Monthly Archive, febbraio 2014

Distrazioni

Ho sentito che Renzi, durante il primo vero Consiglio dei Ministri (ripeto: non dopo, durante), avrebbe twittato un commento sui dati – da lui (e dalla realtà, ma questo è ormai secondario) definiti “allucinanti – della disoccupazione giovanile. Lasciamo stare il merito; dirò solo che sono felice che abbia scoperto che la crisi c’è davvero e che non era solo un’invenzione mediatica utile alla sua scalatina e a proseguire nelle “basse intese”. Veniamo al metodo: da antico uomo del novecento, mi scandalizza che in Parlamento e durante il Consiglio dei Ministri – cioè durante attività di lavoro serie, impegnative, che investono la vita di milioni di persone – questo personaggio zippetti  continuamente sul cellulare.

Non voglio nemmeno soffermarmi su quanto e come questa forma di comunicazione comporti uno scarso utilizzo della riflessione ponderata, appiattisca tematiche importanti in un eterno presente e via analizzando. Hai voglia, poi, a spiegare ad un adolescente che, se studia Kant (o qualche nuovo Ministro teorizzerà che basta leggerlo su Wikipedia?) con Ask aperto di fianco al libro, la sua concentrazione sarà discretamente meno alta?

So già cosa diranno i cretini contemporanei: “è un nuovo modo di comunicare!”, “che bello, la politica in tempo reale!”, “assolve al suo dovere di informare!”. Ma sono, appunto, obiezioni troppo cretine per prenderle in considerazione; e non rispondere ad obiezioni troppo sciocche è un atto di resistenza che Gregory Bateson avrebbe definito di “ecologia della mente”. Intanto, sarebbe bene comunicare le decisioni, i provvedimenti di governo e non le false impressioni demagogiche; ma, poi, ci sono gli uffici stampa; o, anche ammesso che lo si voglia fare direttamente, lo si può fare dopo le riunioni(magari a gabinetto, sul divano, in macchina se non si guida); farlo durante distrae, fa perdere la concentrazione, è – sentite che considerazione da vecchio! – una mancanza di rispetto verso gli altri presenti, verso quello che dicono, verso il proprio impegno.

Ma ve lo immaginate un insegnante che, mentre interroga (o persino mentre i ragazzi svolgono un compito in classe), interviene su face book? O un impiegato delle Poste, o un chirurgo? Sarebbe uno scandalo. Sarebbe, giustamente, uno scandalo.

Forza e coraggio

Ho aderito al Comitato della lista per Tsipras alle prossime elezioni europee. E’ un tentativo importante, generoso, non velleitario di rimettere al centro del dibattito europeo il continente reale, fatto di persone, lavoratori, concrete prospettive di vita.

E’ un progetto politico pienamente europeista proprio per questo: perché vuole provare a sottrarre la politica e le istituzioni europee al ricatto di compatibilità economiche e sociali dettate dagli interessi dello stesso capitalismo selvaggio che ha determinato la crisi e che ora, in nome di quella stessa crisi, sta riscrivendo , nell’ottica della perpetuazione delle ingiustizie,  le regole della società europea; svuotando le istituzioni democratiche delle loro funzioni regolative, di tutela dei diritti fondamentali e della loro agibilità politica e sociale. Il vecchio continente ha perso la sua capacità storica di rinnovare la democrazia e darle basi di massa; è dunque, anche, una sfida culturale. Questa crisi ha messo a nudo la fragilità della democrazia, proprio nei Paesi più avanzati; la sua subalternità agli interessi della finanza  e di un capitalismo predatorio – che è, poi, l’essenza stessa del capitalismo – cui la politica e le istituzioni, nazionali ed europee, non hanno saputo opporre la loro funzione di rappresentanza di interessi più universali.

