Monthly Archive, maggio 2014

Ellas

Scrivo queste righe mentre le urne per le elezioni europee, in Italia, sono ancora aperte. In Francia hanno stravinto i fascisti; in Grecia ha stravinto Tsipras; in Italia ha stravinto l’astensione e, tra quelli che hanno votato, sicuramente prenderà un sacco di voti Grillo.

Nessuna conclusione frettolosa, ma in questi tre esempi emerge che l’Europa è davanti a scelte radicali che nessun moderatismo è in grado di contenere. Perché radicale è la realtà della crisi, e la sola risposta democratica e progressiva è quella che Tsipras ha interpretato in Grecia, indicando, con radicalità e senza estremismo (che non sono sinonimi) una prospettiva di cambiamento a tutte le democrazie europee; quella stessa idea che prende corpo in alcune esperienze di governo dell’America Latina.

Ecco perché, che in Italia la lista Tsipras raggiunga o no il quorum, questa è la strada su cui continuare a battersi e su cui aspettiamo anche chi, ancora nel PD, è di sinistra.

L’Europa è nata in Grecia, vorrà dire che rinascerà dalla Grecia.

Cattive abitudini

Il coinvolgimento di Primo Greganti e della Lega delle Cooperative, nelle indagini sullo scandalo dell’Expo, amareggia ma non credo possa stupire. Ovviamente, senza emettere verdetti che non ci competono.

La riflessione e il giudizio politico, invece, competono a ciascuno di noi; soprattutto a chi ha dedicato una vita alle idee ed alle battaglie del movimento operaio, cui Greganti ha appartenuto e di cui la cooperazione è stata, per tanti anni, uno dei frutti migliori. Lo stupore, nonostante ciò, sarebbe stucchevolmente ipocrita.

Nel suo ultimo lavoro – Berlinguer rivoluzionario – Guido Liguori, tra l’altro, scrive: “…Egli visse la politica come passione e come dovere. Per passione e per dovere si spese e si consumò, pagando questa sua abnegazione anche con la vita…Aveva chiesto poco o nulla per sé. Non era stato lui a voler diventare segretario del Partito Comunista Italiano…e per convincerlo a candidarsi alla Camera avevano dovuto insistere: nella concezione sua e del suo partito si era al servizio di una causa collettiva e si era scelti se ritenuti a essa funzionali, non si sgomitava per la propria affermazione personale…”.

Questa diversità – diciamo pure: questa superiorità etica – non era, però, il frutto (o almeno, non solo) di differenti livelli morali e di caratura intellettuale di natura individuale. Essa nasceva da una radice precisa: la politica era uno strumento collettivo, per cambiare il mondo; per andare oltre una società capitalistica, la cui finalità era, ed è ancor più, il profitto individuale, la ricchezza economica personale e, funzionalmente, quella di classe. La lotta politica, dunque, presupponeva e costruiva modelli umani ed antropologici, di massa, moralmente diversi dai valori dominanti; perché quei modelli incarnavano l’ uomo nuovo che Marx preconizzava. Perché, in sintesi, non erano interessati – neanche umanamente – a competere col capitale, sul suo terreno, meno che mai ad emularne stili di vita e valori. Non c’era, in questa differenza, alcuna spiritualità, né biologismo; c’era, invece, una idealità storicamente determinata e politicamente agita. Questa era la base, materiale ed intellettuale, della questione morale.

Ho scritto che, dal PDS in poi, abbiamo vissuto un equivoco: per qualcuno, superare il PCI era il tentativo di rinnovare i valori della sinistra; per molti altri, per troppi, era un rompete le righe rispetto a quella diversità.

In questa radice – superare la società capitalistica e i suoi valori – e solo in essa, si può ripensare la funzione progressiva della politica, una riappropriazione di massa dei processi storici e della vita umana.

Vociani e vocianti

Susanna Camusso ha aperto il Congresso della CGIL con una relazione di spessore e pienamente politica, nel senso più serio della parola. I vecchi massimalisti di un tempo direbbero che la qualità delle sue parole è confermata dal coro polemico di giornalisti e veline, che l’intervento ha scatenato.

