Monthly Archive, ottobre 2014

Le tre A del renzismo

In una delle fasi più difficili della storia dell’Italia repubblicana, nel pieno di una crisi di proporzioni epocali delle democrazie moderne e, ovviamente, di quella italiana, dopo trent’anni di transizioni involutive, lascia sempre più basiti, prima ancora dei contenuti, la superficialità irresponsabile del renzismo e del Governo.

Approssimazione, apparenza e arroganza costituiscono le cifre convergenti di uno stile e delle sue conseguenze. Gli esempi potrebbero essere tanti, ma sono già noti. Le risposte verbali e comportamentali al sindacato ed a milioni di lavoratori, sono un compendio di arroganza irresponsabile: spaccano un Paese sfibrato, per un calcolo mediatico tanto cinico quanto illusorio; politiche economiche senza copertura o con coperture che creano più problemi di quelli che vorrebbero risolvere; una presunta riforma delle istituzioni che, senza risparmiare nulla, non da indicazioni transitorie e getta nel caos i territori periferici (si pensi solo alle Province), già massacrati dalla crisi e dai tagli agli enti locali. L’apparenza di un decisionismo apparente, le cui conseguenze sulla destrutturazione della democrazia e sulla definitiva rottura del tessuto connettivo della nazione, saranno invece reali e potranno essere valutate già nei mesi prossimi. Verrebbe da dire: il Partico contro la nazione.

La materia in cui, però, questo magma di verbosità senza progetto – che non sia quello del consenso inseguito nella pancia più retriva del Paese – è quella della scuola. Tanto più grave, perché riguarda la dimensione umana di milioni di ragazzi e bambini e perché rischia di smontare definitivamente una delle poche istituzioni che, in questi decenni, tra fatiche e problemi, ha cercato di far fronte ogni giorno al vuoto lacerante di futuro e di valori condivisi.

Il documento sulla “Buona scuola” è un modello esemplare di povertà pedagogica e di apparenza propagandistica. Un’apparenza che riguarda anche la presunta consultazione in corso (tanto quella sul web, quanto quella nelle scuole), i cui risultati verranno gestiti, invece, secondo la logica plebiscitaria dominante. Un asse sostanzialmente inamovibile, incentrato sulla sottocultura della competizione tra le scuole e tra gli insegnanti, per dividersi briciole sempre più scarse di risorse. Una competizione che è esattamente ciò che la scuola dovrebbe evitare; sia perché il sistema formativo dovrebbe reggersi, in particolare nei territori, sull’equilibrio tra i diversi assi culturali; sia perché la crescita esistenziale ed umana, prima ancora che culturale o professionale, dei giovani è il risultato di uno sforzo solidale e convergente degli adulti, non di una competizione tra loro.

La scuola è una delle poche realtà in cui, ormai, un ragazzo o una ragazza possono sperimentare e vivere un’esperienza collettiva solidale, una esperienza di crescita comune; possono imparare che il tempo dedicato a chi ha più problemi, non è tempo perso ma sapere profondo, conoscenza di sé. Il paradosso è che avrebbero più bisogno di soldi, di risorse e di attenzione, non solo gli allievi, ma anche le scuole che hanno più problemi; che il tempo dedicato all’ascolto e al dialogo con un adolescente problematico (cioè a un adolescente!) non può essere quantificato in alcuna tabella valutativa, se non quella che ci restituirà la vita futura di quel ragazzo. La qualità dell’insegnamento è una complessa costruzione tra curricoli culturali e umanità attenta e consapevole, non una tecnica produttiva a basso costo. Quel documento sembra ignorare completamente quarant’anni di elaborazione culturale e pedagogica, semplicemente perché l’apparenza arrogante vende meno se deve affrontare la complessità reale della formazione di un adolescente o di un bambino.

Siamo entrati nel XXI secolo nel pieno di una trasformazione comunicativa, culturale e antropologica, che non si capisce solo perché la si usa; non la si governa twittando ossessivamente. Questa rivoluzione sta cambiando i processi conoscitivi ed elaborativi di intere generazioni, capacità riflessive ed astrattive; cioè la conoscenza umana; e non è inseguendola passivamente che la si gestisce sul piano formativo. Un’ opera di riforma della scuola dovrebbe partire, per esempio, da qui, da come, metodologicamente e culturalmente, cambia il rapporto col sapere e con quella sfera decisiva dell’apprendere che sono le emozioni. Niente di tutto questo naturalmente; nessuna elaborazione nuova e nessuna memoria di quelle precedenti. Sembra una metafora del renzismo e di questo PD: l’apparenza come forma e l’approssimazione come sostanza.