In nessun modo chi, come me, ha una storia tutta a sinistra, può considerare Schultz e il PSE un avversario; men che meno un nemico. Ma la sua prospettiva è, ancora una volta, tutta dentro un terreno di risposta alla crisi economica, politica, morale che è quello definito dal pensiero liberista in questo trentennio. Ancora una volta, le grandi forze della sinistra europea non riescono a fare i conti con la propria incapacità di arginare quelle spinte, che non modificano solo le condizioni sociali di vita, ma le relazioni nei luoghi di lavoro, le strutture stesse della democrazia. Mentre proprio la crisi economica e finanziaria imporrebbe di costruire un nuovo modello di sviluppo, riforme radicali ed un coraggio politico adeguato alla drammaticità della situazione, i gruppi dirigenti di grandi forze popolari si attardano a fare – spesso goffamente – i compiti che non la realtà, ma il pensiero unico liberista assegna loro; dentro una logica di legittimazione sempre più subalterna. I risultati li abbiamo visti in Italia, sia sul piano sociale che politico.

Ecco perché Tsipras costituisce un’opportunità di chiarezza e di ripensamento critico anche per la sinistra italiana, che, se vuole sopravvivere e rinascere, se vuole continuare ad avere una funzione nazionale ed internazionale, non può continuare ad inseguire la destra sul suo terreno, nelle linee politiche, nei linguaggi, nei modelli antropologici. E’ l’opportunità per verificare la possibilità di costruire un campo altro e largo della sinistra, mentre la nouvelle vague del PD sembra voler liquidare persino la possibilità stessa di un centro sinistra.

Non credo che Tsipras vincerà le elezioni europee; ma di questa sinistra sostanziale, autonoma e non minoritaria, oggi, ha bisogno l’Europa e ha bisogno l’Italia.

SEL. Pericoli e speranze

Ho potuto partecipare ad una delle giornate del Congresso nazionale di SEL, a Riccione e, seppure in questo breve spaccato, ho avuto un’impressione bella, e una brutta. Come tanti, credo, tra i presenti.

Cominciamo da quella brutta. Dinamiche di corrente, anche piuttosto evidenti; scontri di posizionamento; una certa separazione tra una parte del gruppo dirigente e la gran parte dei delegati (evidente negli applausi alla lettera di Tsipras). Insomma, situazioni che mi hanno ricordato tanti congressi del PCI, ma che lì avvenivano in un Partito con altra forza, altre percentuali, altro radicamento. Ho percepito fisicamente ciò che non ci vuole un grande intuito a cogliere politicamente –  e che, infatti, probabilmente tutti colgono – i due rischi speculari di SEL: da un lato, il prevalere dell’autoconservazione di gruppi dirigenti o parlamentari, la chiusura nella logica del “partitino” che, subalternamente, resta un’appendice di un PD sempre più, a sua volta, subalterno e che riserverebbe a questo alleato – non alleato, mal tollerato, la stessa sorte di Rifondazione, non per liquidare ciò che è più a sinistra, ma per liquidare qualunque prospettiva di sinistra, quasi a volersi emendare da un peccato d’origine. Dall’altro versante, il pericolo eterno di certe spinte massimaliste  e un po’ narcisiste; vedersi sempre più belli, ma sempre più soli e ininfluenti. Per la verità, sono due rischi che condurrebbero, entrambi, all’ininfluenza. Capisco la “porta stretta” in cui Vendola deve passare.

La cosa bella: un dibattito vero, politicamente vivo, attento alla realtà sociale del Paese ed alle dinamiche storiche aperte in Europa; una riserva morale e politica, forse non sempre consapevole della responsabilità potenziale verso i destini della sinistra italiana, ma capace di far rivivere il senso della militanza politica e del confronto intellettuale. Il sopravvivere, malgrado tutto, del senso che SEL ha dato a se stessa nascendo ed a cui ha guardato con interesse anche chi, come me, sbagliando, ha pensato di poter ancorare il PD a sinistra.

