Category Archive 'Fondi':

“C’è solo la strada, su cui puoi contare”

Mentre Norma Rangeri scriveva l’articolo per proporre una grande manifestazione antirazzista e antifascista a Roma, mi scriveva dalla Toscana una giovane compagna, volontaria di Emergency: facciamo qualcosa di concreto – diceva in sostanza – facciamo uscire la gente dai social, prima che sia troppo tardi. Il manifesto ha fatto quello che era indispensabile, un colpo di reni, una spinta a tutti coloro che sono indignati, magari impauriti, o, peggio, rassegnati. Nessuna paura, ancor meno dopo Piazza San Babila: siamo tante e tanti e non vogliamo tornare indietro rispetto ai fondamenti della civiltà. Vogliamo restare umani, ma non inermi di fronte al razzismo e al fascismo che tirano fuori, di nuovo, gli artigli. Non siamo followers, siamo persone, lavoratori, studenti, migranti, precari, disoccupati, pensionati, donne e uomini, giovani e adulti, omosessuali ed eterosessuali, pensieri e corpi. E sappiamo ancora essere masse popolari, forza civile e politica.

Per questo serve una manifestazione grande (visibile ha scritto, a ragione, Luciana Castellina; e tangibile mi viene da dire), e serve a Roma, possibilmente a Piazza San Giovanni; perché, piena o no, quello è l’ordine di grandezza che ci deve guidare.

Voglio dire la mia su due punti. Il primo: liquidare l’offensiva di Salvini sui migranti come una furbizia elettorale permanente, o come un’arma di distrazione rispetto all’impotenza sulle politiche economiche, è sbagliato e riduttivo. Non che sia poco, ma il pericolo vero è che, con questo arretramento delle coscienze, con questo testare i livelli di “disumanità tollerata” (come ci spiegava, settimane fa, Éric Fassin su questo giornale), Salvini, Orban, Seehofer e compagnia cantante, si accreditano proprio presso quelle élites che dicono di voler combattere; proponendo loro un’altra Europa, antidemocratica e “controllabile”; l’attacco a Macron significa: “questa roba la facciamo meglio noi”. In Europa lo dovremmo ricordare, o davvero, la memoria storica è scritta sull’acqua? No, proprio non può esistere una “versione di sinistra” del “prima gli italiani”: o “prima gli esseri umani” o “prima il capitale”.

Secondo: mi auguro che sia una manifestazione unitaria e senza steccati, sì, ma nella chiarezza. Non, per capirci, la manifestazione del PD del 29 settembre; non sfilerò con Minniti o con chi fa manifestazioni ad uso congressuale. Venga in piazza con noi, invece, chi non è per i respingimenti, chi non vuole fermare i migranti in Libia nelle mani degli assassini e degli stupratori (e non rivendica di averlo fatto “di più e meglio”); venga in piazza chi considera indecente e illegale – qualunque cosa si pensi dell’Europa – usare la vita delle persone come arma di ricatto; venga in piazza chi si batte per corridoi umanitari sicuri, chi vuole un’Europa aperta al Mediterraneo e al mondo, chi rivendica il diritto delle persone – ben prima delle merci – di muoversi liberi e sicuri, di provare a migliorare la propria esistenza. Come si vede, per quanto mi riguarda: nessuno steccato, ma nessuna ambiguità, proprio perché la posta in gioco è troppo importante. Voglio dire ancora una cosa ai tanti elettori del Movimento 5 Stelle che – lo so per esperienza diretta – vivono con disagio questa subalternità: cosa deve ancora accadere, perché la vostra coscienza abbia un sussulto, perché il disagio diventi protesta? Questo è il momento, dopo sarà davvero troppo tardi.

Credo che le forze politiche della sinistra, il movimento sindacale, le associazioni, i tanti comitati locali e nazionali, debbano raccogliere, rilanciare, organizzare l’appello lanciato da il manifesto. Ma mi piacerebbe che facessimo di più: da qui alla manifestazione (qualunque sia la data scelta e condivisa), dovremmo organizzare, in ogni regione, in ogni territorio, iniziative di preparazione, di costruzione di questo appuntamento; cerchiamo di incontrare le persone, soprattutto quelle più deboli, quelle più “arrabbiate”, quelle delle tanto citate periferie; cerchiamo di far capire loro che i nemici non viaggiano sui barconi, viaggiano in business class, non dormono nelle baracche e non si distinguono dal colore della pelle. Che, in sintesi, la guerra tra i poveri la vincono i ricchi. Cerchiamo di avere almeno un po’ del coraggio e della forza di chi attraversa il Sahara e il Mediterraneo.

il manifesto 4 settembre 2018

Bentornati a Weimar

I paragoni storici possono essere fuorvianti, d’accordo; ma solo se utilizzati male, in forma passiva, descrittiva o pedagogica. Se invece – come insegnava Benjamin, un pensatore a me caro – servono a cogliere costellazioni critiche, aiutano ad alzare la testa dalla cronaca, a comprendere il tessuto profondo; servono anche ad uscire da quella specie di comfort politico di chi, sdraiato in una inesistente normalità, crede che il pescecane sia ancora nell’acquario della democrazia.

