Monthly Archive, luglio 2013

Orfani

Qualche giorno fa, la Provincia di Fermo ha presentato “L’atlante del consumo di suolo”, una pubblicazione ben fatta ed interessante connessa al nuovo Piano Territoriale di Coordinamento. Non è, però, dell’aspetto locale che mi interessa scrivere, anche perché esso rivela, in sintesi, ciò che già sappiamo e che è, nella sua sostanza, un dato, purtroppo, ormai generalizzato: suolo e paesaggio sono stati devastati – pur con illustri precedenti nel decennio degli anni 70, dopo il boom economico – in misura impressionante dagli anni 80 in poi, senza alcun riferimento ai bisogni reali, alla programmazione, alla coscienza del limite. Mi interessa, invece, dare forma ad alcune riflessioni che facevo ascoltando il dibattito.

Dopo la stagione straordinaria della pianificazione urbanistica, ispirata nel decennio 70 al primato del pubblico, non è che non vi siano state leggi urbanistiche utili ed interessanti, dopo. Ma cosa è mancato? Le stesse cose che sono mancate dopo la Riforma sanitaria, dopo la legge 180 che superava la vergogna dei manicomi, dopo i decreti delegati nella scuola, dopo le avanzate legislative dei diritti delle donne (divorzio, interruzione della gravidanza, violenza sessuale, diritto di famiglia). Perché, nonostante in molti di questi casi, sia anche continuata, sul solco tracciato, una scia legislativa non regressiva, in realtà si è affermata una regressione sostanziale, in qualche caso impietosa? Cosa è venuto meno? Lo spirito pubblico; la spinta al cambiamento; il disegno generale di riforma democratica della società italiana. La politica come movimento collettivo di cambiamento ha lasciato il posto a quello che Pietro Barcellona definiva, già alla metà degli anni 80, l’ “individualismo proprietario”, che è diventato così egemone da informare di sé anche il suo contrappeso storico, la politica appunto. Le degenerazioni di oggi debbono essere indagate nella perdita di senso di ieri.

Non più solo l’urbanistica come strumento di arricchimento privato e di consenso politico; un passo più a fondo: il consenso ossessivo, cioè la democrazia privata del conflitto e delle sue finalità collettive, che assume in sé la stessa essenza del mercato, cioè, diviene anche esso “individualismo proprietario”. Gli anni 80 hanno determinato, in buona parte del pianeta – e non meno in Italia, terreno franoso, dal punto di vista dello spirito repubblicano – questa mutazione genetica, che ha egemonizzato anche buona parte della sinistra.

Ancora. L’intervento di un Assessore regionale (ottima persona, peraltro), che invitava a “non lasciare soli i Sindaci” di fronte alle spinte edificatorie, mi è sembrato, davvero, troppo ingenuo. Chi dovrebbe far loro “compagnia”, con questa legge elettorale diretta, con la trasformazione di buona parte dei partiti in comitati elettorali, nel migliore dei casi; d’affari nel peggiore? Senza questi soggetti collettivi di elaborazione, di controllo popolare, di mediazione degli interessi particolari con l’interesse pubblico, anche la migliore delle leggi nasce orfana.

Le rose effimere

Che questo governo fosse appeso alle vicende giudiziarie di Berlusconi e che questa fosse la destra italiana – espressione neofeudale di una profonda commistione tra pubblico e privato – era evidente sin dall’inizio; ma sicuramente da quella sconcertante manifestazione di Brescia e, probabilmente, emergeva già dalle dinamiche che hanno portato alla nascita del governo stesso. Dunque, nessuno stupore o indignazione ipocrita. Semmai, stupisce proprio lo stupore di chi, consapevole di ciò, ha accettato o favorito la nascita di un governo, appunto, appeso a tali vicende giudiziarie e per il quale, dunque, “potenza” o “impotenza” dipendono dal loro esito. Cioè un governo sotto costante ricatto. Cosa c’entri questo col riformismo cui si riferisce Scalfari in un fondo di Repubblica, sarebbe interessante saperlo.

Qualcuno, anche dopo la richiesta – irricevibile per qualunque democrazia appena decente – di sospensione ricattatoria dei lavori parlamentari, continua a dire che la politica si occupa troppo delle vicende giudiziarie di Berlusconi. E’ esattamente il contrario: sono tali vicende ( cioè reati o ipotesi di reato privati, pubblici o pubblico-privati) ad aver occupato il Parlamento, la politica, il Paese. E ciò ha una qualche relazione, non esclusiva, ma sicuramente aggravante, col disastro economico e sociale su cui si balla questo balletto.

