Monthly Archive, agosto 2013

Il castello di Atlante

Il dibattito relativo alla sinistra, aperto su Repubblica, dall’articolo di Michele Serra ha prodotto stimoli interessanti, ha avuto  il merito di porre, direttamente ed indirettamente, domande centrali: il rapporto della sinistra col futuro, con la giustizia sociale, con la categoria – ormai quasi reietta – del conflitto, se abbia senso, o meno, una  dimensione o  identità puramente nazionale. Ma soprattutto la questione centrale, intorno alla quale si gira da troppo tempo, cioè se esista o meno una sinistra, che non è solo una somma di idee più o meno progressiste, di buone intenzioni, ma una soggettività sociale e politica, una cultura, quali ne siano i confini teorici e se sia ancora in grado di avere un ruolo autonomo di trasformazione, senza il quale si riduce ad un soprammobile, kitsch o raffinato che sia.

Conosco il refrain, perché è capitato anche a me di usarlo: il mondo è cambiato, tutto cambia, le vecchie categorie…Tutto vero, ma anche un alibi comodo per non guardare seriamente dentro questo cambiamento, per non fare il lavoro collettivo di capire come costruire nel cambiamento una forza capace di orientarlo, di ridefinire i fini, non di abbandonarli.

Quello che sta accadendo nella crisi mondiale ed europea – con le preoccupanti specificità italiane – non è altra cosa da questa discussione; colpisce, tuttavia, la distanza tra lo spessore dei problemi, dello sforzo analitico che servirebbe al loro cospetto ed il carattere epidermico del dibattito nella principale forza della sinistra italiana. Questa sinistra, in altre fasi della storia, ha saputo dare un contributo a pensare il mondo e a cambiarlo, ha saputo costruire un legame tra pensatori complessi ed un pensiero diffuso, un sentimento popolare, ha saputo produrre egemonia; e non l’ha fatto nel chiuso di qualche pensatoio asettico, bensì nel vivo di crisi e conflitti, diversi  ma non meno drammatici di questi. Da più di vent’anni, è invece affannata a “nuotare con la corrente” e affatata da interpretazioni giornalistiche e sondaggistiche della realtà, con gruppi dirigenti che sembrano specchiarsi nelle proprie vanità, anche quando agitano il vessillo dell’ “interesse nazionale”. Affannata a liberarsi dei propri “idoli” (anche di quelli ancora utili), la sinistra ha finito con l’adorare gli idoli degli altri.  In sintesi, si è destoricizzato un linguaggio, un universo di simboli e di categorie, non più per rinnovarlo, ma semplicemente per negarlo; compiendo così la più ideologica delle operazioni, nel nome del presunto superamento delle ideologie.

Lo stesso consenso, che è centrale ovviamente nella democrazia, può essere la capacità di creare un comune sentire, una  visione consapevole del presente e del futuro; oppure può significare, come sta significando, ridurre i cittadini a compratori di un prodotto, televisivo o telematico che sia. E’ il confine (si licet) tra egemonia e subalternità.  Consenso era, per i  partiti di massa, dare forma e prospettiva a contraddizioni reali ed ai bisogni, altrettanto reali, di un corpo sociale conosciuto e filtrato da relazioni ed ascolto, da dibattito e conflitto; non era interrogazione alterna o anche ossessiva di un corpo estraneo da blandire o inseguire, riducendo la cultura politica a tecnica di marketing. Consenso era, per quei diversi corpi sociali, se non sempre partecipazione attiva (che riguardava solo essenziali e vitali minoranze), attenzione critica, fiducia o rispetto; la percezione che dietro proposte ed idee vi fosse un lavoro collettivo, un’elaborazione – più o meno condivisibile – della realtà. Può apparire paradossale, ma non lo è poi molto, che proprio l’ossessione della ricerca quasi mercantile del consenso, prevalsa nell’ultimo scorcio del secolo scorso e dilagata in questo primo decennio del nuovo millennio, abbia finito col registrare livelli quasi sconvolgenti di crollo nella fiducia verso i partiti e verso il Parlamento (lo dimostra, dati alla mano, Marco Revelli nel suo ultimo lavoro, ma lo dimostra altrettanto, purtroppo, la cronaca quotidiana). Non è, invece, per nulla un paradosso il fatto che: più si insegue il consenso, meno si sa di coloro che si vuol rappresentare; più si seguono i sondaggi, più si diventa autoreferenziali e distanti.