Provare a leggere le tracce sarebbe troppo lungo, sono tante; e persino le obiezioni di chi, magari sorridendo, dovesse considerarle eccessive, ci ricordano proprio una delle ragioni della sconfitta di allora: la rimozione della sostanza violenta della storia, l’adagiarsi in visioni evolutive. Sono segni tendenziali, certo, non copie conformi; la storia è una cosa seria e tragica, non è un museo delle cere.

Qualche nome ci può aiutare a capire meglio ciò che Éric Fassin ha già detto, con illuminante chiarezza, qualche giorno fa; cioè che le élite neoliberiste stanno testando – qua e là, in contesti diversi ma con valenza globale – se vogliamo usare un eufemismo, il prosciugamento autoritario delle democrazie: Nethanyau, Orban, Salvini, Seehofer, Erdogan e, naturalmente, Trump.

Fassin fa riferimento, soprattutto, ad uno dei livelli più difficili: quello relativo al grado, potremmo chiamarlo, di “disumanità tollerata”. Qualche traccia aggiuntiva? La Lega che, a Macerata, un mese dopo la sparatoria di Traini, passa dallo 0,7 al 20% circa; un commando (come altro lo vogliamo chiamare?) che spara su un gruppo di giovani Rom e ferisce gravemente una bambina; prima ancora, l’omicidio di Emmanuel a Fermo (ma soprattutto la rimozione o, peggio, la giustificazione di una parte consistente della città); poi l’intimidazione fascista a Como, contro un’associazione di volontariato; le ripetute intimidazioni contro un sacerdote a Pistoia (a Pistoia!). Tranne uno, ho scelto tutti esempi che precedono l’insediamento del governo Salvini. Poi è arrivata la campagna d’estate del Ministro plenipotenziario. Ampiamente preparata dalla politica di Minniti. Questi ultimi sono i test di Governo. Ma, presi nel loro insieme, da almeno due anni stiamo vedendo la violenza reale saltare fuori da quella del web; una “notte dei cristalli”, diciamo così, a bassa intensità.

Ma il test (che non si limita a registrare, bensì contribuisce a determinare un clima) non verifica solo il senso comune di massa; riguarda anche la capacità di reazione delle istituzioni democratiche nazionali ed europee, che sono l’oggetto principale della cura; un po’ come fu la guerra di Spagna per Francia e Inghilterra. La sostanza è nel passaggio dalla violenza predicata a quella agita; così si misura il livello di indifferenza e abitudine, per molti versi persino più importante del consenso esplicito.

Dunque c’è una crisi (in questo caso, una crisi ed una ristrutturazione epocale dei processi produttivi) che frantuma il movimento operaio; una sinistra che – non per colpa del destino – perde la propria capacità di rappresentanza dei ceti deboli; c’è una massa di sfruttati da un lato; una piccola borghesia sempre più frustrata, dall’altro; c’è un nemico inventato contro cui scagliarle, per evitare che si scaglino contro chi le ha impoverite e precarizzate. Ma c’è anche una mutazione genetica delle forze del socialismo, ossessionate dal consenso e talmente, ormai, prive di chiavi di lettura materialistiche, da pensare che lo si ottenga inseguendo la corrente, non contrastandola (come non ricordare il voto ai crediti di guerra, nei Parlamenti del 1914?); peggio ancora, convinte che governare significhi trovare il plauso dei salotti buoni. Certo, ogni epoca ha un cedimento di diversa qualità; ma la sostanza, anche in questo caso, mi sembra la stessa. C’è, certo, anche una sinistra che cerca una strada per contrastare e invertire il senso e il corso delle cose, ma è ancora molto debole e molto divisa e deve liberare la parola sinistra da una storia pluridecennale che evoca il contrario.

E c’è la banalità, ripetuta, del male; quella che, diceva Goldhagen, diventa “conversazione sociale”, senso comune radicato, quello che – per citare Brecht, visto che siamo in tema – “gli argomenti li ascolta con l’orecchio della spia”. A proposito, c’è anche (come poteva mancare?) il disprezzo verso gli intellettuali, ieri giudaico-massonici, oggi radical-chic. Il passaggio da quello che ho definito lo “xenofastidio”, al razzismo esplicito e senza più freni inibitori, è parte di quella “galvanizzazione delle masse” (secondo, ancora una volta, la definizione di Benjamin) che, scaricandosi sui più deboli, da un senso attivo alla loro subalternità. Se non si ha il coraggio di agire, si applaude chi agisce; o si trasforma la parola in atteggiamento, forti del senso comune, legittimati dagli atti e dalle parole del potere.