Al di là del merito strettamente giuridico, qual è il senso politico del tirare fuori, proprio in questo momento, dopo decenni, un disegno di legge sulla incompatibilità? Cosa ne deduce un cittadino normale? E dalla polemica di Epifani con Grillo – proprio mentre qualche grillino comincia a parlare apertamente di un possibile governo col PD  – sulla improbabile difesa di tale disegno, cosa si può dedurre? E’ lo stesso PD che con Bersani, intelligentemente, cerca di scaricare il potere ricattatorio di Berlusconi, dicendo, appunto, che in Parlamento ci sono possibili maggioranze alternative? Quale è la strategia del PD? O meglio: esiste una strategia del PD? E sulla vicenda Alfano – rispetto alla quale dovrebbe esistere comunque una responsabilità oggettiva (o i Ministri sono passacarte?) – il precedente altrettanto grave fu quando un governo di centro sinistra riconsegnò Ocalan alla Turchia; cosa si aspetta a chiedergli seriamente conto del danno di credibilità internazionale prodotto? E cos’altro serve per dire – in un Paese che ha conosciuto stragi, depistaggi, connivenze – che non è più tollerabile che pezzi dello Stato agiscano come corpi separati? Certo, la moglie di un dissidente di una “repubblica” caucasica non è la nipote di Mubarak; poteva dire di essere la cugina di Putin. Ma, ironie a parte, dietro lo schermo della tenuta di un governo che sembra più di “salvezza personale” che nazionale, quanti principi e quanto futuro deve ancora sacrificare il PD? Quanto deve ancora concedere a questi alleati?

Che a costoro, o al loro concorso, si potesse affidare la salvezza di un Paese, che da costoro ci si potesse attendere, anche lontanamente, una qualche forma di responsabilità o di lealtà istituzionale e morale, è, nel migliore dei casi, una ingenuità che rivela molto della crisi del maggior partito della sinistra. Forse da questo “equivoco”, da questi errori di valutazione occorrerebbe partire per ridefinire l’identità e il progetto di una sinistra di governo, più che dall’appeal telegenico di leader che durano come le rose di Lorenzo: “…Così le vidi nascere e morire, passare lor vaghezza in men d’un’ora…”.

Pianto greco

Nell’Atene del 2014, sono tornate le dracme, come le pesetas in Spagna e le lire in Italia. Vengono assassinati tre personaggi noti, legati tra loro dalla comune appartenenza alla “generazione del Politecnico”, quella cioè che si è battuta contro la dittatura dei colonnelli, ma anche dalle successive carriere discutibili, costruite proprio grazie all’alone eroico della loro partecipazione alla resistenza; una parabola sull’opportunismo, sul tradimento di ideali, valori e compagni di lotta; sulla latente tragicità del conflitto tra le generazioni.

“La resa dei conti” è l’ultimo giallo di Petros Markaris, una nuova indagine del Commissario Charitos, in una Grecia disastrata economicamente e socialmente da una classe politica irresponsabile e dalla logica monetarista di un’Europa che travolge i più deboli. La trama non è irresistibile (per giallisti navigati), ma, come accade sempre più frequentemente, forse da sempre, il giallo è, in realtà, un pretesto per raccontare, tra realtà e paradosso, un contesto sociale in cui l’ironia non cela la profonda amarezza di un Paese che è l’anima dell’Europa e dell’occidente e che sente, in uno dei momenti più tragici, l’abbandono indifferente; che ha pensato la democrazia più di duemila anni fa, ed oggi la vede sospesa e precaria, tenuta per il collo da logiche economiciste e monetarie. Non una premonizione, per l’Italia, ma una lettura solidale e intelligente anche per noi.

Il comune senso…del ridicolo

E’ sconcertante la velocità con cui, un governo che rimanda tutto e si divide su tutto, non ha neanche appoggiato sul tavolo la sentenza della Consulta sulle Province, che ha già partorito un disegno di legge che cancella la parola Provincia dalla Costituzione. Ora,  questa cancellazione suona persino un po’ ridicola e viene da pensare che, magari, si potrebbe preparare un altro decreto legge per eliminare tutto il campo semantico dal vocabolario: togliamo l’aggettivo “provinciale”? Eliminiamo espressioni ormai incostituzionali come “vivere in provincia”? Non ci meravigliamo di nulla, se un pensionato è stato denunciato per “vilipendio della nazione”, per aver usato, magari perché irritato o esasperato, un’espressione un po’ volgare sull’Italia, ormai può accadere di tutto. Ma, al di là del senso del ridicolo, che si è un po’ affievolito nel nostro Paese (si licet e se non compio vilipendio), sarebbe interessante che qualcuno spiegasse perché le Province devono essere abolite, quanto si risparmia realmente e se questo risparmio non produca altri costi indiretti e se, magari invece, non abbia più senso una riforma organica delle funzioni dei diversi livelli di governo. La seconda parte della Costituzione può, certo, essere riformata, ma i costituenti avevano un disegno della democrazia in testa, forte e condiviso e che andava oltre il pallottoliere; questi apprendisti stregoni, che hanno in testa. E il pallottoliere lo sanno, poi, usare davvero?

La cosa, però, più stridente (non ho letto la Gazzetta ufficiale e non so se questo aggettivo si può ancora usare) è che IMU, IVA, conflitto di interesse, milioni di disoccupati, precari…(l’elenco sarebbe troppo lungo) possono aspettare. Intanto, in questo momento storico, che ha sostituito i rumori corporali ai ragionamenti, diamo in pasto al populismo affamato l’ossicino delle Province; non importa, o diremo poi, in agosto, chi ne assumerà le funzioni e quanto costerà reinquadrare dirigenti e impiegati, o accentrare nelle Regioni(che invece costano poco e sono esenti da scandali…); intanto scoticate l’ossicino, poi ci penserà il governo di salvezza nazionale, sempre che i sondaggi lo consentano.