Monthly Archive, giugno 2015

Lavorare per l’ umanità

La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare… L’umanità ha ancora la capacità di collabora­re per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringrazia­re tutti coloro che, nei più svariati settori dell’at­tività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Merita­no una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo” (Intr. par. 13). E’ indiscutibile che con la Laudato si’, Papa Bergoglio abbia impresso al suo pontificato un salto di qualità; ma credo che sarebbe un giudizio riduttivo. L’ enciclica, letta in relazione con le parole pronunciate al Parlamento europeo, ne raccoglie e chiarisce la sostanza, la approfondisce e rilancia la sfida alle democrazie del XXI secolo. Il Papa non si limita a commentare ed analizzare, si fa parte in un conflitto globale e decisivo per le sorti dell’umanità, consapevole delle ragioni universali di cui è portatore e che esse richiedono, per strappare il velo dell’ipocrisia e dell’indifferenza, un linguaggio altrettanto radicale e chiaro. Chiaro, perché raggiunga ogni essere umano della Terra; radicale, nell’avvicinarsi, come mai un Pontefice aveva fatto, ai nessi materiali, strutturali, che legano, nella categoria dello sfruttamento e del profitto, il degrado biologico e i meccanismi economico – sociali.

Nel frattempo i poteri economici conti­nuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignora­re ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degra­do ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi.” (cap.VI, par. 56)

Il modello neoliberista, nelle sue radici economiche e nel modello di relazioni sociali ed umane, viene chiamato in causa frontalmente: “L’iniquità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali.” …”

Il debito estero dei Paesi poveri si è tra­sformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro fu­turo. La terra dei poveri del Sud è ricca e poco in­quinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e del­le risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commer­ciali e di proprietà strutturalmente perverso.” (cap. V, par. 51 – 52); e ancora: “Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.” (cap. V, par. 49). Questa politicità profonda è sottolineata dai costanti riferimenti al magistero delle chiese del terzo mondo: dalla Conferenza dei Vescovi dell’Africa del Sud, alla Conferenza Generale dell’Episcopato Latino – Americano, alla Lettera Pastorale dei Vescovi delle Filippine, a quella boliviana, o della Patagonia argentina, fino al Documento di Aparecida del 2007; la Chiesa che Bergoglio conosce bene; la Chiesa di Padre Mario Bartolini e della Radio dei nativi dell’Amazzonia peruviana che si batte per il diritto alla diversità bio e sociale, per la terra e per gli uomini.

Il testo torna a chiamare in causa l’impotenza o l’asservimento delle democrazie, di fronte al paradigma neoliberista (cioè, di fronte alla forma storicamente determinata, diremmo noi, del capitalismo contemporaneo); e non sono parole che, mi sembra, possano non riguardare la sfida aperta in Europa: …perché non si possono nemmeno ignorare gli enormi interessi economici internazionali che, con il pretesto di prendersene cura, possono mettere in pericolo le sovranità nazionali.” (cap. III, par. 38). E’, in sintesi, da quel versante, un manifesto etico e politico per il XXI secolo. Pochi giorni dopo l’attentato di Parigi, Luciana Castellina scrisse un articolo importante, in cui sottolineava la necessità di una nuova stagione dell’universalismo democratico, che non alludeva solo – penso – al fenomeno delle migrazioni ed alle diversità religiose, ma ad una rigenerazione del contratto sociale e della convivenza solidale sul pianeta; un terreno sul quale oggi l’Europa politica si trova ad essere retroguardia. Mi è tornato in mente leggendo: “Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale…ognuno con la propria cul­tura ed esperienza…” (Intr. cap. 14); ripeto, perché mi sembra davvero molto laico, “ognuno con la propria cultura ed esperienza”.

Non sarebbe serio nessun “corto circuito”, ma non si può neanche sfuggire, come sinistra europea ed italiana, al fatto che la mappa di un viaggio – profondo, comune e di lungo periodo – è sotto i nostri occhi; un viaggio che il politicismo subalterno europeo (a cominciare dalle socialdemocrazie, come le definisce Tsipras, “geneticamente modificate) non è in grado neanche di pensare. Ma che la sinistra deve saper intraprendere; scoprendo che, forse, sarà proprio questo livello globale e la radicalità della propria strategia a consentirle, anche in Italia, di riaprire una sfida per l’egemonia, che è, oggi, anche una sfida per rianimare una democrazia morente.

Il Papa indica un terreno a chi vuole salvare e rinnovare le democrazie contemporanee, quando scrive: “Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichi­no strade…Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia.” (cap. VI, par. 53).