Poi c’è il terreno di coltura dell’ambiguità. Ha un ruolo importante: raccoglie ciò che la sinistra non sa più rappresentare e, attraverso un ponte antropologico – pseudo sociale e moralistico – offre giustificazioni e, mi verrebbe da dire, una fase di adattamento, alle mutazioni personali e collettive (De Gregori direbbe: “hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare”); in molti casi passano dall’imbarazzo all’inquadramento orgoglioso. Ha avuto gioco facile, perché chi doveva incarnare politiche sociali e questione morale ha fatto il contrario; ma la loro subalternità è, ormai, un dato evidente. Come per il Pd, anche per i 5 Stelle, quando non si ha un’identità, c’è qualcuno che ti offre la sua. Al Presidente Fico, a questo proposito, mi piacerebbe chiedere perché voglia essere, insieme al suo movimento, il vettore transitorio per chi – estraneo alle radici della democrazia – intende snaturarla, slabbrarla (non rinnovarla, anche radicalmente); di chi vuole cavalcare e consolidare un’onda disumanante e antidemocratica, per andare, subito dopo, all’incasso, da solo, e riscrivere, nelle forme del XXI secolo, una pagina buia, che abbiamo già vissuto. Vale anche per il Movimento 5 Stelle, come per il Paese, Presidente Fico, la famosa parabola della rana che, contenta del tepore dell’acqua, troppo tardi si accorge di essere bollita. E che, senza un’identità, si possa bollire anche governando, lo dimostra chi vi ha preceduti.

Dunque Weimar può essere considerata un’iperbole (e in parte lo è, perché non mi sfuggono, certo, differenze epocali); oppure, appunto, una costellazione critica. In questo secondo caso serve – soprattutto a chi vuole costruire un senso comune di massa diverso e alternativo, una forza che ridia respiro e radici alla sinistra – ad avere presente la radicalità dello scontro e della posta in gioco.

Come per i confronti storici, anche i riferimenti al mondo ecclesiastico possono apparire fuorvianti e non vanno mai “tirati per la giacca”; tuttavia anche quelli sono segni di un allarme che non mi è sembrato mai così esplicito. Un Vescovo meridionale, oggi nelle Marche, in un’omelia nella sua città d’origine ha detto: “ Il primo dato, allora, è muoversi…Non si tratta semplicemente di mettere in cantiere iniziative, né di opere da costruire, ma innanzitutto di uscire fuori dal torpore delle nostre precomprensioni, dei nostri pregiudizi, della nostra idea di Chiesa nel mondo, sempre a rischio di intimismo e di evasione dalle sue responsabilità…Come non interrogarsi oggi, per esempio, sulle storie disperate dei migranti, respinti in mare con la prospettiva quasi certa di morire?… Il Papa li definisce la carne sofferente di Cristo. Muoversi ed accogliere sono due atteggiamenti che sicuramente ci fanno incontrare il Signore…Non lasciamoci ingannare da promesse di benessere e di pace che nascono da chiusure: sono destinate a generare tristezza…Maria comincia a vedere la storia con gli occhi di Dio, che può ribaltare la situazione politica (saranno invertiti i rapporti di forza tra potenti e deboli) e sociale (ribaltate le condizioni del benessere). Il nuovo ordine è un inno a nome di tutti i poveri”. Lo cito perché mostra quanto diffusa sia, nella chiesa italiana – tra quelli che, nel nostro mondo chiameremmo “i quadri intermedi” – la consapevolezza della straordinarietà e del pericolo. Mi sembra che di questo livello, del resto, abbia piena consapevolezza la CEI, che coglie – come già aveva fatto Bergoglio, in particolare intervenendo a Strasburgo – il legame tra disumanizzazione e pericoli per le democrazie.

Ammesso che nella storia esistano, questo non è certo un momento ordinario; tutto ce lo dice da tempo e molti lo sanno. Serve, presto ma bene, una forza straordinaria, una sinistra che ribalti, prima di tutto, se stessa, i propri limiti ed errori, che tenga a debita distanza chi questa consapevolezza del ribaltamento necessario mostra di non saperla o non volerla avere. La storia può accelerare e cambiare rapidamente le forme della convivenza; la direzione – almeno per me, marxista inveterato – dipende dallo scontro tra le forze materiali, tra i soggetti in campo. Da troppo tempo ce n’è uno solo, non aspettiamo risvegli peggiori.

Cronaca e Storia

Non credo si debba scomodare l’aggettivo storico per definire il risultato del 4 marzo; anche perché – è la mia impressione – più si nomina la storia e più si fa fatica ad alzare la testa dalla cronaca. In realtà, queste elezioni (viste tanto da sinistra, quanto dallo sguardo poliedrico del Paese) stanno dentro un ciclo assai più lungo, esso sì storico. Quello che dal reaganismo, dalla ristrutturazione del capitalismo mondiale, ha fatto esplodere il bubbone avariato del socialismo reale, ha progressivamente spazzato via le politiche di compromesso sociale, ponendo sostanzialmente fine alle democrazie del Novecento; ha messo fuori corso la sinistra politica e le sue basi sociali, spingendola (cosa quanto mai facile) a dividersi tra subalternità (riottosa o entusiasta) e minoritarismo identitario.

