Monthly Archive, settembre 2014

Relazioni pericolose

Spesso, troppo spesso, le parole nascondono i fatti e le intenzioni. Qualche volta, però, i fatti parlano da soli e la loro forza comunicativa rivela, in modo inequivocabile, contenuti ed intenzioni.

A distanza di poche ore:

a Fermo due lavoratori immigrati, che da mesi aspettavano il giusto compenso, vengono uccisi dal loro ex datore di lavoro (padrone, si sarebbe detto una volta) in circostanze che, per carità, la Magistratura dovrà chiarire;

il Governo Renzi, con un emendamento – invece – chiarissimo, sceglie la sostanziale abolizione dell’articolo 18, in particolare, del diritto dei lavoratori al reintegro in caso di vittoria in sede giudiziale; diritto che verrebbe, tanto per cambiare, monetizzato.

Esiste una relazione diretta e conseguenziale tra questi due fatti? Certamente no.

Esiste un rapporto culturale e politico, un legame profondo e tendenziale, tra loro? Certamente sì.

Nel primo, drammatico, episodio – al di là delle dinamiche specifiche che, appunto, debbono essere chiarite – in ogni caso, cioè anche nel caso in cui non si sia trattato solo di un atto criminale di arroganza padronale e razzista, ma anche di una follia determinata dalle reciproche disperazioni che una crisi come questa determina – comunque sono morti i lavoratori, sono morti coloro che rivendicavano il salario; sono morti i più deboli.

Il secondo fatto segnala invece, la totale subalternità ideologica, del governo e della parte determinante del PD, alla componente più retriva del padronato italiano e del capitalismo liberista europeo; se è vero, come è vero che persino una parte considerevole di imprenditori testimonia  la sostanziale ininfluenza dell’articolo 18 rispetto ai problemi occupazionali ed alle difficoltà delle imprese. Scelta veramente ideologica, questa; ma non, perciò, priva di finalità e conseguenze concrete. Perché, intanto, dice a quelle élites politico – finanziarie: “Ecco, vedete? Siamo pronti a passare sopra ai lavoratori e ai loro diritti; io sono in grado di fare ciò che una destra senescente non ha saputo fare”. Il vero pragmatismo renziano non si esercita nella soluzione dei problemi reali del Paese, ma nell’accreditarsi come la bassa manovalanza presso i padroni del vapore.

Il sottile, ma solido, filo che lega le due vicende, è dunque – al di là della concretezza delle conseguenze – la visione culturale secondo cui il lavoro è merce che si può usare e gettare, il messaggio che si può calpestare chi è più debole, che i lavoratori sono oggi così isolati, che si può procedere a ristrutturazioni ulteriori degli equilibri sociali ed istituzionali, salvaguardando i privilegi veri delle classi dominanti. Che, insomma, la democrazia reale è così fragile, che non è più un ostacolo ai disegni oligarchici. E’ un messaggio molto pericoloso.

E’ importante ed è rassicurante che la Fiom e il sindacato non arretrino, perché in gioco non c’è un totem, ma la democrazia; ma, per lo stesso motivo, è urgente che si ricostruisca una soggettività politica forte dei lavoratori; e questo non può farlo il sindacato. Tocca alla sinistra, finalmente unita, al di là delle appartenenze atomistiche. Questa sfida non è solo un pericolo; è anche un’occasione decisiva; perché i lavoratori sono l’anima di qualunque sinistra, ma sono anche l’asse portante della democrazia repubblicana.

Aggiungo una considerazione: non sottovaluto e non snobbo, l’opposizione della minoranza del PD a questo decreto. Ma essa può produrre conseguenze reali solo se fa i conti con una domanda più di fondo: come si è arrivati a tanto?

 

Camicia e maglione

Non sono le camicie bianche, a impressionare; né la giovane (poi neanche tanto) età di questi uomini politici. Mi impressionava di più Claudio Martelli un secolo fa. E, tutto sommato, mi incuriosiva di più.

Altre cose mi hanno impressionato.

Prima: il non detto. Differenze sostanziali nella formazione culturale, nel linguaggio; forse anche negli obiettivi e nella visione della vita. Forse, perché il non detto era ipertrofico, subissava il detto, che è stato poca cosa, probabilmente perché è indicibile, perché non nasce da alcuna riflessione sul presente e sulla qualità reale del futuro, che non viene prospettato ma a cui, solo si allude. Nessuna analisi delle differenze sociali in Europa e nel mondo, nessuna parola sulla storia che li ha portati fin lì (qualche anno fa avrei detto: ci ha portati fin qui); una storia espulsa e relegata nel cestino della sconfitta. Immaginaria, perché c’erano più vittorie e influenza sociale in quelle sconfitte che in tutte le foto glamour che potranno farsi.

Seconda: la galvanizzazione quasi passiva di quella che è stata la base di un grande partito. Walter Benjamin (un altro sconfitto) usava quest’espressione – galvanizzazione delle masse – per indicare l’esaltazione acritica dei tedeschi negli anni venti e trenta; gli stessi che avevano votato socialdemocratico. Mi ha colpito e rattristato; in nome dei tortellini e del Partito (anche se non è più lo stesso, nei valori, non nel nome) ci si spella le mani comunque. Ho pensato – lo dico per paradosso – che se Renzi avesse proposto dei campi di integrazione per gli immigrati, qualcuno, lì in mezzo, avrebbe detto: “almeno con lui si vince”. Renzi è abile, lo sa, e si appropria di una storia. E qualcuno, con ridicoli distinguo sottovoce, glielo consente, schiacciato dal peso dei propri cedimenti.

Terza: quell’affermazione degna di quella che Daniel Goldaghen (uno storico bravo) ha definito la “conversazione sociale” (una banalità falsa, che diventa vera a forza di ripeterla): “il merito è di sinistra” – ha detto Renzi – “il talento è di sinistra”. Almeno Martelli al merito associava i bisogni. Bisognerebbe spiegare a questo blob, che non è vero. Che, al massimo, sono banalità liberali (e nemmeno di un liberalismo progressista). Che di sinistra è, semmai, lottare perché le condizioni di partenza siano uguali per tutti, perché altrimenti, nella realtà data, il merito è un inganno classista; che di sinistra è garantire una vita dignitosa anche a chi non ha talento, magari è un po’ scemo, ma è un essere umano e, già solo per questo, ha diritto ad una vita dignitosa e, possibilmente, serena. Lui lo sa, ma gli interessa solo citarla la sinistra, lanciarla, come la coperta di Linus, a quella base galvanizzata. Sembra dire loro: “ecco, vi ho detto la parolina magica; ora non rompete le scatole e lasciatemi usare la vostra storia per i miei scopi”.

Sotto la camicia bianca parlano il doppio petto di sempre e i maglioni di Marchionne, dal palco di quella che fu la festa de L’Unità.