Monthly Archive, novembre 2014

Differenze impietose

Sembrava di assistere, come accade a volte facendo zapping tra diversi canali sportivi, a due partite di livelli abissalmente diversi; non Lega Pro e Serie A, ma Promozione e Champions League.

Sentire il commento di Renzi al voto regionale e, il giorno dopo, il discorso di Papa Francesco al Parlamento Europeo, mi ha dato questa sensazione di vertigine, da montagne russe. E non mi riferisco agli aspetti più strettamente etici, sui quali la distanza sarebbe notevole anche con molti leader europei di ben altro spessore. E’ sconvolgente la differenza sul piano più direttamente politico, per quanto, ovviamente, nell’argomentare di un Papa – e di questo in particolare – i due piani siano distinguibili.

Da una parte una lezione sulla crisi delle democrazie, su scala globale, ma, vista la sede, soprattutto nella parte del pianeta dove questa forma di autogoverno civile degli esseri umani è nata. L’atto di accusa ai governi, alle Istituzioni e ai partiti (che Francesco ha, senza alcun paludamento, chiamato per nome), di “perdere di vista la sostanza della democrazia” – cioè la sua dimensione in termini di diritti, di umanità e capacità di rappresentanza – a beneficio di un “vuoto nominalismo” (ha detto proprio così); una perdita del senso storico della democrazia rappresentativa, che finisce col porsi al servizio di “imperi senza nome”, quelli della finanza e degli interessi forti e privati. Cioè la negazione ontologica di questa forma storica. Che il Papa abbia usato l’espressione nominalismo e non formalismo è, ritengo, tutt’altro che casuale; avrà voluto dire a qualche raffinato esegeta del liberalismo che non gli sfugge, certo, il fatto che forma e sostanza in democrazia non sono distinguibili. Ma il vuoto nominalismo è, invece, assai distinto dalla sostanza etica e storica delle democrazie moderne. E, per quanti proprio non avessero capito, è giunto, subito dopo, il richiamo alla centralità del lavoro, della sua dignità e, a seguire, alla strage di esseri umani nel Mediterraneo; tanto per ricordare che se la democrazia perde la sua natura universalistica, nega se stessa.

Non si tira, politicamente, per la giacca il discorso di un Papa; è una prassi sbagliata, scorretta e ingannevole sul piano interpretativo e non cadremo in questo errore grossolano. Ma la chiarezza, di indubbio spessore storico ed intellettuale, del messaggio è incontrovertibile. La crisi delle democrazie e l’impotenza di partiti e Istituzioni rappresenta un pericolo per l’umana convivenza e per il pianeta; mette in discussione la dignità e la possibilità di rappresentanza collettiva di miliardi di esseri umani e di milioni di europei.

Bisogna proprio cambiare canale e finire in una di quelle reti locali da tele vendita, per imbattersi nell’incosciente sottovalutazione con cui il Premier (del Paese che esprime il semestre di Presidenza della stessa Unione Europea cui si rivolge il Papa) sostiene essere un problema secondario un’astensione che supera il sessanta per cento nella Regione di Marzabotto e dei fratelli Cervi. Il commento burocratico di Renzi, al discorso di Bergoglio, non fa che accrescere questa vertiginosa distanza; il paragone, poi, azzardato col jobs act, nemmeno strumentale, ma solo irrispettoso.

Non entro nel merito; altri lo faranno meglio di me. Mi limito a pensare (e, se può ancora avere un senso, a dire) che nello spazio di questo abissale divario, etico e politico, tocca alla sinistra, italiana ed europea, dare forma non solo alla critica degli effetti, anche istituzionali, del neoliberismo, ma soprattutto ricostruire il rapporto tra Istituzioni e popolo, la nuova fase della democrazia.

Real people

Dunque il Paese si muove, non è morto, non è stato del tutto narcotizzato. Certo, si muove in forme diverse e, per certi versi, contraddittorie; ma, in ogni caso, quando la rabbia e il disagio si fanno protesta non è mai una cattiva notizia.

La differenza tra la tensione delle piazze operaie, sindacali e studentesche e quella della periferia romana, ovviamente, non sfugge a nessuno; per motivazioni, linguaggi, livelli di coscienza. L’importante è che non sfugga l’elemento comune: il Paese reale; la crisi, evocata nel teatrino, che esplode in faccia al teatrino medesimo. Non lo fa, appunto, allo stesso modo, né probabilmente con le stesse conseguenze; è un problema di presenza e di assenza. La presenza del sindacato nelle piazze, alla testa di un conflitto sociale che si riaccende (non per il piacere della lotta, ma perché i problemi sono reali e le risposte di governo assenti o sbagliate), è un defibrillatore della democrazia e della partecipazione. Cioè è l’unica possibilità, allo stato delle cose, di colmare, almeno in parte, quell’ assenza lunghissima della politica e della partecipazione collettiva, di cui i fatti di Tor Sapienza (e delle tante potenziali Tor Sapienza)sono figli.

Perché questa assenza genera subalternità; la quale, a sua volta, trasforma l’espressione collettiva di disagio, di rabbia, in quelle che Gramsci chiamava le “rivoluzioni passive”. Non a caso dovrà analizzarle in carcere, come chiave interpretativa di una sconfitta storica. Invece di riflettere su questo, la nouvelle vague renziana attacca il sindacato e concede un osso alla minoranza interna.

La presenza alle manifestazioni, dal 25 ottobre in poi, di giovani, precari, disoccupati, è il segno che si può rompere l’accerchiamento dei lavoratori messo in campo dal Governo, o da chi per lui; che si può costruire un ponte con la sofferenza dei migranti e con quella degli abitanti delle periferie e tra i loro comuni diritti, perché da sole regrediscono inesorabilmente. Al contempo, reagendo insieme al massacro finanziario e politico degli enti locali che – come lo “sciopero sociale” ha fatto emergere, assai più dell’ Assemblea dell’ANCI – rischia di produrre una desertificazione culturale e sociale. Che questa nuova presenza della politica venga dai lavoratori, non stupisce; meraviglia, semmai, che sia ancora possibile.

In questi giorni, alcuni miei studenti, giovanissimi, si sono molto divertiti con una poesia; in particolare per il refrain molto rock: “plastic people everywhere”. Ecco, in giro non c’è più solo gente di plastica e non c’è più solo una politica di plastica.