Monthly Archive, marzo 2015

L’Umanità del rifiuto.

La Resistenza al nazifascismo è stata un fenomeno plurale, sia nelle forme della sua pratica, che nelle motivazioni soggettive e nei livelli di coscienza. Ed è stato un processo non solo nazionale, com’è noto, ma europeo e mondiale; tanto quanto globale è stata la guerra scatenata dai fascismi ed il loro progetto di dominio. Tra l’altro, in larga parte dei Paesi extraeuropei, essa si è intrecciata – a volte anche contraddittoriamente – con le nascenti rivoluzioni anticoloniali.

In Europa, come in Italia, il lavoro degli storici e della memorialistica, sul piano della ricerca e della divulgazione, ha evidenziato esperienze significative (in qualche caso, di vaste proporzioni) di solidarietà delle popolazioni civili, nei confronti dei resistenti, dei militari alleati, dei tanti perseguitati ( si potrebbe usare un’espressione più sintetica, ma sgradevolmente omologata alla logica dei persecutori: delle tante categorie di perseguitati). Forme diverse e, appunto, mosse da motivazioni differenti: dal rifiuto e dalla stanchezza per la guerra a quello verso la dittatura; dalla spontanea solidarietà umana verso chi era braccato, al supporto più consapevole e politico verso la guerra partigiana, fino al fenomeno meno diffuso, ma non meno importante di una definita coscienza non violenta. Una classificazione che risulterebbe comunque riduttiva, di spinte in cui la dimensione storico-politica e la soggettività umana si fondono profondamente, nel turbine di una tragedia immane.

Le stesse definizioni: Resistenza civile, Resistenza non armata (come, del resto, quelle di Resistenza armata, guerra partigiana, o patriottica, o guerra civile) è terreno di dibattito, persino di conflitto; tanto più acceso, quanto meno, nei diversi Paesi, esista una memoria condivisa.

Di fatto, nella loro pluralità, quelle esperienze sono reali e documentate e, per prima cosa, mettono in discussione le rappresentazioni (in particolare quella defeliciana) di una guerra tra minoranze ideologizzate e, nel contempo, di una vastissima zona grigia – che pure, indubbiamente, vi fu – segnata dal tarlo nazionale dell’opportunismo attendista; un’interpretazione che, volontariamente o meno, è stata funzionale al qualunquismo ed al conservatorismo. Quelle storie (le pietre senza cui l’arco – direbbe Calvino – non esiste), aiutano a ripensare, anche in chiave anti revisionistica, la Storia della Resistenza; possono servire a sottrarla, contemporaneamente, alla riduzione svalutativa ed alla retorica celebrativa; due forme di rimozione fin troppo conosciute, almeno in Italia.

In Francia, tra qualche giorno, verrà inaugurata la nuova veste della Maison d’Izieu: un casolare ed un borgo dell’alta Savoia, in cui una coppia nascose e salvò molte decine di bambini ebrei; l’ultimo gruppo dei quali venne scoperto dai nazisti. L’ordine con cui il boia di Lione, Klaus Barbie, ne ordinò la deportazione, fu, poi, decisivo per la sua condanna, da parte della Giustizia francese. A pochi chilometri, a Dieulefit, una coppia di donne omosessuali, salvò e curò centinaia di maquisards, realizzando, poi, in quel sito, una scuola per ragazzi con problemi psichici. Lungo la Valle del Tenna, nelle Marche, decine di famiglie, prevalentemente contadine, e a Fermo persino i frati francescani (aiutati da un fornaio comunista), nascosero centinaia di soldati inglesi e di ebrei, fuggiti – a seguito di un’azione alleata e di un’altra partigiana – dal Campo di concentramento e di smistamento di Servigliano (dove oggi le istituzioni locali hanno realizzato, recuperando la vecchia stazione ferroviaria, un’aula didattica della Memoria). Ma ancora, dalla Danimarca alla Polonia, dalla Slovenia a Roma e a Modena, un fiorire di ricerche e studi; non solo per raccontare, ma anche per definire il profilo di quella che Sémelin, tra i primi, ha definito, appunto, Resistenza civile.