La perdita di questa capacità di produrre pensiero politico (cioè, dare forma consapevole alle tendenze del mondo) è forse l’aspetto più preoccupante della crisi dei partiti e delle democrazie ed è una delle cause di quella incapacità di pensare il futuro, che ha evidenziato Serra nel suo articolo iniziale. Non si sa dare forma al futuro, perché, chiusi nel castello di Atlante del consenso, non si articola una critica del presente, delle sue tendenze che costruiscono invece, ci piaccia o meno, l’umanità futura.

Eric Hobsbawm – che ci ha lasciati da poco, con un libro profetico: La fine della cultura – scriveva molti anni fa: “…La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono”. Esiste, per le sinistre e per le democrazie, un problema più politico di questo? Si può pensare – o ancor più, dare forma al futuro – se si è prigionieri di questo presente, anzi, di questa quotidianità dilatata? E soprattutto se  la politica, lo strumento che dovrebbe essere maggiormente vocato alla critica e, insieme, al progetto, alla dimensione pubblica e collettiva e sembra, invece, ormai un laboratorio dei valori dominanti: l’individuo e il mercato? Cosa ha consentito alla sinistra, particolarmente in Italia, questo disarmo unilaterale, questa assunzione quasi passiva del punto di vista altrui? Prima di tutto, lo smettere di considerarlo altrui; cioè, l’assunzione di un punto di vista sostanzialmente unico sul mondo, una visione puramente regolativa della società capitalistica, rinunciando a pensare l’oltre, a tenerlo, fosse anche come orizzonte teorico. Una sorta di pensiero unico, in cui si è verificato un corto circuito tra la scelta – condivisibile e storicamente determinabile – della democrazia come valore universale, irrinunciabile, e la sostanziale accettazione del capitalismo come dato di fatto, come fine della storia, con la conseguente e devastante privatizzazione delle relazioni sociali ed umane; fino, appunto, a quella degli stessi codici profondi della politica.

Non sembri un’ingenuità, ma mi piacerebbe leggere, nei documenti congressuali del prossimo autunno, un tentativo di risposta all’ambascia di Hobsbawm, che tipo di umanità, di processi conoscitivi ed elaborativi sta producendo la virtualizzazione delle relazioni umane, come costruire una soggettività politica, pensante e non solo votante, nel combinato di frammentazione e globalizzazione dei processi produttivi. Non sottovaluto l’imu o la spesa pubblica, ma non troveremo le risposte fuori da un’analisi e da un disegno di cambiamento più generali. Non sottovaluto neanche la capacità di comunicazione, ma non troveremo le risposte misurando quanto è telegenico un leader, né circondandolo di ripetitori.

Questi mesi hanno dato forma materiale all’incubo ricorrente di una sinistra divisa, in parte nell’angolo, ininfluente o allo sbando; in parte, nel nome dell’emergenza, prigioniera della propria mutazione genetica e dei disegni altrui. E, purtroppo, pur cambiando i livelli, non è solo uno scenario nazionale. Proviamo ad evitare di svegliarci, tra non molto tempo, al di là delle sigle, semplicemente senza una sinistra. Proviamo a vedere le contraddizioni reali del mondo e del Paese, e ad costruire i soggetti ed i conflitti necessari.

 

Fiori nel deserto

L’Egitto e  la Siria, oggi. La Tunisia, la Libia, l’Algeria, appena ieri; poi l’Irak, l’Iran. Il Medio Oriente non riesce ad uscire, nonostante le speranze delle primavere arabe, dalla tenaglia: dittatori corrotti e sanguinari, laici (o semplicemente opportunisti); militari sanguinari, laici o meno; fondamentalisti, ovviamente tutt’altro che laici, medievali ed altrettanto sanguinari. Lontana, lontanissima la stagione dei tentativi di riscatto anticoloniale della rivoluzione algerina, di quella palestinese. I semi avvelenati  – delle partite a scacchi delle superpotenze, prima, del capitalismo trionfante poi, dell’indifferenza o dell’impotenza europea sempre, o quasi – hanno prodotto frutti ancor più avvelenati, nei quali sguazzano i privilegi delle élite arabe e i predicatori dell’oscurantismo, che reprimono o cavalcano la disperazione di masse immense.

Prima ancora che di fronte alla crisi finanziaria, le democrazie occidentali hanno sperimentato la propria impotenza nel rapporto col mondo arabo, direi nel rapporto col mondo.

Le democrazie non si esportano, ma i vagiti di libertà, di giustizia ed indipendenza che si sono levati, a fasi alterne, da quel mondo sono stati lasciati soli, visti come altro dalla crisi del nostro mondo e da quella delle democrazie, fatta salva la coazione a ripetere delle politiche di potenza.

Il tema del governo mondiale è più aperto, più urgente che mai. Le democrazie non si esportano, ma le loro crisi si.