Ciò non vuol dire che non vi siano stati errori recenti o contingenti; l’elenco sarebbe lungo e, in parte, viene ripetuto da più voci. Ciò che, invece, credo, ci debba impegnare più seriamente è una riflessione sulle ragioni profonde di questi errori; da un certo punto di vista, essi non sono nemmeno rubricabili come tali, semmai mi sembrano più il portato di una coazione a ripetere, il prodotto di una mancata autocritica profonda, sulle ragioni per cui, ad esempio, il PD non da oggi ha cambiato pelle e sostanza o le grandi forze del socialismo europeo sono divenute impotenti o mere esecutrici delle ristrutturazioni neo liberiste. O, per altro verso, sul perché tutto ciò che sta e stava alla sua sinistra non supera, non da oggi, il milione e mezzo di voti e, soprattutto, non detta, se non in forma sporadicamente difensiva, nulla dell’agenda politica, sociale e culturale del Paese e del continente. Attardarsi sui singoli errori, senza comprendere di quale cultura del cedimento siano figli, serve a poco; così come sono fuorvianti i continui tentativi di palingenesi della sinistra, senza uno sforzo sincero e profondo di comprensione del suo snaturamento. Credo – lo dico con rispetto, ma con chiarezza – che, ad esempio, chi ha condiviso o subito, fino a meno di un anno fa, decisioni e politiche nel PD, debba riflettere un po’ più a fondo sulle ragioni di quella trasformazione e della stessa propria fuoriuscita.  L’autocritica non è un atto formale o espiativo; è uno strumento di analisi e un antidoto – neanche miracoloso – per evitare di riprodurre dinamiche ed errori. Ed è un esercizio che serve a tutta la sinistra europea. E se qualcuno pensa di attardarsi (ancora?!) a vedere cosa accadrà nel PD, significa che non ne è mai uscito veramente e, davvero, non è un interlocutore utile.

Non è materia da seminari, per quanto interessanti; e non sono certo risolutivi (per quanto possano aiutare) le riflessioni individuali, come le poche righe che sto scrivendo.  Se LeU, ad esempio, vuole provare a diventare una forza politica, plurale ma unita, capace di avere una identità, un profilo, un progetto di Paese e di continente, se vuole sperare di ricostruire un filo con il popolo italiano e con le classi subalterne, deve ripartire da una discussione seria su dove e perché quel filo si è spezzato; e non è certo quando è comparso Renzi. Un congresso? Una fase costituente? Purché sia una discussione vera, non un inutile corto circuito organizzativo del poco; o peggio una conta interna per qualche, sempre più improbabile, riposizionamento. Serve ascoltare chi ha votato a sinistra (in qualche caso obtorto collo), ma soprattutto chi ha votato per altri, le sue ragioni, persino le sue liquidità. Perché l’egemonia si ricostruisce non ascoltando sé stessi (i pochi), ma i molti; soprattutto quando non ti riconoscono la loro rappresentanza e, men che meno, lo sforzo del loro impegno. Le riflessioni gramsciane sull’egemonia nacquero dalla domanda su una sconfitta epocale; e quale lo è di più di una situazione in cui, da trent’anni almeno, le uniche operazioni egemoniche vengono da destra?

Per riuscirci serve una nave che, non solo non segua la corrente, ma che si diriga apertamente contro corrente, perché è l’unico modo per cambiare il corso della corrente stessa; un partito che, per radicamento, permeabilità  sociale e capillarità organizzativa, ricordi i partiti del Novecento; per flessibilità comunicativa, per semplicità nei linguaggi impari dai 5 Stelle (o, per evitare le allergie di qualcuno, da Podemos); non una forza “di governo” (riflesso condizionato di una stagione finita), perché chi governa lo decidono gli elettori; una forza popolare, perché solo quelle radici, tagliate e da ricostruire, danno autonomia, legittimazione e senso ad un governo democratico.

Non è una costruzione facile, né è scontato l’esito; ma è il problema che avevamo prima delle elezioni e che oggi si ripropone con gli interessi e senza più l’alibi della fretta.

