Monthly Archive, febbraio 2015

I muri e gli archi

Immaginiamo il 1947. De Gasperi, di ritorno dagli USA, ha appena rotto il governo di unità antifascista e cacciato dal governo comunisti e socialisti; nelle piazze di tutta Italia impazza uno scontro duro, feroce, tra comunisti e democristiani; basta una pagina di Palmiro, con la lingua scanzonata e geniale di Luigi Di Ruscio, a farci percepire l’aria di quel dopoguerra, sospeso sull’orlo della guerra civile. Gli stessi protagonisti di quello scontro, però, intanto, a Montecitorio, nell’Assemblea Costituente, costruiscono le colonne, gli archi, i muri portanti della democrazia repubblicana.

Onorevoli colleghi, io vi chiedo di meditare con me intorno ai problemi fondamentali che concernono la costruzione del nuovo edificio costituzionale…Io mi sono detto: l’attuale crisi costituzionale non è senza una essenziale relazione con l’attuale crisi storica; crisi che investe tutti i rapporti umani, sia teoretici che sociali. Perciò se vogliamo veramente ritrovare la linea solida di questa nuova architettura costituzionale, sarà necessario impostare, nella prospettiva della crisi che travaglia la civiltà contemporanea, l’attuale crisi costituzionale…Come è stato costruito, secondo quale architettonica il nuovo edificio costituzionale…dovrebbe avere salde fondamenta, sicuri muri maestri ed una volta ben costrutta, proporzionata ai muri e proporzionata alla base…La Costituzione è la maschera giuridica che si mette su questo corpo della società…Concerne tutti i rapporti sociali dal punto di vista del diritto…Sia nella prima parte, quando definisce i rapporti dei singoli con lo Stato, ed i rapporti dei singoli fra di loro, sia nella seconda parte, quando, mediante la struttura dello Stato, esso dispone in modo che questi diritti abbiano la tutela ed abbiano le garanzie”. Ho scelto, tra i tanti possibili, non a caso, un intervento di La Pira; non pronunciato di notte, ma in una seduta pomeridiana del marzo del ’47. Soprattutto, né lui, né De Gasperi si sarebbero sognati di votare da soli su tali materie.

E’, però, al di là del livello (che non è quello di Boschi o Del Rio), il contenuto di questo breve stralcio, che dovrebbe impressionare, letto oggi. Architettura ed equilibri, coscienza della crisi storica, garanzie, nella seconda parte, dei diritti fondamentali. Su questi presupposti, pur tra tensioni e pericoli, si è retta per settant’anni, questa Repubblica. Perché, se pure alcune colonne – i partiti di massa – si sono modificati, fino a scomparire, i muri portanti, gli equilibri, i diritti e le garanzie, erano solidi; in alcuni casi – lo Statuto dei lavoratori, appunto – persino rafforzati.

Lo smantellamento a cui stiamo assistendo non ha precedenti nella storia repubblicana, né per assenza di coscienza storica e di architettura costituzionale, né per l’assenza di equilibri istituzionali, né per la demolizione delle tutele e delle garanzie. Quanto è accaduto in Parlamento, sulle norme costituzionali, e i decreti attuativi del jobs act, come l’arroganza del Presidente del Consiglio, da ventriloquo padronale, contro Landini e la Fiom, è, ovviamente, parte dello stesso disegno demolitore. Nell’incoscienza più profonda, si fanno tenere la matita da chi tenta di mettere la Grecia con le spalle al muro: svuotare la democrazia, rendere debole il conflitto, ingabbiare, fino a cancellare ogni corpo intermedio, lasciare le mani libere ai populisti utili e obbedienti (che, in Grecia, possono essere i fascisti; ma, d’altra parte, è un film già visto); perché l’Europa che preparano e l’Italia che disegnano, deve redistribuire risorse e poteri verso l’alto; perché, per il mercato, la democrazia è uno strumento tra gli altri, non sempre il migliore.

