Monthly Archive, agosto 2015

“Nelle strade, tra la gente”

Juan Carlos Monedero, come molti sapranno, è l’intellettuale spagnolo che più direttamente di altri può essere considerato un riferimento teorico di Podemos; docente universitario a Madrid, ma anche profondo conoscitore dell’America latina.

Diversi mesi fa, ad un’assemblea a Bologna, sono rimasto letteralmente affascinato dalla capacità di una giovane dirigente di Podemos, di spiegare come la sinistra deve essere il nuovo per non perdere se stessa, per essere radicale e forte; non cercare un’identità “in purezza”, ma provare ad organizzare il magma della frammentazione e della precarietà, trasformandone i sentimenti in coscienza, in linguaggio, in movimento politico; altrimenti è fuori dal mondo e non può spingerlo verso la giustizia necessaria, non può trasformarlo.

A giugno, Feltrinelli ha pubblicato la traduzione italiana di un libro di Monedero – “Corso urgente di politica per gente decente”, pubblicato in Spagna due anni fa – in cui ho ritrovato quella lucida passione. Non le “idee antiche” ancora valide o enunciate con un linguaggio nuovo; ma idee radicali e di sinistra del mondo contemporaneo, che, in quanto tali, non smarriscono e non tradiscono idee e lotte del passato. Non so se quella compagna avesse letto questo libro (suppongo di sì), ma sicuramente ne esprimeva la sostanza, era parte di quel “corso di politica” che solo i movimenti di massa reali sanno produrre.

Se uscirai da questo libro con almeno un’idea – conclude l’autore – mi riterrò soddisfatto per il tempo che ti ho rubato.E se sono riuscito a spiegarmi bene, di sicuro ci vediamo nelle strade”. Avrei aggiunto che solo lì, nelle strade, diventerai tu stesso un docente di questo corso collettivo.

Ho pensato, mentre lo leggevo, che la semplicità del testo – che io percepivo come, appunto, urgenza e verità – avrebbe irritato qualche mandarino che si sente depositario di parole e valori; ma è una chiarezza che serve e che arriva. “Vogliamo domandarci se non stiamo perdendo cose per le quali in passato tanta gente si è giocata tutto quello che aveva.”; e poco prima: ”Se vogliamo che le idee diventino città, dobbiamo reinventare le parole della politica…Trasformare urgentemente le parole in secchi d’acqua gelata da rovesciare sulle nostre teste tiepide…Non è più possibile universalizzare il sistema capitalista e al contempo farlo funzionare come stato sociale e democratico di diritto…L’economia di mercato, lo vediamo ovunque, non ha bisogno della democrazia”.

Syriza e Podemos, nelle loro diversità e nelle diversità da cui sono attraversati, stanno facendo quello che, tanti anni fa, Gramsci insegnò alla sinistra di tutto il mondo: spiegare che l’egemonia si costruisce trasformando il senso comune in coscienza critica, costruendo le lotte di coloro che sono parte di quel senso comune; ciò che ogni marxista dovrebbe sapere, ma sembra non sapere più come si fa: “la soluzione non si trova in nessun libro che non cammini anch’esso per le strade, e nemmeno nelle strade che non riflettono sul da farsi”; Monedero ha il pregio di non volerlo ricordare ai marxisti distratti di ieri, ma di voler contribuire a farlo scoprire ai marxisti potenziali di domani, che, magari, marxisti non si definiranno mai, ma tali sapranno essere.

Per ragioni teoriche e personali, mi ha quasi commosso che egli abbia scritto: “Le rivoluzioni, diceva Walter Benjamin, non sono momenti in cui la storia accelera per produrre un futuro migliore, al contrario devono trasformarsi in momenti in cui si fa ricorso al ‘freno d’emergenza’ della storia. Se pensiamo al degrado ambientale, questo imperativo è più che evidente…Benjamin ci ha dato le chiavi per trasformare la perplessità in uno strumento politico”. La capacità di pensare, d’altronde, non è una frenata e uno scarto rispetto all’agire? Non è in questo rallentamento che trovano spazio l’etica, il diritto, la giustizia? E cos’è l’omologazione, se non la perdita collettiva di questa capacità di frenare?

Le cose decenti della vita capitano sempre insieme agli altri. Recuperare la vita come un sodalizio di persone che hanno gli stessi sogni…Recuperare la politica contro coloro che impongono il silenzio– o, aggiungerei, prendendo a prestito un verso di De Gregori, un ‘forte rumore di niente’ – e cospirano per l’indifferenza”. Non è un programma, ma è un metodo. Suggerirò questo libro a tante ragazze e ragazzi, sperando che, con molti di loro, ci vedremo nelle strade.