Giuseppe Buondonno

Quel vago sentore di Weimar

Sarebbe storiograficamente privo di senso costruire parallelismi rigidi, e, dunque, politicamente fuorvianti. Tuttavia, sul piano delle emozioni e del “senso comune”, quello che sta accadendo in Italia non può non far riemergere qualche miasmo degli ultimi anni di Weimar. Il senso comune che Daniel Goldhagen in un capolavoro analitico (I volonterosi carnefici di Hitler) chiamava la “conversazione sociale”, la ripetizione di banalità e falsità che la comunicazione di massa trasforma in verità, appunto, in senso comune. Le cose che accadono contro i migranti, quelle che si leggono su alcuni giornali e sui social, quelle che si ascoltano in tv o nei bar, diciamoci la verità, fanno paura. Paura degli “spaventati” che la mancanza di punti di riferimenti critici, la regressione civile, rende disumani; che le campagne politiche e giornalistiche galvanizzano, deviando il corso della rabbia e dell’insoddisfazione, amplificando l’egoismo, e il bisogno mimetico di “prendere le distanze” dal destino dei poveri. Fa paura, sono sincero, che un iniziale “xenofastidio” divenga, giorno dopo giorno, ruggito violento (spesso “da tastiera”, d’accordo, ma sempre più agito ed eccitato ); che sempre meno si senta il bisogno di mascherare il proprio razzismo sostanziale; e che sempre più il neofascismo organizzato alzi la testa, la voce, qualche volta le mani. D’altra parte – sempre con la dovuta prospettiva storica – chi poteva pensare che alla fine degli anni venti tranquille cittadine tedesche, che votavano per la SPD, si riversassero in massa a sostegno degli squadristi? Tante cose sono diverse, l’ho già detto, ma certe dinamiche di fondo danno i brividi: la sostituzione delle reazioni sociali (o di classe) della crisi e del malessere, con letture etniche e identitarie che creano un simulacro di sicurezza, la “proiezione dell’ombra” su minoranze deboli, fino ai governi che – nella fragilità strutturale della democrazia – si accodano all’onda montante e, magari col pretesto di arginarla, la cavalcano, fino a scatenare i manganelli.

Credo che le recenti esternazioni di Minniti debbano essere lette in questo contesto. Guido Viale ha scritto, giorni fa a questo proposito, cose giuste e importanti. Ne voglio aggiungere qualcuna altrettanto diretta.

Che Marco Minniti (alla Festa della ex Unità di Pesaro e in altre occasioni pubbliche) abbia sentito il bisogno di giustificare le sue politiche sull’immigrazione, è già indicativo. Ha detto, in sintesi che, di fronte alle barricate dei cittadini contro i migranti, di fronte al rifiuto dei rifugiati, da parte di alcuni Sindaci, ha “temuto per la tenuta democratica del Paese” ed ha sentito il “bisogno di governare questo processo”. Facendo violenza a me stesso, prendo sul serio questa argomentazione, e faccio qualche domanda di merito: in che modo i suoi decreti avrebbero arginato l’onda razzista e xenofoba? Non ritiene il Ministro che l’abbiano ulteriormente sdoganata? Quanti e quali Sindaci avrebbero – dopo i suoi decreti – cambiato posizione sull’accoglienza? Come spiega, il Ministro, che dopo di essi, alcuni Sindaci del suo Partito hanno manifestato l’intenzione di sanzionare chi accoglie migranti e rifugiati? Si è accorto il Ministro che il Sindaco (area PD) di Predappio, ha sostenuto, che bisognerebbe sciogliere l’ANPI, che un altro ha intitolato una strada a Rauti, tra una selva di croci celtiche, e un altro ancora ha celebrato le spie fasciste? Quanti italiani, in virtù dei suoi decreti, hanno superato, almeno in chiave riflessiva, la propria xenofobia? Attenzione, non sto chiedendo quanti razzisti, più o meno consapevoli, pensino che, tutto sommato, possono anche votare PD (che è ciò che, probabilmente, sta a cuore a Minniti). Ancora: “governare il fenomeno”, per lui significa finanziare le bande armate libiche, perché moltiplichino i lager per i migranti? Dare copertura politica all’attacco alle ONG e favorire, quanto meno oggettivamente, l’annegamento nel Mediterraneo di un numero ancora maggiore di esseri umani, è parte del suo illuminato “governo del fenomeno”? E in che modo l’aumento dei CAS favorirebbe le politiche d’integrazione e aiuterebbe la “tenuta democratica”? E dello stesso progetto riformista sarebbe parte anche la rinuncia a cancellare il reato di immigrazione clandestina, e il rinvio, sine die, dello ius soli? In sintesi, ministro Minniti, in cosa questo “governo del fenomeno” si distinguerebbe da quello dei governi Berlusconi, se non in peggio e per il dato aggravante che lei lo attua con ancora l’alone di una storia che non rappresenta più da tempo? E infine: ha tenuto conto, Ministro – nel suo raffinato macchiavellismo – dei costi umani, civili, culturali e di diritto di questa sua strategia?

Se non se ne fosse accorto, la sua politica alimenta questo sempre più palese mostrare la zanna del neofascismo. Forza Nuova – dopo la vergognosa intimidazione, in chiesa, a Pistoia (cioè in una città in cui la forza del PCI e della sinistra è stata imponente per tutta la storia repubblicana, e che ora è governata dalla destra) – è arrivata al punto di provare a “celebrare”, il 28 ottobre prossimo, la marcia su Roma; manifestazione che, dopo una sacrosanta reazione democratica, pare non sarà consentita. E’ un segnale serio, preoccupante, che mostra come la lunga sottovalutazione del neofascismo e la debolezza nel contrastare il “senso comune” xenofobo – che progressivamente si sposta dalla pancia all’epidermide del Paese – stanno favorendo una saldatura, distruttiva non solo per le regole della democrazia, ma per la sua essenza solidaristica, culturale; per le sue radici popolari.