Dunque, quello che sta accadendo in Italia è senza precedenti. La risposta democratica di cui c’è bisogno, dev’essere, anch’essa, senza precedenti. Non mi sembra ci sia più spazio per tentennamenti, attese o “ditte” cui essere fedeli. Si è parlato tanto in questi anni, spesso a sproposito, di interesse nazionale; serve una sinistra nuova e di massa, che difenda e rafforzi quei muri e quegli archi; come in Grecia, come in Spagna, come in Irlanda, è il caso di dire: “ce lo chiede l’Europa!”.

Il dito e la luna

A pagina 1 del “Manuale del bravo minoritario” – ammesso che esista – deve esserci scritto che, qualunque cosa sia accaduta, se i tuoi nemici esultano non può essere una buona cosa; e se sono soddisfatti anche i tuoi amici, sono dei traditori o degli ingenui. E’ un testo che una sinistra nuova dovrebbe buttare subito.

E’ la reazione che più di qualcuno deve aver avuto, a sinistra, vedendo la soddisfazione di Renzi e dei suoi cloni e contemporaneamente quella di Niki Vendola, dopo l’elezione di Mattarella. Al “bravo minoritario” non importa che si trattasse non di qualche disegno di legge, ma dell’elezione del Presidente della Repubblica. Non conta, per questo singolare animale politico, che Sergio Mattarella possa essere un ottimo Presidente, cioè, prima di tutto, un rigoroso garante della Costituzione; che abbia scelto con convinzione il percorso del popolarismo democratico, mentre un’altra fetta della DC virava a destra e diveniva parte dell’avventura berlusconiana; che, ancora prima, mentre la corrente di Napolitano flirtava con Craxi, si sia opposto alla Legge Mammì, fino alle dimissioni; che, infine, il nome fosse esterno al “patto del Nazzareno”. Conta solo che il nome l’abbia fatto Renzi e ne abbia tratto un vantaggio mediatico e, nel breve periodo, politico. A voler seguire le contorsioni mentali di ogni logica minoritaria, che non guarda mai un palmo oltre il proprio naso, si potrebbe obbiettare che quel nome indica quanto gli spazi, in cui il renzismo si muove, non sono poi così ampi come la sua sicumera farebbe pensare. Ma non seguiremo oltre questa logica, perché non ha mai prodotto altro che disastri; si nutre, non diversamente dal renzismo, dei titoli del giorno dopo e dei sondaggi del giorno prima.

Non si tratta di negare la sapienza tattica di Renzi, o le motivazioni di Alfano. Si tratta di comprendere che quelle motivazioni, diciamo soggettive, non sono la realtà; o meglio, non sono tutta la realtà e non saranno quelle ragioni a definire il senso della scelta che il Parlamento ha compiuto. Chi può pensare che le motivazioni di Berlinguer e Craxi fossero le stesse, quando votarono Pertini? Quali furono quelle prevalenti – non nello scontro generale, ma relativamente a quella precisa decisione – nel senso complessivo di tale scelta? Basta alzare lo sguardo un millimetro dall’orizzonte dei twitter, per comprendere che, prima di tutto, per i prossimi sette anni, nei limiti dei poteri assegnati al Presidente, la Costituzione è più al sicuro; cioè è più garantito il campo del conflitto sociale e democratico che ora torna al centro della scena e che, con tutta la sua materialità, definisce gli schieramenti.

Per il merito della scelta, non per come hanno votato i singoli gruppi, quel voto non modifica, se non in meglio – in modo importante, ma non decisivo – il quadro che abbiamo davanti. Ci dice, tra l’altro, che (senza nessuna sottovalutazione delle battaglie parlamentari o dei dialoghi tra i gruppi dirigenti) le energie più rilevanti vanno spese nella costruzione dei movimenti sociali, che questi hanno bisogno, già oggi, già dalle regionali di maggio, di un nuovo punto di riferimento a sinistra e che deve essere unitario e popolare; non vincente oggi, magari, ma credibile subito. Con un po’ di ironia: è la semplicità che è difficile a farsi. Facciamola, come ha detto il Presidente Mattarella, pensando alle sofferenze e alle speranze degli italiani e, aggiungerei, degli europei. Tsipras arriva in Italia, porta il vento di una battaglia di massa, non di un balletto diplomatico.