A questa Storia e a queste storie, l’ANPI Marche e l’Istituto fermano per la Storia del Movimento di Liberazione, hanno voluto, in occasione del Settantesimo anniversario della Liberazione, dedicare un Convegno internazionale: “L’Umanità del rifiuto. La Resistenza civile in Italia e in Europa”. A Fermo, presso il nuovo museo provinciale “MITI”, si incontreranno, per due giorni – 10 e 11 aprile – storici italiani ed europei; da Brunello Mantelli a Ercole Ongaro, da Antonio Parisella al danese Hans Bonde, da Michela Cerocchi alla slovena Nevenka Troha, da Filippo Ieranò a Maria Teresa Milano, a Davide Artico. Racconteranno e rifletteranno sullo stato della ricerca, sulle categorie interpretative e sul senso storico di queste forme della partecipazione popolare europea alla Liberazione. Il proposito è, tra l’altro, quello di dare vita, a partire dal Convegno, ad un portale e ad una rete europea di studi e di luoghi della Memoria.

L’Europa dei popoli e della democrazia si costruisce anche facendo emergere e lasciando memoria viva delle sue storie e delle forme diverse della sua lotta per la libertà. Tra populismi mediatici e neofascismi, mi sembra importante continuare a studiare e far conoscere la complessa e articolata vicenda di questa lotta di popolo che, con o senza armi, ha costruito le premesse di una democrazia europea, oggi così fragile e così radicalmente posta in discussione.

Il Gigante controvento

La storia di Michele Pantaleone è un pezzo corposo e ricco della storia civile della Sicilia e del Paese intero. Ce la racconta un suo più giovane amico ed omonimo, Gino Pantaleone, in un libro appassionato e documentato, che merita di essere maggiormente conosciuto, Il gigante controvento. Michele Pantaleone: una vita contro la mafia (SCE Edizioni).

Giornalista, deputato dell’ ARS, militante della sinistra, delle lotte contadine e contro la mafia; autore, dagli anni 60, di libri fondamentali come Mafia e politica e Mafia e droga; processato ed assolto (dal 70 al 76, a Torino), con Giulio Einaudi, per le accuse di mafiosità al Ministro Gioia; consulente di film importanti come Il sasso in bocca; poi, la prima Commissione Antimafia e la coraggiosa denuncia della sua inutilità.

La vita di questo personaggio straordinario, da Villalba a Palermo, a Roma e Torino, è quella di un intellettuale organico, si sarebbe detto un tempo; profondamente legato alla sua terra, ma tra i primi a denunciarne la connivenza diffusa col potere mafioso e con le sue radici feudali.

E’ stata un’esperienza emozionante partecipare, con Gino Pantaleone, alla presentazione del volume agli studenti, in una scuola marchigiana (lontano dalla Sicilia, ma non dalla penetrazione mafiosa); un incontro creato dal Tavolo della Legalità della provincia di Fermo. Gino è un poeta, che si fa biografo, storico, narratore e militante della democrazia. Per due ore, in un silenzio vivo, sessanta adolescenti hanno sentito parlare dei decreti Gullo, dei comizi di Girolamo Li Causi, dei campieri e dei feudi degli anni 50; ma anche di Danilo Dolci e Giuseppe Ferrara. Soprattutto, però, hanno potuto cogliere il nesso profondo tra le lotte per la terra, per la dignità del lavoro e la democrazia; hanno potuto guardare, attraverso lo squarcio aperto dai Pantaleone (il narratore e il narrato) l’idea della libertà come condizione e costruzione collettiva, l’idea della politica come lotta delle idee e crescita degli esseri umani. Merito di quell’esistenza formidabile e di chi, in modo formidabile, la racconta; sono uscito con una lacrima, una volta tanto, non di rimpianto, ma di speranza.

Istantanee

La prima: un gruppo di adolescenti, a Forlì, che organizza ricatti sulle perversioni degli adulti. Intercettazioni che lasciano attoniti, sia per la violenza, verbale e psicologica, profondamente introiettata; sia per l’ossessione del denaro; sia, soprattutto, per l’immagine della vita e degli stessi adulti che a questi ragazzi è stata trasmessa.

La seconda: una ragazza robusta, sola e problematica – ma anche molto violenta – che picchia, a lungo, brutalmente e senza alcuna pietà, un’altra più giovane e più debole; mentre altri stanno a guardare, non intervengono e, naturalmente, filmano e postano; lei si vanta, lei prova ad aggredire anche i poliziotti, lei protesta perché le hanno sequestrato il cellulare.

La terza: a Napoli, minorenni che compiono pesanti atti vandalici su un autobus; autisti che rivelano di aver subito minacce e tentativi di aggressione.

Episodi diversi; non certo i primi in Italia, né i soli; in qualche modo, nemmeno i più gravi. Se, poi, allarghiamo la prospettiva ad altre realtà europee, magari metropolitane; o, ancor più, alle megalopoli del mondo, tra violenza subita e agita dagli adolescenti o dai bambini, queste immagini diventano dei puntini infinitesimali. Invece voglio tenere fermo lo zoom sul primo piano di casa nostra; non per anatemi apodittici e nostalgici o per ipocrisie sociologiche e paternalistiche che fanno essere – direbbe Francesco Guccini – così chiari, precisi e banali da non dire niente. Per questo ci sarà qualche salotto televisivo in prima serata.