Per questa ragione – indipendentemente da cosa faranno Governo, Magistratura e forze dell’ordine, dal fatto stesso che quella manifestazione si faccia o, come fortunatamente sembra, sarà proibita – conta assai di più quanto dovranno fare democratici e antifascisti; sarebbe importante che, il prossimo 28 ottobre in tutta Italia si svolgessero iniziative antifasciste, possibilmente non solo ricordi di quell’ “allora”, ma lezioni ai giovani, presentazioni di libri, manifestazioni e riflessioni su “allora e oggi”, che diventi, insomma, una giornata di antifascismo contemporaneo; perché il fascismo è dentro le forme della contemporaneità e in quelle vesti rappresenta un pericolo dell’oggi. Ora come allora è uno strumento al servizio dei forti, contro i deboli. Una sinistra popolare si costruisce solo se si ricostruisce una coscienza solidale di popolo, in cui i deboli, i poveri, al di là delle loro origini etniche, tornano ad unirsi su un’idea universale dei diritti, e riconoscono nella Costituzione, nella vigilanza di una democrazia agita e partecipata, la risposta ai loro comuni bisogni, la garanzia di una concreta prospettiva di vita diversa e dignitosa, per tutte e per tutti. In sintesi, l’idea dei padri costituenti che l’agire democratico è, dentro e oltre le forme, una grande formazione di massa ai principi di quella Carta, antifascista perché profondamente umana. Il contrario di questo indegno mercato del consenso.

Ecco perchè la spiegazione di Minniti una cosa la spiega con chiarezza e lucidità: e cioè che il “governo dei processi” per il PD è ormai il “nuotare con la corrente”, cavalcare la pancia; altra, forse iperbolica ma sicuramente impressionante, similitudine con quei tempi bui. Questi giocolieri sono ormai antropologicamente estranei all’idea gramsciana che l’egemonia e il “governo dei processi” si costruiscono nel conflitto e non nell’assunzione – neanche tanto mimetica – del punto di vista altrui. Questo Ministro e il suo Partito sembrano galleggiare (direi sguazzare) nella celebre espressione manzoniana secondo cui “il buon senso si nascondeva, per paura del senso comune”.

Il terremoto e gli equilibristi del nulla

Torniamo a parlare di terremoto, non solo per ragioni cronologiche, ma perché sempre più spesso si varca la soglia della decenza. Dietro le parole (colpevolmente) vacue del Ministro Del Rio, ci sono i fatti (purtroppo) assai più concreti: le dimissioni di Errani, al di là delle motivazioni formali, pongono il sigillo evidente al fallimento della gestione del dramma da parte dei governi Renzi e Gentiloni e – quale più, quale meno – dei governi regionali coinvolti; nelle regioni colpite dal sisma (un anno e poi dieci mesi fa, non uno, due, tre mesi!), ci sono ancora tonnellate e tonnellate di macerie; nelle Marche, ad esempio, rispetto ad alcune migliaia (circa quattro mila, se non vado errato) di casette necessarie, ne sono state consegnate poco più di quaranta (ripeto, 40); aziende ed attività economiche sono ferme o in estrema difficoltà, in zone già estremamente critiche, a causa di un modello di sviluppo che le aveva spopolate ampiamente, scaricando il mitico “sviluppo” sulla costa o a fondo valle; decine di migliaia di persone sono sfollate; non esiste uno straccio di strategia o di disegno per la ricostruzione. Praticamente è al collasso un’area enorme dell’Appennino centrale, città con una storia, un patrimonio artistico e civile, con un potenziale turistico molto grandi.

Mentre il suo partito, nelle città e nelle Regioni in cui governa, continua a sfornare varianti urbanistiche, piani casa e leggi urbanistiche espansive e speculative, Del Rio ha avuto la faccia tosta di dichiarare che: “ si è costruito troppo”. Ecco, “troppo” è l’unico avverbio che condivido: è davvero troppo; troppa incapacità, troppa ipocrisia, troppo affarismo, troppa distanza dalle comunità e dai loro problemi reali.

Nel programma di governo della forza che (spero) scaturirà dall’assemblea di giugno al Brancaccio, vorrei che un punto si intitolasse “Appennino”; la più grande opera pubblica necessaria per questo Paese (di cui l’Appennino, appunto, è la colonna vertebrale storica e geologica); un programma fatto di progetti di ripopolamento delle aree interne (senza impatto ambientale, né consumo di suolo, anzi, con piani di recupero dei centri storici), di messa in sicurezza delle strutture e piani di comunità per la cura dei fiumi, dei bacini idrici, del paesaggio, dei parchi. Anche a questo, tra l’altro, dovrebbero servire le istituzioni europee, non solo ad imporre politiche di austerità che strozzano i Comuni e li costringono a privatizzare beni pubblici ed aggravare i loro problemi.

