Monthly Archive, gennaio 2015

Avviso ai naviganti

L’uscita di Sergio Cofferati dal PD è un fatto politico, positivo e importante; comunque in nessun modo circoscrivibile – come pure qualche commento volgare ha cercato di fare – a ragioni di stizza personale. Cofferati ha una storia; probabilmente l’ha contraddetta in alcune fasi e per alcune scelte, come però molti (compreso chi scrive), ma non l’ha mai tradita. Sa che è da quel mondo del lavoro, che conosce bene e con cui era in piazza ancora una volta il 25 ottobre, che nessuna sinistra, oggi e domani, può staccarsi; e da quella storia, da quei conflitti reali, vecchi e nuovi, possono venire risposte per il futuro e una nuova stagione della democrazia.

Quello che è accaduto in Liguria non è altra cosa dal jobs act; come, mutatis mutandis, la corruzione che dilagò nel PSI, non era sganciata dall’attacco alla scala mobile e al mondo del lavoro. Non a caso, i discorsi di Berlinguer sulla “questione morale” e su quel governo “pericoloso per la democrazia”, avevano un filo rosso sottile e solido. Una mutazione genetica è fatta di cambiamenti quotidiani e impercettibili; poi di strappi brutali; nuovi referenti che impongono i loro metodi e i loro interessi. Quando un partito che ha nella sinistra le sue radici, rompe così brutalmente col mondo del lavoro, lo fa perché già i suoi gruppi dirigenti, centrali e periferici, sono, in larga parte, altra cosa. Anche sul piano morale, la Liguria viene dopo tanti segnali. D’altra parte, nella stessa Liguria o in Emilia, la penetrazione delle mafie ha trovato “terre di mezzo” assai prima di Roma. Tutto ciò non è scindibile dall’aver assunto, il PD, le parole, i valori, gli interessi dei forti, come propria identità sostanziale; pur coprendola con un velo, sempre più sottile e lacero, di una storia che, per vivere e rinnovarsi, può solo andarsene. Cofferati ha compreso che non si può camminare a sinistra, su una nave che va a destra. Quella è la rotta, dispiace dirlo – dispiace ancora, anche a chi, come me, da quel partito è uscito due anni fa – e non cambierà, perché il timone non verrà ceduto, e perché quella cultura hanno i suoi gruppi dirigenti e sempre più, a mio avviso nuovi pezzi di elettorato che, più che sommarsi, sostituiscono il precedente. Così occorre tuffarsi in mare aperto e lavorare per ricostruire la sinistra italiana.

In quel mare non si è soli; ci sono zattere e barche, per ora; ma si avvicinano sempre più, tra loro. A Bologna, all’Assemblea nazionale dei Comitati de l’Altra Europa per Tsipras, si è fatto un passo avanti e sono stati evitati passi indietro e divisioni, con senso di responsabilità, verso il Paese prima di tutto. Nessuno lì ha piantato bandierine o preconizzato un ennesimo partitino minoritario. Non tutti pensano le stesse cose; ma tutti pensano una stessa cosa: che serve costruire insieme una grande forza di massa, una nave ampia e robusta, che regga il mare e si prefigga – nulla di meno – di portare, navigando a sinistra, la democrazia, in Italia e in Europa, fuori dal gorgo in cui l’ha trascinata la subalternità al neoliberismo. Una giovanissima dirigente di Podemos, lì, ci ha detto non solo che si può fare, ma che, per farlo, bisogna fare ciò che la sinistra, con tutti i suoi difetti, ha saputo sempre fare: stare nei conflitti, parlare il linguaggio semplice e chiaro della realtà; che si possono inverare, nel mondo nuovo, valori antichi senza perderne la sostanza.

Mercoledì scorso, sul Manifesto, un’intervista a Tsipras (estratta da un libro importante e utile) e un bell’articolo di Luciana Castellina, ci hanno detto, con parole diverse, prioritariamente una stessa cosa: che dobbiamo, su scala europea e planetaria, ricostruire i cardini universali delle democrazie; che tocca farlo a una sinistra nuova, perché il trentennio della subalternità ha reso le socialdemocrazie europee non la cura, ma parte del male.

Il prossimo fine settimana, a Milano, SEL con Human Factor, offrirà un altro contributo importante al superamento delle nebbie del pensiero unico neoliberista, al programma della sinistra europea, che ha bisogno di energie fresche e di non frammentare né disperdere più quelle storiche. E’ un mare difficile, ma vivo, in cui vale la pena bagnarsi e nuotare insieme.