Vita a sinistra

Il dibattito aperto da Norma Rangeri dimostra non solo che a sinistra c’è vita, ma anche che c’è una diffusa consapevolezza di quanta vita ci sia anche fuori dalla sinistra elettorale ed organizzata, tra chi non vota più, tra chi vota 5 stelle; in chi, cioè, non accorda fiducia alle nostre diverse forme organizzate. Ed è, soprattutto, a quella sinistra potenziale che occorre saper parlare; anzi, è quella sinistra potenziale che va coinvolta per dare forma ad un movimento politico che incarni “l’evoluzione della specie” (come Rangeri ha scritto). Ciò non solo per ragioni di freschezza culturale e comunicativa (anche perché non è detto che sia sempre così, sappiamo bene che fuori può significare anche dentro subalternità e incoscienza civile); no, la ragione principale è che bisogna guardare ed attivare politicamente quei mondi che, sul piano generazionale e del lavoro, magari non teorizzano, ma vivono quella frammentazione esistenziale e produttiva con cui la sinistra ha, oggettivamente, minore familiarità. Il problema è, insomma, che, in qualsivoglia forma e struttura, un soggetto politico di massa cessa di essere una velleità o un esperimento minoritario, solo se riesce ad essere espressione di una soggettività sociale, espressione del lavoro e dei lavori contemporanei. Non a “darle voce”, ma esserne impastato. Non si tratta di fare l’ennesimo, lungo, lavoro interpretativo; al contrario (soprattutto su questo, ma anche su altro, sono d’accordo con Revelli, Panagopoulos e Ferrero) si tratta di rendere credibile da subito – attraverso un consapevole e platealmente comunicativo atto unitario, attraverso alcune significative battaglie sociali nazionali ed europee e campagne territoriali senza targhe e steccati – la nascita di un movimento in cui il fuori diventi protagonista; la scuola, gli insegnanti, precari e non, gli studenti,  sono il primo esempio evidente di una radicalità concreta; che non vuole essere identitaria non perché ci sia qualcosa di negativo nell’identità, ma perché un’identità sociale e politica, all’altezza dei conflitti in atto, questo movimento deve ricostruirla con chi li vive e non spiegarla loro. Questo mi sembra l’unico antidoto possibile al minoritarismo e al politicismo. Questa mi sembra l’unica possibilità per riaprire, non solo in termini elettorali, ma di egemonia politica, la partita della democrazia.

Quello che mi sembra necessario è, in sintesi, un nuovo strabismo: un occhio all’oggi, al bisogno di creare subito – a Roma e nelle città – un luogo aperto, organizzato, credibile, attivo e visibile; l’altro occhio al futuro, cioè ad una lunga decisiva battaglia culturale, di ricostruzione  di un popolo, italiano ed europeo, aperto al Mediterraneo e al mondo. Questa battaglia culturale va condotta sapendo che non siamo soli – come l’Enciclica papale dimostra – nel percepire il bisogno di rifondare civiltà e cittadinanza universali, nel colpire a fondo – proprio quando si mostrano più arroganti – il liberismo e l’individualismo. Fretta e fiato lungo; perché c’è un’essenza della sinistra da ricostruire, nel lungo periodo, ma – come insegnava Hegel – “l’essenza deve apparire”, se vuole essere realtà e non un monologo del pensiero; e deve apparire presto, perché, come  in Grecia, gli altri mettono in campo forze ed interessi materiali corposi, a cui la sinistra europea non può opporre solo idee e giusti principi. Revelli e Panagopoulos scrivono: “..si profila all’orizzonte un conflitto sociale e politico di tipo nuovo, tra democrazia e oligarchie finanziarie..”.  Le oligarchie sono forza ed egemonia, oggi la democrazia è, invece, debole e subalterna. Per questo la fretta; per questo, dunque, anche il fiato lungo, perché la democrazia non è mai solo consenso, se non vuol diventare – com’è diventata – mercato elettorale; è anche coscienza profonda, individuale e collettiva; cioè cultura e senso storico di massa. (Il Manifesto, 15 agosto 2015)

Le povere sinapsi

Debbo ringraziare Rai radio 3 – oltre che per tante altre cose, come Wikiradio – per avermi fatto scoprire un libro interessante, per me che faccio l’insegnante, ma credo per ogni adulto e per ogni giovane curioso e, potenzialmente, consapevole. “Il laboratorio delle identità. Dire Io nell’epoca di Internet”, edito da Mimesis, scritto da G.L. Barbieri (Docente del Dipartimento di Neuroscienze, dell’Università di Parma).

Il giornalista che lo intervistava – ironico e preparato – lo ha definito, provocatoriamente, un “apocalittico”. Non lo è, e nemmeno un retrogrado nostalgico. A me è sembrato, più che altro,  che, come molti scienziati responsabili, sia un contemporaneo (seppure nato nel Novecento) con il gusto di interrogarsi su dove stia andando il genere umano e sull’impatto che la velocità e la sintesi comunicativa delle tecnologie hanno sui modelli antropologici e sul pensiero, cioè sull’umanità.

Due anni fa, un neuropsichiatra marchigiano, che invitammo – col CIDI – a parlare agli insegnanti, per il “Settembre pedagogico”, si soffermò a lungo (anche lui senza alcun tono predicatorio) sullo scarso utilizzo dei lobi frontali, rispetto a quelli parietali; interrogandosi sul fatto che ciò possa divenire modello trasmissibile, cioè, appunto, mutamento, se non genetico, almeno antropologico. Barbieri ragiona sull’impoverimento delle sinapsi e sulle possibili conseguenze che ciò può – o meno, ma lui sembra propendere per il sì – determinare nei livelli di astrazione e concentrazione del pensiero umano.

Noi, modesti insegnanti e – allora – amministratori di una sperduta provincia, sentimmo il bisogno di sentire Maurizio Pincherle e, in autunno, ci piacerà invitare Barbieri a presentare il suo libro e a spiegarci il suo punto di vista; perché vogliamo essere aiutati a capire se e come cambia il modo di conoscere, pensare (e, dunque, vivere) dei nostri studenti. La domanda, più preoccupata che polemica, è: quale sarà lo staff di scienziati ed intellettuali che il Governo della Repubblica ha scomodato, per delineare la, così detta, “Buona scuola”?