E vorrei una sinistra che, dalle Alpi alla Sicilia (tanto per essere chiari) non avesse niente a che fare con questi pericolosi equilibristi del nulla; non solo nei documenti, ma nei fatti e, ancor più, nella coscienza della gente.

Una domanda semplice

Da qualche parte c’è un aforisma di Oscar Wilde, che dice più o meno: “non c’è niente di male in ciò che si fa; ma c’è molto di male in ciò che si diventa”.

E’ sufficiente mettere in fila poche scelte, fatti, posizioni – sulla questione centrale delle migrazioni – per definire cosa il PD sia diventato e anche per capirne il perché: i decreti Minniti, il suo “codice” per le ONG, gli accordi con un pezzo di Libia e la relativa “missione”, il rinvio della legge sullo ius soli, le dichiarazioni di Serracchiani sugli stupri, quelle della Sindaca emiliana sugli affitti ai migranti. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare il jobs act, l’attacco alla Costituzione, o le affermazioni dei miei due conterranei marchigiani su Carlo Giuliani e sull’omosessualità; sarebbe un eccesso di zelo.

Dire che siano “scelte” di destra è riduttivo. Ciò che è profondamente di destra è la cultura che ormai imperversa in buona parte dei suoi “quadri” periferici e nazionali. Non importa da dove provengano o cosa votassero anni fa; importa cosa dicono, fanno e votano oggi. Non è che non facciano argine all’ondata xenofoba e razzista, che rischia di travolgere umanità e democrazia; sono parte integrante di quell’onda. E non solo per i contenuti (morali e politici), ma perché, quanto la Lega e i 5 stelle, si sono allocati nell’intestino del Paese, e da lì producono tossine che ne obnubilano la ragione. Fanno della politica il mercato indecente del consenso; non si limitano a “nuotare con la corrente”, la producono.

Qui, sulla questione dei migranti, è in gioco il futuro della democrazia; sia per il nesso tra procedure e fini, tra l’universalismo delle regole e la centralità dell’essere umano; sia per l’idea stessa del consenso, che nel corso del Novecento è stato terreno di scontro, tra galvanizzazione delle pulsioni e crescita della coscienza critica, della soggettività cosciente. Quest’ultima (la Costituzione ce lo fa capire benissimo) è la sostanza della democrazia; l’altra, che sempre si serve del populismo come grimaldello, ne è la tomba.

Alzare lo sguardo dai singoli “episodi” significa leggere la tendenza e contrapporle una politica. E su quella costruire una coscienza “altra”, un consenso “altro” ed una partecipazione. Questo, mi sembra, ci ha detto e continua a dirci il Brancaccio. Un conflitto aspro e difficile ma indispensabile, e non per forza minoritario; rispetto al quale, le elezioni sono un termometro, non la terapia. Un conflitto da accentuare subito, sulla difesa delle ONG, ma soprattutto degli esseri umani che salvano.

Non la faccio lunga, perché non è necessario. Ma ho una domanda, per i compagni di Articolo 1, franca e diretta: da che parte state? Nei voti in Parlamento, nelle alleanze nazionali e periferiche, nelle scelte politiche e culturali, nel vostro orizzonte c’è il PD (e in questo caso dovreste spiegare, non essendo riusciti a cambiarlo dall’interno, perché dovreste riuscirci da fuori), o c’è la costruzione di una sinistra nuova e, di nuovo, popolare? Perché le due cose sono inconciliabili; in mezzo c’è solo un tatticismo che è parte del problema. E visto che ho aperto con Wilde, chiudo con lui: “Le domande non sono mai indiscrete. Lo sono, talvolta, le risposte.”

Un passo avanti

L’ assemblea nazionale di Sinistra Italiana (comunque deciderà di chiamarsi al congresso fondativo) ha rappresentato un passo avanti – nonostante gli scetticismi non del tutto immotivati di questi mesi  – verso la costruzione di un soggetto politico, il più unitario, aperto e riconoscibile. Sono troppo ottimista? Può darsi, ma (lo dico onestamente) ne ho bisogno, e secondo me non sono il solo; perché quest’assenza  di forza sociale, culturale e politica è, di fatto, una “concausa” della degenerazione della società italiana.

Mi sembra siano emersi – in particolare nell’ottimo intervento di Fratoianni, ma anche nella relazione introduttiva – due elementi importanti di consapevolezza; condivisi forse non da tutti, ma, mi pare, dalla grande maggioranza.