In realtà, mi sembra che ci sia anche di più, in questo testo; si traccia una linea di analisi delle trasformazioni antropologiche, che hanno conseguenze dirette e profonde sulla qualità delle relazioni umane e sulla stessa libertà consapevole: “A questo si aggiungono le dinamiche dei media e del mondo digitale, che, quando diven­tano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correreb­bero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione. Questo ci richiede uno sforzo affinché tali mezzi si traducano in un nuovo sviluppo culturale dell’umanità e non in un deterioramento della sua ricchezza più profonda. La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incon­tro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquina­mento mentale.” (cap. IV, par. 46).

E’ impossibile, anche, ignorare un altro aspetto della questione, non disconnesso dall’Enciclica. Il documento dei Vescovi italiani – le cui novità, sono d’accordo con chi l’ha scritto, non vanno enfatizzate oltre misura – viene reso pubblico all’indomani della manifestazione omofoba e spudoratamente reazionaria di Roma, e contiene un messaggio di apertura, su tematiche molto difficili per la Chiesa cattolica, in linea con altri segnali forti, anche umanamente, che il Papa ha dato in questi mesi. Che sia in atto uno scontro, dottrinario e culturale, nella Chiesa, non si può non coglierlo e sarebbe un errore sminuirne la portata; come mi sembrerebbe sbagliato – da marxista e da laico – misurare la novità delle posizioni altrui, sul mio metro. Lavorare per l’umanità, ha detto Marx tanto tempo fa; oggi come ieri, significa lottare contro il liberismo; possibilmente non da soli.

Gli anni

L’Orma, casa editrice romana, ha mandato in stampa, un mese fa, la traduzione di un bel libro di Annie Ernaux, Gli anni , pubblicato da Gallimard nel 2008. Prima di leggerlo (e, un po’, anche mentre lo leggevo) mi sono chiesto come mai in Francia fosse diventato un best seller. Perché è, appunto, bello, gradevole e non superficiale; ma non certo un “capolavoro”.

In realtà, però, rileggendone subito, appena finito, alcune parti, mi sono reso conto che superficiale era stata, invece, la mia prima impressione e, dunque, anche l’origine del mio dubbio. Il genere, in sé, non è nuovo; si tratta, infatti, di un’autobiografia per “immagini raccontate”, dal secondo dopoguerra ad oggi (l’autrice ha 75 anni). Cosa, quindi, ne ha decretato un successo così ampio, almeno nel suo Paese? Credo, essenzialmente, questo: la storicità non didascalica del testo; la capacità di ricostruire la trasformazione del proprio io, inevitabilmente dentro i processi storici, determinanti anche nell’assenza della consapevolezza del soggetto. “…Una delle grandi questioni che dovrebbe far avanzare la conoscenza di sé è la possibilità, o l’impossibilità, di determinare come, in ogni età e anno della propria esistenza, ci si rappresenta il passato”. Il mondo è determinante anche quando è rimosso; e, nella consapevolezza che la quotidianità piccolo – borghese la allontana dal mondo, c’è la vera presa di coscienza dell’autrice, la riappropriazione retrospettiva della propria vita come esperienza collettiva, una postuma assunzione di responsabilità verso il passato. E’, in sostanza, la centralità del tempo storico e l’inscindibilità tra esso e il proprio io a rendere, nello scorcio iniziale del XXI secolo, questo libro quasi esotico, nell’epoca – direbbe Hobsbawm – del presente dilatato e dell’ipertrofia dell’io.

L’esotico ci affascina, al tempo stesso, per la sua distanza spaziale e temporale e per la sua specularità con la nostra vita. Ed è impossibile leggere Gli anni, senza specchiarsi – tra distanza e profezia – in questi anni.

Andava di moda la leggerezza, la ‘strizzatina d’occhio’”; “In primavera non succedeva più niente, né a Parigi né a Praga…Le persone confondevano libero e liberale, pensavano che la società così chiamata fosse quella che permetteva di avere il massimo di diritti e di cose”. La distanza sta nell’innocenza originaria di quell’irresponsabilità dei primi anni ’70; la profezia non va neanche spiegata. Poco prima, nel Maggio del ’68: “…nel Quartiere latino erano state erette barricate come ad Algeri dieci anni prima…Ci riconoscevamo negli studenti di poco più giovani che lanciavano sanpietrini sui poliziotti. Al posto nostro chiedevano conto al potere di anni di censura e repressione, della violenza poliziesca sui manifestanti contro la guerra in Algeria…Vendicavano l’addomesticamento della nostra adolescenza”. Neppure un anno dopo: “Si poteva partire per le vacanze…come se non fosse successo niente.”

