtà materiale, la difficoltà di essere nei “ non luoghi” di molti lavori contemporanei, di contrastare la forza ricattatoria della precarietà. Il tentativo di dare concretezza giuridica a questa universalità è, probabilmente, il primo vero impegno di massa per la ricostruzione di questo rapporto, per riunificare, nei conflitti del presente, quel magma che l’ideologia dominante vorrebbe inevitabilmente inestricabile, atomizzato e solo. E questa sfida di universalità, proprio per la concretezza delle questioni poste dalla Carta, non si riferisce solo alla linea di demarcazione (che tra l’altro il jobs act e la cancellazione dell’articolo 18 rende assai più labile) tra lavoro precario e lavoro “stabile”; ma anche all’emersione del lavoro nero, ai termini tradizionali e nuovi in cui il lavoro delle donne sfida l’organizzazione sociale nel suo complesso e quella dei processi produttivi, oltre, naturalmente alla piena (e lontana) applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, cioè al reale superamento della discriminazione di sesso; alla dignità e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati. Ma ancora: il controllo a distanza, la sicurezza, la formazione, il sostegno al reddito e una grande quantità di altri diritti, problemi, contraddizioni. Non un elenco, ma un complesso di nodi di libertà e giustizia in cui il lavoro e la cittadinanza si intrecciano inestricabilmente nella vita di milioni di donne e uomini, giovani, adulti, anziani. La sostanza del vivere quotidiano di queste e delle future generazioni.

Certo, non è scontato che sia così; che cioè questa campagna riesca a mettere in campo, a livello di massa, questo spessore e queste prospettive che la Carta contiene. Consultazione e raccolta di firme potrebbero anche essere gestite, al di là della volontà soggettiva, in modo riduttivo e burocratico, non incontrando i mondi che si evocano. Non mi pare, però, né che questa sia l’intenzione, né che il terreno unitario ritrovato, su questo, dentro tutta la CGIL, preludano ad approcci minimalisti. Piuttosto, credo ci sia la consapevolezza che questa è un’ opportunità di rinnovamento del sindacato stesso, dei suoi quadri, delle sue stesse strutture. Perché di questo ha molto bisogno.

Ma non dipende solo dalla CGIL. Dipenderà anche dalla capacità di tutta una parte della società italiana – anche molto al di là dei confini della sinistra – di comprendere che questa non è una sfida solo sindacale, né strumentale o recintata politicamente. Ma è una sfida di ristrutturazione delle basi di ciò che resta della democrazia italiana e, di più, disegna anche un’idea della democrazia europea, che vada oltre il fallimento cui assistiamo impotenti; per il fatto semplice che nessuna cittadinanza e nessun diritto reale è pensabile tornando dentro i confini dello stato-nazione.

Non si tratta neanche di una cattiva politicizzazione della Carta e dei movimenti che può attivare. Il problema è che oggi la CGIL, nelle sue articolazioni, resta l’unico soggetto democratico di massa della società italiana; una delle sue poche forze vive e collettive. E dunque, così la intendo, sta tentando di spostare in avanti il nesso inscindibile tra lavoro e democrazia, in uno scenario che non consente attese, né sottovalutazioni.

La notte di Roma

Ho letto d’un fiato l’ultimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo: La notte di Roma; il seguito naturale (se così si può dire) di Suburra e di Romanzo criminale. Non tanto per la qualità letteraria, che pure è evidente, quanto per il dolore che mi provocava, senza che, peraltro, riuscissi a smettere di leggere. Dolore per Roma, per questo Paese disastrato e corrotto, ormai, fino al midollo; dolore per i tanti cittadini onesti, che tutte le mattine fanno i conti con i loro doveri e problemi; dolore, mescolato ad una rabbia acuta, per quei militanti ed elettori del PD che ancora non sanno o non vogliono vedere. Sì, perché il romanzo si sarebbe potuto intitolare anche La notte del PD che ne è il vero protagonista, la mutazione genetica, profonda e irreversibile; un’antropologia, una galleria di personaggi che, tra narcisismo e opportunismo, hanno smarrito ogni limite etico e accettano prossimità che non dovrebbero essere imbarazzanti, ma repellenti; o, nel migliore dei casi, foglie di fico sacrificabili. La notte di Roma è la notte della politica e della democrazia, le cui ombre si allungano da, almeno, tre decenni. Questo libro è la realizzazione della profezia di Sciascia: la mafiosità, come la “linea della palma” che risale verso nord e si impadronisce di un Paese che non ha più anticorpi, perché non ha più soggetti politici e sociali in grado di far vivere conflitto e partecipazione reali.

Ho pensato, per un attimo e con orrore, a come avrei reagito alla lettura di questo romanzo se ancora fossi stato nel PD; ma ho pensato che è una domanda insensata, perché chi ancora sta nel PD, o si trova bene in questo mondo di mezzo o, se è in buona fede, come la rana di Chomsky è ormai così bollito da non poter più reagire. Consiglio questa lettura a chi ancora va parlando di “centro sinistra” (pochi, per fortuna, dopo le primarie di Milano), a chi ancora vagheggia alleanze che, nel migliore dei casi, finiscono con l’essere complicità inconsapevoli. Dopo “Mafia capitale” e dopo il crudo realismo di questo romanzo, il Re è nudo; e se qualcuno vuol continuare a vederlo vestito, non ha un problema di vista, ma di coscienza.