Le mani forti

La lunga Presidenza di Giorgio Napolitano non passerà, sicuramente, sul piano storiografico, sotto silenzio; così come non è stata, di certo, silenziosa politicamente. Proprio per questa sua natura tutt’altro che neutra, il giudizio su di essa sarà fortemente legato all’esito che questa fase politica avrà e, ovviamente, per le stesse ragioni, al punto di vista di storici e commentatori.

La durata stessa, quattro Presidenti del Consiglio con quattro schieramenti diversi ed un solo (inconcludente) passaggio elettorale in mezzo, una (altrettanto inconcludente) elezione di un altro Presidente della Repubblica; una crisi economica, morale e istituzionale tra le più gravi nella storia repubblicana; un passaggio traumatico di consegne istituzionali e politiche nel suo partito. Sarebbero stati ingredienti forti per chiunque, anche senza aggiungere la sua interpretazione decisamente interventistica.

Proprio questo è, e sarà, uno dei temi di divisione interpretativa; poiché tale interventismo è innegabile, anche dai più strenui sostenitori di questa Presidenza, se esso sia stato la salvifica e responsabile interpretazione di una oggettiva drammatica situazione; o l’espressione di una regia volontaria, ben al di là dei limiti previsti dalla Costituzione.

Credo che una delle risposte possibili, stia nella storia politica del personaggio, che si è trovato a gestire un potere abnorme anche per il vuoto politico – istituzionale dei partiti, ma che lo ha esercitato secondo un disegno coerente, appunto, con la sua storia.

Giorgio Napolitano, dalla fine degli anni settanta, è stato l’espressione di una precisa volontà di trasformazione, prima del PCI, poi dei suoi derivati, in una forza pienamente integrata nella società capitalistica. In questo orizzonte, subalterno e moderato, responsabilità nazionale significava – e significa – rimozione del conflitto sociale; riforma significava – e significa – aggiustare i meccanismi esistenti; rinnovamento significava – e significa – essere accettati nei salotti buoni del potere, nazionale e sovranazionale. Questa fu la sua interpretazione del “compromesso storico”, questa fu la sua interpretazione della Bolognina; questo spiega la sua apertura alla proposta craxiana di “unità socialista” e, soprattutto, la sua opposizione al Berlinguer dell’ “alternativa democratica”, dei cancelli di Mirafiori e del referendum sulla “scala mobile”.

Non è l’assenza di alternative ad aver, dunque, guidato la sua mano pesante, ma la possibilità – certo, favorita dalla dissoluzione della sinistra e, segnatamente, del gruppo dirigente post berlingueriano – di “normalizzare” una storia, non identificandola (com’è sempre stato per la sinistra) con quella del Paese, ma con quella delle sue forze dominanti. Naturalmente non è stato solo; ha avuto, in Italia e in Europa, occhi vigili e mani solidali di chi, in Europa e in Italia, ha interesse a far apparire come le uniche compatibilità possibili, quelle definite dagli stessi poteri economici che hanno generato gli aspetti peggiori della crisi.

E’ stato ed è – non da oggi, insomma – uno dei simboli più espliciti di questa rinuncia, di una parte della sinistra italiana ed europea a pensare un mondo diverso e a battersi per costruirlo. Ecco perché il successore a cui stanno pensando non potrà essere (né lo poteva quando, poi, lui fu rieletto) qualcuno che interpreti la Costituzione come un arco teso verso giustizia e libertà, ma uno per cui sia una foglia di fico in difesa dei privilegi dell’esistente; un Presidente complementare e funzionale al disegno di cui Renzi è, in Italia, l’esecutore.

La dura materialità della crisi, certo, può cambiare le carte in tavola; ma nessuna crisi da sola ha mai – proprio mai – determinato una svolta progressiva.

Tra i ricordi e questa strana pazzia

Ormai tanti anni fa, passeggiando per la Kalsa – nella Palermo più autentica – sentivo in lontananza un pezzo di musica mediterranea e pensavo a quanto Pino Daniele avesse fatto, col suo linguaggio semplice e spontaneo, per costruire il senso di una musica autenticamente multiculturale.

Piazza Plebiscito, il Napoli aveva appena vinto uno dei suoi rari scudetti, lui suonava, felice come un ragazzo; e felici erano tanti ragazzi (non tutti, come sempre a Napoli, esattamente virtuosi).