Quanto è lontano tutto ciò dalla manifestazione di sabato, a Roma. Lì lavoratori e giovani hanno espresso una consapevolezza non solo dei propri diritti, ma della responsabilità nazionale. E’ stata la scossa di un defibrillatore al cuore della partecipazione democratica. La buona scuola, la buona politica, il buon governo, possono ripartire solo da questo conflitto, che rimette al centro le persone e lascia da parte i sondaggi.

Ateniesi e Persiani

In una recente conferenza nelle Marche, Piergiovanni Alleva, a proposito della manifestazione di oggi, ha ricordato dei versi molto intensi di Eschilo: “Oggi per tutto si combatte”. Questo appello di duemila e cinquecento anni fa, pronunciato prima della battaglia di Salamina, con Atene distrutta e i Persiani che sembravano invincibili, non è né disperato, né catastrofista; è l’espressione di una profonda e consapevole coscienza. La manifestazione di Roma non è un’ultima spiaggia; nessuna spiaggia è mai l’ultima. E’, semmai, un passo decisivo.

Siamo in piazza per difendere il futuro e la sua qualità civile e democratica, non per fare la guardia al passato; siamo in piazza per chi entrerà nei luoghi di lavoro nei prossimi decenni, perché possa farlo con libertà e dignità ed essere parte integrante di un modello di sviluppo deciso dai cittadini, che crei ricchezza sociale e superi la crisi prodotta dal liberismo con una nuova fase di civilizzazione, nelle relazioni produttive come in quelle tra gli esseri umani. Siamo in piazza per provare a riconquistare milioni di persone, che hanno smesso persino di votare, alla partecipazione e all’impegno collettivo; perché, come la forza dei lavoratori ha sempre aperto la strada ai diritti di tutti, il loro isolamento e la loro umiliazione rende tutti – a cominciare da chi è più giovane e precario – più solo e più sconfitto.

Chi manifesta oggi non ha bisogno che qualche parvenu gli spieghi che il lavoro è cambiato e che la fabbrica fordista del novecento è diventata un’altra cosa. Quelli che lavorano lo sanno, più di quelli che blaterano di lavoro e lo chiamano job; per questo non vogliono tornare indietro, non solo nei loro diritti, ma nel grado di civiltà dei rapporti sociali. Stanno qui per aprire una pagina nuova nelle relazioni produttive delle società avanzate; stanno qui per togliere la maschera dell’ideologia ai conservatori che fanno i moderni; per togliere la parola ai sondaggi e ridarla alle persone, per restituire alla parola riforma il suo senso di cambiamento progressivo e di attuazione della Costituzione repubblicana.

Qualche giorno fa, decine di migliaia di studenti erano in piazza, anche loro, per smascherare l’ennesimo regresso demagogico nella scuola; quella, come questa, è una bella consultazione di massa. Quei giovani saranno in tanti anche qui, oggi, perché hanno capito che queste battaglie hanno, tra loro, legami solidi e prospettive comuni, come la difesa degli enti locali, della loro capacità di investire per i diritti e per i bisogni concreti. Hanno capito che il loro diritto al lavoro non è negato dai diritti di chi lavora, ma da chi si è arricchito con la crisi e non vuole pagare mai.

Questa crisi è un punto di non ritorno della democrazia, come l’abbiamo conosciuta; i populisti, come sempre, spianano la strada ad epoche più ingiuste e autoritarie. I lavoratori italiani oggi sono in piazza per aprire un’altra strada, alla democrazia e ad un secolo che, come molti studenti, in fondo non ha ancora quindici anni.

Ha fatto bene Alleva a ricordare Eschilo; per tutto questo oggi siamo in piazza.

Realtà e ideologia

Nella recente direzione del PD, sul decreto lavoro, è andata in scena una delle pochissime discussioni veramente politiche di quel partito, fin dalla sua nascita. Anche una conta, certo, ma almeno preceduta da un dibattito politico; per una formazione che ha, praticamente, sostituito le primarie ai congressi, è una novità. Segno, forse, della criticità dell’argomento e di una certa turbolenza nei gruppi parlamentari.