Impressioni contraddittorie, dunque. Ma la contraddizione è nella realtà, e non è casuale. A distanza di poche settimane da quel Congresso, di fronte all’indecente resa dei conti – sul nulla, o quasi, se il Paese non fosse messo così male – all’interno del PD, quella contraddizione sembra allargarsi, alimentata, credo, da una parte dello stesso PD, per assorbire qualcuno nella logica imperante del trasformismo. Non mi auguro, ovviamente, che accada; ma anche se non dovesse accadere, anzi, a maggior ragione, quella contraddizione va superata. La forbice tra queste due prospettive distruttive, è stata allargata da un errore politico: dalla sostanziale immobilità di SEL, all’indomani della nascita del Governo Letta – Berlusconi. Perché, nonostante il comizio, bello ed entusiasmante di Vendola, a Piazza Santi Apostoli, a Roma, nessun cantiere della sinistra – di una sinistra di governo, ma di sinistra – è partito; si è stati, troppo a lungo, a guardare dal buco serratura cosa accadeva nel PD. E’ mancata la determinazione di costruire, davvero, un campo altro, con il tanto che c’è nel Paese; quello, sì, avrebbe potuto condizionare lo stesso dibattito nel PD; quello, sì, avrebbe potuto recuperare una parte del voto grillino. Ma, soprattutto, quello potrebbe riaprire un processo critico, profondo, nella società italiana.  Qualcuno dice: SEL è troppo piccola per farlo; io dico: SEL si sta rimpicciolendo perché non lo fa.

Ma non è troppo tardi. Se SEL saprà essere strabica: un occhio alle elezioni, un altro ai processi più profondi.

Cavalieri inesistenti

Anche facendo ogni possibile sforzo, con ogni generoso ottimismo, non è proprio possibile vedere, nella scadente partita a poker tra Renzi e Letta, con altre comparse fuori e dentro il PD, la minima capacità di scindere i propri destini personali dalla responsabilità politica verso il Paese; persino la legge elettorale è stata usata come clava. Anzi, per dirla tutta, sta andando in scena l’ennesimo duello tra Craxi e De Mita; solo, con protagonisti di un livello molto più basso e, dettaglio non secondario, senza più quella sponda oppositiva e contenitiva che, invece, il PCI rappresentava.

Dunque, questo conflitto è tutto, o quasi, legato ad ambizioni personali (e il “quasi”, per inciso, non è detto che rappresenti qualcosa di meglio). Perché dovrebbe stupire? Parliamo di un partito che chiama “Congresso” delle conte mediatiche, dove le differenze sono comunicative o di look, che brucia dirigenti (o presunti tali) con la stessa rapidità con cui quelli nuovi smentiscono i loro impegni (serve ricordare i proclami di Renzi sui rimpasti e, poi, il suo rimpastone?), in cui gli yesmen si moltiplicano come i funghi.

Insomma,  un partito del presente. Non nel senso che vive nel presente, ma, appunto, del presente; dei suoi luoghi comuni, delle sue distorsioni. Questo rende, tra l’altro, inconsistente anche il presunto realismo di chi, persino in buona fede, continua a pensare che lì è meglio starci, per condizionare ( e posso ben dirlo, perché, tante volte l’ho pensato). Ma per condizionare che? Chi al posto di Bersani, poi al posto di Letta, poi al posto di Renzi deve dire (più che fare) le stesse cose che un liberista moderato farebbe con ben altra efficienza e spessore?

Chi glielo spiega a questi cavalieri del nulla che “cambiare rotta” non significa cambiare un Presidente del Consiglio, ma tornare a rappresentare i ceti subalterni – che, qualora non se ne fossero accorti, sono aumentati e sono,  per colpa di questa politica, ancora più subalterni, anche culturalmente – ? Chi glielo spiega che le “basse intese” – che sarebbe comunque indispensabile abbandonare subito – non sono state né una necessità, né un errore contingente, ma la logica conseguenza di una mutazione genetica, che ha smarrito, giorno per giorno, la funzione storica e sociale (storica e sociale: non passatista e minoritaria) della sinistra? Chi glielo spiega che il mondo, non solo non cambia, ma nemmeno “progredisce” senza un pensiero critico di massa e che il pensiero unico – di cui sono, ormai, inconsapevoli testimoni antropologici – non è un dato della realtà, ma la rappresentazione ideologica di interessi chiari, forti, dominanti?