1977 (credo), Campo sportivo di Porto San Giorgio; “’Na tazzulella ‘e cafè”, la rivelazione di quello che, allora, era solo un simpatico genietto sconosciuto. Poi, come tanti della nostra generazione, molti momenti dell’adolescenza, della gioventù e dell’età matura, a Napoli o a Fermo, o in macchina. Malinconico o allegro, ironico o ingenuamente poetico, ma sempre in grado di “fare primavera” con le prime due note; Africa, America, Mediterraneo. Forse gli sarebbe piaciuto vedere i miei giovanissimi alunni ascoltarlo e discutere su quale fosse la poeticità delle sue canzoni. “Non calpestare i fiori nel deserto”, forti come la Ginestra (dove, se non a Napoli, potevano essere scritti questi versi?). Peccato, davvero; ma c’è un momento della vita in cui ciò che ci manca supera di gran lunga ciò in cui speriamo. E’ quando diventiamo vecchi o cominciamo a sentirci così.

Urbi et Orbi

Il documento a sostegno dell’opera riformatrice di Papa Francesco è un segno positivo per questo inizio d’anno. Lo è – non sembri paradossale – anche il fatto che, attraverso di esso, vengano rese pubbliche resistenze ed opposizioni al Papa, interne alla Chiesa; ostilità intuibili, certamente, ma, appunto, la loro evidenza pubblica toglie il velo di un certo solito paludamento ad uno scontro reale e comprensibile.

Ho già avuto modo di scrivere (ma, a volte, è utile ripetersi) che può essere foriero di errori grossolani leggere con gli occhiali della politica – ancor più di quella nazionale – la dialettica ecclesiastica; per la verità, gli occhiali troppo tarati sul politicismo sono sempre più inadeguati ad interpretare la realtà in genere.

In verità, però, restituendo alle parole il loro senso più profondo, in questo scontro di idee e di scelte – e, in particolare, nel documento che ha voluto farlo emergere – vi è un alto tasso di politicità; nel metodo e nel merito: volutamente irrituale il primo, decisamente esplicito il secondo. Non è un fulmine a ciel sereno, perché le scelte di Bergoglio hanno mosso acque stagnanti, con consapevole determinazione; ma anche posizioni sempre più chiare e pubblicazioni di laici e prelati, su temi sensibili e sulla stessa struttura della Chiesa, annunciavano una tensione, appunto, intuibile ma non esplicita.

Il pontificato di Francesco, andando ben oltre la positiva empatia degli inizi, sta assumendo il suo profilo reale, non di una generica e solo formale innovazione, ma del bisogno di non rassegnarsi al mondo com’è, bensì, dal suo punto di vista – che presenta, però, forti tratti di universalità – di battersi per immaginare una umanità nuova e nuove condizioni di vita all’umanità del pianeta. Non è certo casuale che Don Ciotti, motivando la sua adesione all’appello, abbia fatto riferimento proprio alle parole del Pontefice, sulla storicità della fede; sull’idea che viverla non può non significare voler cambiare il mondo.

Forse sbaglio, ma ho l’impressione che le schifezze emerse a Roma, mentre si continua a morire nel Mediterraneo, siano un acceleratore perché prefigurano un modello, assai possibile, di mondo; il “mondo di mezzo” come “evoluzione” della democrazia.

Il discorso del Papa al Parlamento europeo – insieme ad altri gesti e parole – ha chiarito che la sfida è culturale e politica; cioè che la crisi delle democrazie e il dilagare delle ingiustizie è un dato epocale, che mette in discussione l’umanità e il pianeta. Così come sono, e come, pur tra orrori e contraddizioni, nei secoli diverse culture hanno concorso a renderli, non potranno più essere; e, lasciando libero corso al mercato, non saranno migliori. L’inadeguatezza degli stati nazionali e la subalternità delle strutture politiche sovranazionali, richiedono un pensiero democratico e civile forte e capace di spostare equilibri culturali e materiali. Il Papa e chi, dall’interno della Chiesa, lo sostiene, chiama tutto questo speranza, che significa, per chi è religioso, tante altre cose, ma anche determinato rifiuto della rassegnazione. Per chi (come chi scrive) non lo è, quella speranza poggia soprattutto sulla possibilità di riaprire le condizioni di un conflitto e di un soggetto in grado di combatterlo; anche perché – mi si perdoni il paragone iperbolico – Bergoglio la coscienza di dover trasformare il suo soggetto l’ha dimostrata.

Sarebbe necessaria, forse urgente, una sponda laica, adeguata al livello dei problemi, nazionali e planetari, che il nuovo secolo ha ampiamente annunciato.