A me interessa l’umanità che stiamo producendo. Proprio in questo quarantennale dell’assassinio di Pasolini, quelle istantanee mi hanno impressionato – così, tutte insieme, quasi nelle stesse ore – perché ho immaginato che prendesse, simbolicamente, corpo la profezia – meglio, la previsione – della sua ultima intervista: quell’acqua che sale, perché i tombini sono intasati. In realtà, tale è il livello di omologazione e di pseudo orizzontalità, sociale e comunicativa, che non deve più salire niente, semmai dilaga e cancella la coscienza del disastro antropologico che stiamo vivendo.

E mi interessa (lo dico con un corto circuito volutamente stridente) la politicità di quelle istantanee (che, per inciso, sono istantanee per noi, in quanto lettori o spettatori; non per le loro vite di ragazzi o per le nostre, come insegnanti o genitori). Perché se ha un senso ripensare e rifondare la sinistra, è quello di costruire – non ricostruire – una coscienza contemporanea dentro questo disastro ed una coscienza storica di esso; sconfiggendo, prima di tutto, la finzione ideologica di chi non lo riconosce. La nostra generazione, la sinistra adulta, non può occupare il futuro di queste più giovani e di quelle che verranno; né, però, può lavarsene le mani. Può e deve trasmettere loro gli anticorpi che ancora possiede, perché li usino, poi, a modo loro. A cominciare dal conflitto che è sempre (lo dico senza polemica) sociale e politico. Ed è sempre veramente culturale, solo quando è sociale e politico.

Niente di troppo astratto. Solo cose concrete e vita reale. I riformisti parlano di riforma del lavoro precarizzando il futuro di quei ragazzi delle istantanee; parlano di “Buona scuola” facendo finta di ignorare che una buona scuola può esistere solo nel contesto di rapporti sociali, quantomeno, equilibrati, e che pongano la crescita degli esseri umani al centro; che la buona scuola comincia fuori dalla scuola, in un tessuto sociale solidale e non ossessivamente competitivo; e, dunque, non scaricando la competizione dentro la scuola stessa. La buona scuola, cioè la formazione di persone e cittadini, si fa, soprattutto, non lasciando soli quei ragazzi, quando sono fuori dalla scuola; si fa con servizi sociali che funzionino e che abbiano risorse, con Comuni e Province che non vengano massacrati dai tagli dei memorandum italiani, chiudendo o non avendo strutture aggregative e culturali. Si fa, la buona scuola, e si combatte il vuoto, interrogandosi seriamente (non con le consultazioni plebiscitarie, ma con un serio confronto culturale) su come stanno cambiando i processi conoscitivi, gli spazi di riflessione astratta e di conoscenza concreta, la gestione degli istinti e delle emozioni – cioè, in sintesi, il pensiero – degli esseri umani di oggi e di domani.

Questo i riformisti d’accatto non lo fanno, perché sono piazzisti del consenso e nel vuoto ci sguazzano. La sinistra dovrebbe farlo, invece, e dovrebbe farlo presto e con quei giovani, con i loro insegnanti, con i loro genitori, persino con i loro parroci o capi scout. Perché, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare problemi più politici e identitari di cosa saranno questi giovani, assai più rilevante rispetto a cosa voteranno.

Una ricostruzione della democrazia, della giustizia e della libertà del terzo millennio, questo è il compito universale della sinistra. E, del resto, lo è già stato in quell’altro secolo. Le coscienze delle persone, delle masse, e soprattutto dei più giovani, oggi sono terreno privilegiato di conquista della mercificazione; assai più che vent’anni o trent’anni fa. Dovremmo tornare a farlo diventare, invece, un grande problema pedagogico, storico, civile; il grande problema della democrazia, inscindibile da quello della dignità del lavoro o dall’antico problema del controllo dei processi produttivi, di cui il pensiero è, sempre più (e molto più di quando Harry Braverman ce lo insegnava) parte essenziale.

Nessuna astrattezza e nessun catastrofismo. Solo, queste istantanee ci ricordano che serve, alla sinistra, un salto di qualità nella coscienza storica dei compiti e della battaglia, di lungo periodo, che deve affrontare. Forse questo aiuterebbe, almeno un po’, ad uscire dalle secche del politicismo e di distinzioni che, tra un po’, non si leggeranno più neanche al microscopio.