Monthly Archive, luglio 2015

L’ opera da tre soldi

Dopo circa un secolo di discussioni, in pochi mesi (se volessimo essere poetici – ma non ne abbiamo alcuna voglia – in una notte torrida) si è chiarito in modo sufficientemente nitido, anche ai più ottimisti, il rapporto che il capitalismo ha con la democrazia, l’uso che fa delle sue istituzioni. Un utilizzo relativistico, funzionale. Il riconoscimento del “valore assoluto” della democrazia lo si pretese solo dalla sinistra, come certificazione del superamento del suo “peccato originale”. Come per la democrazia, così per la sua struttura sociale, welfare e diritti: “beni di lusso”, variabili dipendenti e sacrificabili di fronte al feticcio del capitale. Tutto risaputo, tutto scritto tanto tempo fa, diranno quelli che sanno sempre tutto; ed è anche vero. Ma anche loro, anche gli eternamente consapevoli, credo, avranno provato un brivido rivedendo (o vedendo per la prima volta, a seconda delle età e delle esperienze di vita) scintillare, dietro le compassate facce di Bruxelles, il dente del pescecane.

Di fronte a questa sfida esplicita, la condotta di Tsipras è stata ed è la più responsabile e realista, non perché più moderata (ce ne vorrebbe di faccia tosta, per considerarla moderata), ma, al contrario, perché era l’unica possibilità concreta per provare a rimanere al timone della Grecia, per tenere aperto un conflitto in Europa; per far fallire la sperimentazione neoliberista sulla Grecia. Una battaglia, amara e difficile, di resistenza, non una resa.

L’ Europa è meno ricca di prima, ha perso fette consistenti del mercato mondiale, dunque la forza si riaffaccia dietro la politica, il privilegio dietro il diritto, il ricco ( ne La questione ebraica, Marx  avrebbe detto “ il borghese”) dietro il cittadino. L’esperimento greco, dal loro punto di vista, è sostanzialmente questo; e riguarda i possibili nuovi assetti politici e sociali del continente, nei quali Alba Dorata potrebbe risultare anch’essa parte dell’ esperimento. Tutto già visto (o già letto, a seconda delle età…), è vero; ma, diciamoci la verità, eravamo tutti, ma proprio tutti, disabituati a questa brutale radicalità. Non a quella di Tsipras o Varufakis (che non è brutale per niente, solo chiara e coraggiosa), ma a quella del pescecane. E’ vero che la dignità consapevole dei greci ha fatto venire la zanna allo scoperto; ma l’aspetto peggiore della condotta di questi mesi è la sensazione che essa volesse mostrarsi, a tutta l’Europa. Volesse, cioè, mostrare la sostanza politica dell’esperimento. Questo mette i brividi; anche perché, rispetto ad altre pur drammatiche fasi, non c’è (o, se vogliamo essere ottimisti – ma ne abbiamo pochi motivi – ancora non c’è) una forza reale da contrapporre; se ci fosse stata, si sarebbe vista nelle piazze d’Europa, prima, durante e soprattutto dopo il referendum. Non piccole e generose avanguardie, ma una forza di popolo che, appunto, tranne che in Grecia e in Spagna, non c’è (e se Syriza si spacca definitivamente, non ci sarà più neanche lì).

La notte di Bruxelles – possibile preludio ad una nuova, brutta notte d’Europa – ci costringe a saltare qualche tappa, a rinunciare a qualche “diritto d’autore” e a reagire con forza e uniti, anche in pochi per diventare tanti. O la zanna del pescecane vogliamo vederla ancora più da vicino?

I giganti e i nani

Sono state dette così tante e giuste cose sulla lezione di democrazia e dignità che ci giunge dalla Grecia, che non potrei aggiungere altro. E’, forse, un modo più concreto di ringraziare Syriza e i cittadini di quel Paese, ragionare più strettamente sulla strada che hanno aperto a tutta l’Europa.

Tsipras e Varoufakis hanno riportato al centro del dibattito le finalità stesse dell’Unione Europea, le motivazioni di fondo che muovevano il Manifesto di Ventotene: la politica democratica come strumento di espressione della volontà dei popoli, come identità antica di un continente, che reagisce alla logica della forza e della prevaricazione; qualunque sia lo strumento che la forza utilizza. Garantire agli europei condizioni di pari dignità, uguaglianza nelle prospettive di vita. Al contempo, fare dell’Europa non una fortezza chiusa – men che mai, aggressiva – che difenda i propri privilegi; ma un ponte di pace e di libertà, autorevole per l’universalità di quei valori, non per la potenza delle sue armi, in senso letterale o finanziario. Hanno messo a nudo il duello vero, non quello tra l’euro e la dracma – come ha scritto, dalla prospettiva del suo nanismo politico, il Presidente del Consiglio del Paese dove quel Manifesto è nato – ma tra due idee della politica, cioè della storia e del mondo. Perché le risposte ad una crisi, che non è un terremoto ma il prodotto del neoliberismo, del prevalere violento della merce e del denaro, cioè delle scelte delle élites europee e, dunque, anche di quelle greche, sono alternative che prospettano diverse idee della società, del potere; diverse funzioni dell’economia e del suo rapporto con la vita reale delle persone.