Non è a questo ceto post politico che dobbiamo spiegarlo; ma ai giovani, ai lavoratori, ai precari, ai pensionati, alle donne, con la convinzione che se nel tempo breve, come elettori, non comprenderanno, in un tempo un po’ più lungo, come cittadini, come donne e uomini, torneranno ad impossessarsi della politica e la trasformeranno in uno strumento che sappia far contare le persone e non si limiti a contarle.

Anche per questo, sarebbe bene che chi potrebbe ricostruire un campo aperto e nuovo della sinistra, non stesse troppo attaccato a questi miasmi (che nessuna “Smart” può rendere moderni).

Gramsciana

Ho partecipato, insieme all’autore – Angelo D’Orsi – e ad una giovane ricercatrice dell’Università di Torino – Francesca Chiarotto – alla presentazione dell’ultimo lavoro di questo studioso che è uno dei maggiori conoscitori del pensiero di Gramsci; ma è, anche (merito, se possibile, anche maggiore) animatore di una scuola di studiosi gramsciani e di una rivista, Historia magistra, che tiene vivo il dibattito sul più grande pensatore italiano del Novecento e tra i più importanti e tradotti intellettuali del mondo.

Gramsciana è una raccolta di saggi ed interventi che D’Orsi ha rielaborato, su molti aspetti della multiforme opera di Antonio Gramsci: dalla sua rinascita nel dibattito politico ed intellettuale, al giornalismo come scienza sociale; dalla centralità del tema nazionale e risorgimentale all’analisi della guerra o dell’influenza vaticana e della questione cattolica. Un testo bello ed utile, sia per chi volesse avvicinarsi al pensiero ed alla figura di Gramsci, sia per chi già lo conosce e lo studia da tempo.

Sempre più spesso mi capita di pensare, di fronte alla tristezza ed alla drammatica inconsistenza del panorama politico italiano, se e quanto, realmente, possa essere utile il lavoro intellettuale, critico, formativo. Mi torna alla memoria, quasi ossessivamente, un verso di Gianni D’Elia: “…Andatelo a dire ai morti di ieri / che il loro morire fu come le nevi…”. Poi uno pensa proprio a quei morti, pensa a Gramsci che, dal chiuso di una cella, di fronte ad una tragedia politica e personale (distinzione difficile, nel suo caso), pensa il mondo e lo reinterpreta, proprio alla luce di quella sconfitta, per tracciare le linee nuove della sua trasformazione e offre al marxismo il contributo più importante dopo Marx.

Legge una sconfitta, dunque, per tracciare un pensiero lungo e, senza rinunce, cambia l’idea stessa di rivoluzione. Già dagli scritti giovanili comprende che una politica senza il senso storico della sua funzione educatrice è destinata alla subalternità o all’impotenza settaria. Tutto il corpus e la vita, di questa incarnazione della filosofia della prassi, ci dicono che una sinistra incapace di una battaglia egemonica è destinata ad essere in ritardo rispetto ai cambiamenti e subalterna al corso delle cose. Non credo ci siano dubbi sull’utilità di Gramsci per provare a capire la sconfitta presente. Ma se questa comprensione non si fa soggetto politico collettivo, neanche Gramsci ci può aiutare.

Ecco un affresco dell’impotenza lamentosa; lo scrive sull’Avanti, nel 1919: “…un eterno rimpianto,un gemito sommesso che strazia le viscere: ah! Se avessero fatto questo, ah! Se il Parlamento…ah! Se gli industriali…ah! Se gli operai….ah! se i contadini…ah! Se la scuola…ah! Se i giornali…ah! Se i giovani…Da vent’anni è la stessa elegia che risuona dall’Alpi al Lilibeo; e gli uomini non hanno cambiato, e la vita economica non ha spostato il suo asse che impercettibilmente, e la corruzione, l’imbroglio, l’illusione demagogica, il ricatto, la truffa parlamentare, l’anchilosi burocratica sono rimaste le supreme idee conduttrici dell’attività economica nazionale”. Antonio Gramsci parla dei liberali, ma, cara sinistra italiana, de te fabula…