Un libro onesto è, oggi, un libro utile; capace di aiutare a capire che si può rivivere coscientemente il proprio passato – breve o lungo che sia – per percepire collettivamente il presente; questa, che a molti sarebbe sembrata una verità scontata negli anni settanta, oggi può apparire a molti altri (ma a volte anche agli stessi) una scoperta esotica.

E’, dunque, se non essenziale, un libro utile; e ciascuno dovrebbe scrivere il suo, anche perché, come dice la Ernaux: “ Tutte le immagini scompariranno…Si annienteranno d’un tratto le migliaia di parole che sono servite a nominare le cose, i volti delle persone, le azioni e i sentimenti che hanno dato un ordine al mondo…”.

 

Tra le possibilità e il baratro

Il voto delle regionali, al di là della comprensibile articolazione, ci dice che la sinistra italiana non è scomparsa, ma – salvo alcune realtà virtuose – non va oltre risultati residuali. Non è utile aggrapparsi ai, pochi, risultati positivi; serve capire e reagire. Capire insieme e reagire insieme. Non ci sono (almeno, non ancora) né Podemos, né Syriza e chi dicesse: “Podemos sono io”, sbandierando qualche percentuale un po’ più alta, assomiglierebbe più a vecchi vizi che a nuove possibilità.

L’astensione è cresciuta ancora e le liste della sinistra non l’hanno intercettata; siamo, nella sostanza, rimasti ancora schiacciati tra PD, 5 Stelle e persino Lega; che, in molti casi, hanno perso un sacco di voti, ma solo in minima parte sono stati raccolti dalle liste della sinistra. Persino gli insegnanti – moltissimi dei quali non hanno votato PD – ci hanno sostenuto in misura più ampia di altre categorie sociali, ma non certo determinante.

D’altra parte, “liste della sinistra” è una perifrasi, non un soggetto politico; e, tra l’altro, pezzi della sinistra in alcune regioni erano in coalizione col PD, in altre in netto conflitto con quel partito; già questi due elementi disorienterebbero persino una guida indiana. La metafora non è casuale, perché, se ci guardiamo, pirandellianamente, dal di fuori, vediamo tante tribù, cioè tanti tentativi di ricostruire una sinistra, almeno, consistente, che dicono cose anche simili ed anche giuste (almeno di solito), con linguaggi differenti o identici, ma, nel migliore dei casi, si fanno da lontano i segnali di fumo; ciascuna convinta di possedere la sostanza capace di aggregare, ma tutte in attesa di un leader, che non si capisce se dovrà essere scoperto al loro interno, o venire da Marte.

Prese singolarmente, queste realtà, questi luoghi di discussione, questi progetti (SEL e Human Factor, i “Comitati l’Altra Europa con Tsipras”, Rifondazione, il Manifesto, “è Possibile”, il “Network del Socialismo europeo”, la stessa “coalizione sociale” – se ho dimenticato qualcuno mi scuso), nella loro diversità mi sembrano strumenti indispensabili e nulla di esse dovrebbe essere disperso, ma nella loro separatezza, in questo “farsi le lontananze”, assolutamente insufficienti. E di questo stato di cose, i più hanno – credo – piena consapevolezza; come ne abbiamo del fatto che non si tratta di “fondere”, ma di ricostruire e di affermare (starei per dire: divulgare) una cultura, una strategia politica, un movimento di massa. Fondere no; ma mettersi a sedere e ragionare sul serio, sì; trovare un “nome” comune, magari (per esempio, ma è davvero solo un esempio, “Possiamo” non è poi così brutto, e sarebbe un atto di umiltà, verso chi ha saputo farlo presto e bene); definire una “linea” comune, almeno (come diciamo noi insegnanti) ai livelli di base; individuare le due, tre campagne di massa da sostenere insieme, a cominciare dalla scuola (qualcosa che faccia dire alle persone: “Ah, sono quelli lì!”).

Aggiungo tre elementi di discussione, che a qualcuno sembreranno ovvi, a qualcun altro meno: il PD, che non ha più gli anticorpi minimi per le proprie degenerazioni, non si cambia né dall’interno, né dall’esterno, ma si può sconfiggere il renzismo solo costruendo una cosa seria e radicalmente autonoma a sinistra; il Movimento 5 Stelle non ha la lebbra e, oltre a rapportarsi ad esso in modo meno apodittico e più analitico, sarebbe il caso, a livello nazionale e nei territori, di provare seriamente a costruire vertenze, progetti e battaglie comuni; bisogna gettare più energie ed intelligenze nel conflitto sociale e meno in ingegnerie organizzative.

Da un lato Mafia capitale e le mafie si mangiano il Paese, dall’altro la finanza europea sta impiccando la Grecia; se le tribù continuano coi segnali di fumo, il “generale Custer” (quello vero, il liberismo europeo e mondiale) finirà con lo spazzarle via.