L’interesse nazionale

Dunque, la condanna di Berlusconi è stata confermata; i diversi livelli della Magistratura hanno accertato i fatti e le responsabilità, emesso, in tre gradi di giudizio, le sentenze, pronunciato la condanna definitiva. L’uomo è fuori dalle istituzioni repubblicane e, in un paese normale, sarebbe anche fuori dalla vita politica e non potrebbe più essere, per ragioni morali e di opportunità, il leader di un importante schieramento; e, in un paese normale,  ciò non dovrebbe avere nulla a che fare con l’obiettivo di sconfiggere i propri avversari politicamente e non “attraverso la Magistratura”; perché, nel nostro ordinamento, la Magistratura non sconfigge nessuno, fa rispettare le leggi – che il Parlamento decide – e giudica in base ad esse. Semmai, in un paese normale si direbbe che un uomo politico che viola le leggi “ si sconfigge da solo”, perché si pone da solo fuori dal sistema di regole che si è dato lo Stato, e dunque non potrebbe ambire a dirigerlo.

Ma questo non è un paese normale; troppo basso il senso morale diffuso, il senso dello Stato e delle regole.

Dunque, in questa democrazia anomala ed immatura, Berlusconi condannato in tre gradi di giudizio, di fatto espulso, per la legge (non “per la Magistratura”), dalle Istituzioni, resta il capo di uno dei più importanti schieramenti del Paese, continuerà ad avere influenza sul governo di cui il suo partito è parte integrante e, presumibilmente (molto presumibilmente) sulla pubblica opinione. E’ a questo dato di fatto che il Partito Democratico non può sfuggire; cioè, non può dire – continuando a far finta – che la sentenza penale costituisce una pura vicenda personale, perché quel condannato è ancora, e rimarrà, il capo indiscusso del PdL, partito di governo assai influente e, dunque – in fatto e in diritto – alleato del PD.

E’ un dato materiale, non un sillogismo formale, a dire che il PD continua a stare al governo con Berlusconi. Qualcuno ha detto: “ma Berlusconi non è un Ministro”; debolissima obiezione: anche Epifani non è un Ministro, ma è il Segretario del PD e, ad essere sinceri, tra l’altro, la sua influenza sul complesso dei gruppi parlamentari e della compagine di governo del PD, è assai minore di quella che Berlusconi ha sui suoi. Qualcun altro ha detto, invece, che la natura dell’alleato era nota ben prima della sentenza. Considerazione sincera, ma che costituisce un’aggravante rispetto a quest’alleanza; sincera si, ma anche strumentalmente volta a sminuire (inutilmente) il peso di una sentenza. Sentenza che, per inciso, ha molto a che fare con l’azione di un governo (e di quello precedente) che chiede sacrifici pesanti agli italiani, mentre il capo di uno dei partiti che governano è stato appena condannato, in via definitiva, per aver fatto molto più del contrario di ciò che si chiede a pensionati, giovani e lavoratori.

Diciamo una verità scontata: non so se questo governo sia mai veramente nato, ma certo è morto; ed è morto dopo la sentenza della Cassazione, perché è sempre stato intimamente legato a questa vicenda giudiziaria. E questo governo doveva salvare il Paese? Con quali presupposti? Non poteva  – e non ha potuto – compiere nessun atto rilevante; tranne quello di dividere ulteriormente la sinistra che, faticosamente, aveva ricostruito un nucleo di prospettiva per l’Italia. Una responsabilità grave e inutile del gruppo dirigente del PD; tra l’altro assunta, dopo aver fatto le primarie su tutto, in stanze ristrettissime, senza neanche riunire i gruppi dirigenti provinciali o regionali.

Questa discussione, prima o poi, bisognerà farla; perché tornerà a galla come ogni falsa coscienza. Prima o poi, ma non ora. Ora, invece, sarebbe necessario che il PD – evitando di giocare il gioco vecchissimo, da prima Repubblica, del cerino – ritrovasse se stesso ed il senso della propria funzione, pensasse veramente all’interesse del Paese ed alla sua prospettiva futura, quella di un governo di cambiamento, cominciando a ricostruirla. Sarebbe necessario che si ponesse al centro la definitiva  inscindibilità tra la riforma morale e politica e le politiche economiche e di giustizia sociale. Sarebbe necessario andare da Napolitano, a dirgli che con questa destra non c’è nulla da salvare e, dunque, si voti subito in Parlamento l’abolizione del “porcellum” e si torni a votare, perché il Paese si assuma le sue responsabilità, tra programmi, pratiche morali, soluzioni profondamente diverse. Sarebbe necessario.