Monthly Archive, dicembre 2014

I fotogrammi e il film

Le contestazioni a Bari, contro D’Alema, non mi hanno stupito, ma sicuramente mi hanno colpito e, mi è parso, abbiano colpito anche lui. Ne ho compresi i motivi, ma non mi hanno fatto piacere; perché sono il segno plastico della lacerazione di una storia e di un popolo.

Non penso che D’Alema sia un “ venduto”, e neanche che sia un “morto vivente” come qualcuno gli ha gridato. Non penso neanche, però, che sarebbe una reazione adeguata, da parte sua, cavarsela con la formula della provocazione o dell’esasperazione antipolitica; anche perché le manifestazioni dello sciopero generale sono state una delle poche espressioni veramente politiche di questi bruttissimi mesi, un massaggio cardiaco per la democrazia italiana infartuata.

Poco meno di una furbizia dialettica è, poi, dire (come D’Alema ha fatto), che le contestazioni rivolte a lui sono un indicatore della rabbia contro Renzi. Sarebbe molto meglio – e sarebbe una reazione molto sana – che D’Alema e tutta la minoranza del PD riflettessero seriamente su quelle contestazioni ed anche, un po’ più approfonditamente, sulle vicende di Roma. Quelle contestazioni, quella fotografia del momento, significa che tanti lavoratori non solo non distinguono alcuni esponenti della minoranza da Renzi, ma vedono le responsabilità storiche di questa deriva proprio nel mutamento genetico, culturale e politico di cui D’Alema è stato uno dei maggiori protagonisti, anche nella sua azione di governo.

Abbiamo sentito Cuperlo parlare della vicenda di Roma; abbiamo letto D’Alema a proposito del rapporto tra stato e mercato. L’impressione terribile è che, in quelle riflessioni, magari sincere, manchino persino i presupposti di un’autocritica; come se l’arrivo di Renzi fosse una specie di crociana discesa degli Ixos, non la conseguenza di una resa culturale e politica alle teorie ed alla forza del capitalismo; come se la scandalosa vicenda romana fosse un’ escrescenza e non la radiografia di una identità mutata, che vede nell’identificazione tra affari e politica, tra democrazia e mercato la sua essenza; come se lo spostamento di ricchezza e poteri sul mercato, sia un eccesso e non la naturale conseguenza delle politiche degli anni novanta e dell’abbandono del lavoro a se stesso; quelle politiche e quelle di questo primo quindicennio del duemila hanno progressivamente schierato quel gruppo dirigente in posizione subalterna e, qualche volta, attivamente partecipe verso le politiche neoliberiste. Ho vissuto quella fase dall’interno di quel Partito, da cui sono uscito quasi due anni fa, e credo che un’autocritica seria aiuterebbe a capire quei fischi e quella rabbia. E’ un po’ pochino dire, come fa oggi D’Alema, che bisogna spostare quegli equilibri nel piatto dello Stato, come se, solo, fosse cambiata una fase e non fosse in atto un’offensiva che stravolge la democrazia e che è forte anche per il disarmo della sinistra; non si possono analizzare dei fotogrammi, dimenticando di aver partecipato a un film. Da comparse o da protagonisti, questo è più difficile stabilirlo.

Senza questa riflessione seria sulla paternità del renzismo e senza le conseguenze politiche che ne derivano, si continua ad esserne parte organica. Ognuno lo fa a modo suo, ma è inevitabile che qualcuno glielo dica.

Aggiungi un posto a tavola

Confesso di aver fatto un salto sulla sedia. Che cosa ci faceva il Ministro Poletti, allora massimo dirigente della cooperazione italiana, ad una cena con fascisti e mafiosi della Magliana, che in quei mesi, secondo gli inquirenti, stavano saccheggiando Roma?

Come poteva, un uomo che rappresentava un pezzo della storia solidaristica del movimento operaio, sedere vicino ad un personaggio come Carminati?

Intendiamoci, la mia non è una domanda giudiziaria; non allude a nulla ed è un terreno che non mi compete. E’ una domanda politica e, in un certo senso, antropologica.

Ammesso che qualcuno gli ponga direttamente la domanda, so già la risposta; l’abbiamo sentita tante volte, anche troppe. A volte sono risposte false, a volte – e spero, questa volta – sincere, magari un po’ sprovvedute: “Non sapevo chi fossero; ero lì per impegni ufficiali, di lavoro”. Ma le mie curiosità sono altre: di che avranno parlato? Come avranno trovato dei linguaggi comuni?

Ma, soprattutto, durante o dopo la cena, sentendoli parlare, Poletti avrà provato almeno un po’ di nausea? Gli sarà venuto il dubbio che, forse, la storia della cooperazione italiana, dovrebbe rappresentare (e in larga parte ha rappresentato) un’altra concezione dell’impresa? Non è che, per caso, le brillanti idee – recentemente da lui espresse – sul superamento del contratto e del conflitto, gli saranno venute frequentando certa gente?

Quello che è certo è che, se la sinistra vuole tornare ad incidere sulla vita del Paese, deve costruire e diffondere modelli culturali e di comportamento, così lontani da qualunque consociativismo affaristico, da non essere confusa, nemmeno per sbaglio con quella roba emersa a Roma e in tante parti d’Italia. Un’altra cosa, radicalmente distante da quello che Paolo Borsellino chiamava “Il puzzo del compromesso morale”.