Intendiamoci, quel testo – e, probabilmente, il Congresso stesso – forse non affronta adeguatamente tutti i problemi, i ritardi e le contraddizioni del più grande Sindacato italiano; soprattutto le difficoltà relative alla costruzione di una rappresentanza di ceti e lavori nuovi, nella società del frammento in cui ci troviamo.

Offre, però, al movimento dei lavoratori ed a qualunque potenziale sinistra, anticorpi essenziali di fronte alla deriva populista ed alla, ormai insopportabile, finzione dell’ interesse nazionale. Parla, infatti, tra l’altro, di “torsione della democrazia” – da parte del renzismo – e di sostituzione della “rappresentanza” con la “rappresentazione”; di un uso sostanzialmente antidemocratico della crisi della democrazia e della marea montante dell’ antipolitica. Contenuti e atteggiamenti di un Presidente del Consiglio figlio di una congiura di Palazzo, a sua volta figlia dell’impotenza di un Governo senza mandato popolare, parlano da soli; e la risposta volgarotta di Renzi, a chi rappresenta milioni di lavoratori, sembra presa dalle riviste fiorentine dei primi del Novecento.

Questa torsione autoritaria della democrazia, questa insofferenza avanguardistica, in realtà è possibile, però, perché ad essa può contrapporsi un popolo, una soggettività colta e cosciente; mentre una plebe massmediatica non può che farle da amplificatore.

L’uovo del serpente

“C’è la pelle di un vecchio serpente, appena uscito da un uovo.

E c’è un forte rumore di niente”

Francesco De Gregori

Ad una conferenza stampa per la lista Tsipras, Niki Vendola ha parlato, con la consueta capacità evocativa e, come sempre, con spessore, del pericolo della peste nera. Che, cioè, il prossimo Parlamento europeo veda una presenza preoccupante dei movimenti neofascisti e xenofobi.

I segni, d’altra parte, ci sono tutti; e non solo nell’Unione Europea: Francia, Olanda, Ungheria, Grecia. Ma anche il conflitto russo-ucraino, al di là di qualche strumentale equivoco lessicale, cos’è se non uno scontro tra nazionalismi aggressivi e regressivi? Fascisti e populisti dell’era virtuale, sembrano essere, per il vecchio continente, gli scenari più probabili della crisi della democrazia. Sono, purtroppo, anche al di là delle intenzioni, al di là delle diversissime ispirazioni, scenari complementari.

Il populismo, che in Italia, con diverse gradazioni e, appunto, ispirazioni, occupa praticamente tutto il panorama politico – mediatico, tra i tanti pericoli che cova nel suo grembo demagogico e semplicistico, cavalca le pulsioni peggiori delle società che sono state ricche e che vedono andare in frantumi un modello produttivo e redistributivo. Tanto più queste nostre società si impoveriscono, più peggiorano e si rafforzano quelle pulsioni egoistiche e regressive; più il populismo le cavalca e le solletica (arrivando ad usare, a questo scopo, le istituzioni), più rinuncia alla funzione essenziale della politica nella democrazia: dare forma consapevole e solidale alla cittadinanza, governare i conflitti riconoscendoli, dare rappresentanza ai più deboli. Non ha scelta, nella strada che ha intrapreso: deve alzare la voce con le stesse note del coro. E, più lo fa, più è incapace di interpretare i processi reali e i pericoli che nascondono.

Mentre Vendola parlava – in un intervento culturalmente e politicamente stimolante e decisamente fuori dal coro – pensavo che la peste nera torna d’attualità, come pericolo e prospettiva possibile, per tre ragioni precise. Perché il populismo aconflittuale priva anche la sinistra di strumenti e capacità di interpretazione e di reazione. Perché la democrazia e lo stato sociale, per il movimento operaio sono stati una scelta di campo e di avanzamento, ma per il grande capitalismo predatorio, sono stati strumenti tattici, imposti dalla pressione delle masse e dalle avanzate del socialismo nel novecento. Perché la crisi che viviamo non è una crisi “che passerà”, consentendoci di “tornare come prima”; è uno spostamento planetario dell’asse della ricchezza e del sapere, da cui l’Europa uscirà più povera e più debole e, dunque, la difesa dei privilegi potrebbe trovare strumenti più utili ed efficaci della democrazia.

Ecco perché, più che mai, serve una sinistra forte e non populista. E perché il suo futuro coincide con il futuro della democrazia.