In questi  mesi, ed in queste ore, a Bruxelles, a Berlino, a Roma, le élites economico-finanziarie si sono difese politicamente – usando tutti gli strumenti, tanti, a loro disposizione, dal ricatto alla disinformazione – cercando di eliminare la possibilità concreta di un’alternativa: un governo, forte di un grande consenso, che, da un Paese mandato sull’orlo del baratro dalle politiche subalterne al neoliberismo,  svela che quel “mondo” non è un dato naturale, ma il prodotto delle scelte di classe di quelle stesse élites. Per difendere questi privilegi, esse, infatti, hanno dovuto e devono tutt’ora rendere esplicito che, per il mercato, la democrazia non è un principio imprescindibile, ma uno strumento relativo. E la democrazia si è difesa utilizzando se stessa e, difendendo se stessa, ha difeso quell’Europa che il neoliberismo sta distruggendo. La storia, nella complessità delle sue forme, ha dei nodi semplici; per vederli, occorre uscire dal labirinto incantato della cronaca, occorre essere se stessi. Syriza ha potuto vederli, ed agire di conseguenza, perché è una sinistra senza paura, che non ha la radicalità parolaia dell’estremismo, ma quella concreta e lucida della realtà; ha avuto la capacità di cogliere il nodo in cui l’interesse nazionale della Grecia, si saldava con l’idea nuova dell’Europa e del mondo, cioè con il superamento in avanti della crisi delle democrazie. Syriza e Podemos, nelle loro differenze, hanno in comune il merito di aver saldato le  radici storiche con la capacità di costruire un blocco sociale moderno, lavori e linguaggi del tempo presente.

Non mi sembra di esagerarne i meriti, né – come qualche giocoliere ha scritto – siamo in cerca di un nuovo “Paese guida”; semmai siamo in cerca di una sinistra all’altezza delle sfide del presente. La radicalità del conflitto in atto sfugge solo a chi vuol negare il conflitto, per “naturalizzare” la storia e farla coincidere con l’apertura delle Borse. E questa radicalità ha fatto emergere ancor più che le socialdemocrazie europee – o meglio, questi partiti, come scrive Tsipras, “geneticamente modificati” – hanno esaurito la loro funzione politica, perché hanno tradito la loro storia di soggettività critica, di espansori della democrazia, dentro il campo capitalistico. Hanno ribaltato le loro contraddizioni: prima rappresentavano il mondo del lavoro, con dei cedimenti finalizzati alla legittimazione politica; ora hanno assunto il punto di vista liberista, tentando (in alcuni casi, e inutilmente) di mitigarne gli effetti, per legittimarsi di fronte alla loro storia. Lasciamo stare Renzi (che con quella storia non ha nulla a che fare, e però se n’è impossessato con facilità estrema), ma è impressionante vedere Hollande e Schultz, in particolare, ridotti a comparse che continuano ad avere le movenze dei protagonisti. Tsipras, ricordando che è il popolo, non i manutentori degli ingranaggi finanziari, a dover decidere il destino d’Europa, ha dato corpo e chiarezza a oltre trent’anni di subalternità politica e culturale; ma ha reso, anche, chiare le responsabilità dei governi europei, di fronte alla Grecia, ma, soprattutto, di fronte ai loro popoli ed alle conseguenze – meno evidenti, ma non meno drastiche – delle politiche di questa austerity a senso unico, verso i cittadini degli altri stati europei. Per questa ragione (non per mancanza di efficacia economica), perché, cioè, rendevano chiaro all’Europa che altri dovevano caricarsi i costi della crisi, i burocrati di Bruxelles hanno respinto la proposta di accordo del governo greco. Per questa stessa ragione, tutta politica, di prospettiva, non potendo decidere – grazie alla mossa del cavallo del referendum – né quale governo i greci debbano avere (perché, per inciso, il voto da a Tsipras un consenso ancora maggiore di quello della sua elezione), né quale politica sociale debba adottare, hanno ripiegato sul veto a Varoufakis, il quale ha dimostrato loro cos’è un uomo di Stato e un militante politico.

Ora il conflitto è, fino in fondo, europeo ( e, per certi versi, mondiale); non nel senso che si è spostato nelle segrete stanze di Bruxelles, ma nel senso che Atene si è fatta Europa, parla con voce chiara agli altri popoli europei, persino ai tedeschi; indicando una strada nuova, che i vecchi partiti (anche quando sono nuovi) del PSE non sono in grado di percorrere, né di vedere. Temi per troppo tempo evocati e mai affrontati veramente – il nuovo modello di sviluppo, il “chi decide”, il rapporto tra mercato e democrazia – sono posti oggi, da un Governo sovrano e forte, al centro non di un’elaborazione teorica, ma di un conflitto vitale per tutto il vecchio continente. Questa sinistra greca è stata, finora, all’altezza della sfida perché non ha avuto paura di caricarsi sulle spalle il destino del suo Paese e, insieme, quello d’Europa; e non è che non avesse alternative, poteva sempre tradire se stessa o ritagliarsi un ruolo profetico e minoritario.  Al resto della sinistra europea, a cominciare da quella italiana, saper incarnare, nei propri Paesi e nel Parlamento europeo, il senso di questo conflitto e di questa capacità egemonica. Quello che, in Italia, si muove e si unisce (non solo a Roma, ma anche nelle province) non è poco, ma non è abbastanza; serve un salto di qualità nel corpo del Paese e negli “stati maggiori”. Con il referendum greco, la battaglia è appena cominciata; se la perdiamo veniamo, più o meno, annientati. Ma non si vince, ormai, solo ad Atene; si vince o si perde in ogni città, in ogni quartiere, in ogni posto di lavoro, in ogni scuola d’Europa.