In quel dibattito, un intervento tra i tanti mi ha colpito particolarmente; perché aveva il pregio della chiarezza programmatica, quasi ideologica. Mi riferisco al Ministro Poletti.

Egli, in sintesi, ha detto: deve cambiare l’atteggiamento verso l’impresa, che non è il nemico e non è il luogo dello sfruttamento, ma un luogo di creatività e collaborazione; non ci si può più rapportare ad essa secondo le categorie del conflitto e del contratto.

Ha detto, naturalmente, altre cose, ma questo mi sembra il nucleo del ragionamento. Fassina l’ha definito un comizio; in questo caso, secondo me sbaglia, perché invece è il chiarimento di un asse politico, dello spostamento a destra del PD; o meglio, della fuoriuscita culturale e politica dalla sinistra, da parte del suo gruppo dirigente.

Poletti ha detto troppo poco, oppure troppo. Lì dentro, cioè nella Direzione di quel partito, non molti, ma sicuramente alcuni conoscono il famoso discorso di Togliatti su “ I ceti medi e l’Emilia rossa” ; per fortuna lo conoscono in molti anche fuori. Voleva essere un richiamo a quella visione egemonica, cioè all’idea che un progetto di cambiamento deve essere costruito attraverso un’ idea ampia e articolata delle classi popolari, attraverso una capacità di dialogo con le parti più avanzate dell’impresa e con quelle che le politiche liberiste mettono in maggiore difficoltà? Non credo; perché in questo caso Poletti avrebbe detto davvero troppo poco; avrebbe ribadito una cosa scontata, per la sinistra, almeno – appunto – dai tempi di Togliatti. Ma, soprattutto, rispetto al decreto in discussione e all’articolo 18, sarebbe andato fuori tema. Oltretutto, credo che lui sappia benissimo (se non altro, essendo emiliano) che quell’idea togliattiana era parte integrante di un conflitto di classe e di una strategia di superamento della società capitalistica. Esattamente il contrario di ciò che lui ha auspicato nel suo intervento. Dunque, non è di questo che si tratta; se non per la furbizia renziana dell’uso strumentale e distorto di una grande storia.

No, che l’impresa capitalistica non sia tutta uguale e che tra movimento dei lavoratori e imprese possano esservi fasi e momenti di convergenza di interessi – dentro interessi di fondo che restano, oggettivamente, diversi ed opposti – è davvero troppo poco, detto nel Paese che è stato di Adriano Olivetti o di Luciano Lama. Questo può succedere assai più facilmente nelle fasi di crescita; e non sempre, anzi di rado, queste visioni illuminate sono andate a buon fine.

Nei momenti di crisi – soprattutto in questa crisi che è storica e mette in discussione assetti globali e strutture democratiche – è più facile che accada il contrario. Soprattutto se i lavoratori (tutti i lavoratori, quelli assunti e quelli precari e i disoccupati) sono resi più deboli da una mancanza di rappresentanza politica; o, peggio, se si usa la divisione tra loro – occupati “stabili” e precari – per renderli tutti più deboli ancora, per mettere nell’angolo il sindacato, usandone i ritardi reali per liquidarlo; se si usa l’articolo 18 come una clava (altro che simbolo!), da usare per scardinare residui poteri democratici nella società e nei luoghi di lavoro. E tutto questo lo fa un partito che quei lavoratori, tutti, avrebbe dovuto rappresentarli. Come se nell’impresa – che non deve essere demonizzata, ma di cui Poletti ideologicamente mistifica la realtà – tutti fossero uguali, per diritti, poteri e redditi.

Questo è il senso vero di quell’intervento, chiaro come pochi: “via il conflitto” e, soprattutto, “via il contratto”. Questo presunto interclassismo è sempre ideologico, perché il bastone del comando lo hanno i più forti, su scala globale, ma anche in ogni singola impresa.

Non so quanto Poletti e Renzi siano consapevoli di ciò che fanno, o quanto siano solo arsi dal sacro fuoco di passare alla storia. Certo, nella minoranza di quel partito una qualche consapevolezza si è affacciata, forse anche sulle radici di questa situazione. Trarne le conseguenze generali richiede coraggio, senso di responsabilità e senso storico; speriamo. Ma, intanto, non possiamo aspettare; sabato a Roma Vendola e Civati saranno in piazza insieme, il 25 ci sarà il sindacato, speriamo unito. Sperare e battersi, anche per spiegare a Poletti la distanza tra realtà e ideologia.