Il primo ci dice che il soggetto di cui abbiamo bisogno non è, ancora, quello che abbiamo visto finora; che, cioè, il processo costituente deve conoscere non solo un’accelerazione (ovviamente necessaria), ma un salto di qualità da diversi punti di vista. Nella capacità di nutrirsi della vita reale e sociale del Paese, dei suoi territori e di movimenti e mondi associativi che esistono e resistono;  nello sforzo paziente di coinvolgere – di tornare a coinvolgere, nonostante le lacerazioni di questi mesi – tutto ciò che esiste a sinistra, senza però essere prigionieri  di feticismi di appartenenza; nella necessità di essere ed apparire eredi di una storia, declinandola nelle contraddizioni, nelle figure sociali e nei linguaggi della contemporaneità. Costruire una forza politica, insomma, non identificata col teatrino cui si è ridotta la politica italiana e non schiacciata, sul nascere, da posizionamenti personali o correntizi. Un’impresa titanica, certo, ma più passa il tempo, più diventa difficile; non ci saranno cataclismi futuri o palingenesi a renderla più agevole; in assenza di soggettività e forza politica della sinistra, tutti i cataclismi sono solo regressivi. No, non tutte queste necessità inderogabili sono risolvibili da qui all’autunno; non si possono ribaltare ritardi e derive pluridecennali, in pochi mesi. Ma mi è sembrato di avvertire la consapevolezza che, se non si parte col piede giusto, se non si allarga il processo costituente, si torna più indietro della casella di partenza.

Il secondo aspetto riguarda l’autonomia del disegno politico, di questa forza; senza giri di parole:  il PD e il defunto centro-sinistra. Questo chiarimento era quanto mai necessario; non per sospetti o equilibri interni che, a questo punto sarebbero quasi surreali, ma perché un soggetto politico non può nascere, né bene né male, sbagliando clamorosamente la lettura del quadro  politico. Non si tratta nemmeno di inseguire altri nel rifiuto preventivo di una strategia di alleanze. Ti allei (se serve) quando  hai un profilo e una strategia, una forza, un seguito, cioè quando esisti politicamente; altrimenti sei inglobato, non alleato. Ma in questo caso il problema non si pone, perché il PD ha decretato la morte del centro sinistra ben prima che arrivasse Renzi (il quale è, tra l’altro, anche una conseguenza di quelle scelte). Ma ancora più a monte – lo ha sintetizzato bene Fratoianni e lo ha spiegato Luciana Castellina su queste colonne – le politiche concrete di quel partito sono coerenti con le alleanze che persegue (da Alfano a Verdini, passando alla bisogna per Berlusconi); ne esprimono, cioè, l’approdo identitario che l’ “occupazione di una storia” non riesce più a nascondere. E, lo dico per inciso, non è solo una tendenza “nazionale”; il mutamento genetico riguarda (magari con leggere sfasature temporali o modalità espressive) anche l’insediamento territoriale, qualche volta persino in forme peggiori; non solo sul piano etico, ma nelle politiche urbanistiche, ambientali, sociali, nei processi di smantellamento privatistico di servizi e beni comuni. Qualunque cosa succederà nel PD o del PD (ammesso che succeda qualcosa), non può e non deve essere  il perno, ma neanche un capitolo (tutt’al più un’appendice) della costruzione di Sinistra Italiana (o come si chiamerà). Semmai il perno deve essere la formazione di un fronte ampio e radicato di lotta contro quelle politiche, che neoliberiste lo sono non per etichetta, ma per sostanza ed effetti sulla vita di chi dovremmo rappresentare, organizzare e rendere protagonista. Non dunque improbabili alleanze, ma la ricostruzione di un fronte sociale, di un orizzonte culturale e di una forza autonoma e radicata dentro i problemi e le figure sociali della modernità, questo vorrei avesse come centro il congresso fondativo; un congresso costruito con un’apertura reale al mondo che ancora si muove e che spesso è lontano persino dal voto. Vorrei poter leggere documenti, magari alternativi, ma veri e chiari, sui problemi della vita e del mondo; comprensibili anche dai miei studenti, perché se non si rivolgono anche a loro, non servono a molto.

Responsabilità, mi sembra una delle parole-chiave che dovrebbero guidarci. Il contrario, oggi, del moderatismo politicistico. Responsabilità verso i cittadini, verso la storia che rappresentiamo, verso la democrazia, in disfacimento tanto sul piano nazionale che planetario. Se penso a Nizza, a Monaco, al Medio Oriente – ma anche, in piccolo, a quanto accaduto nella mia città (Fermo) – percepisco che il disfacimento dei soggetti politici (quindi della gestione e della razionalizzazione collettiva del conflitto), rende liquida – atomizzata e globale – la rabbia, la frustrazione, e rende egemone persino la follia più o meno ideologizzata. E’ accaduto, può tornare ad accadere; per molti versi sta accadendo. Troppa responsabilità sulle spalle di un soggetto nascente? Senz’altro, ma questo dev’essere l’orizzonte e lo spessore: i caratteri del XXI secolo; altrimenti nascerà un altro partitino utile solo a qualche “giro di giostra” in istituzioni che contano sempre meno. Questo strabismo tra l’immediatezza e il lungo periodo è, oggi più che mai, necessario; ma serve anche non dividersi tra esigenza del partito politico e ricostruzione di movimento, prassi concrete e locali, pazienza e urgenza. Servono entrambi i livelli ed un rapporto solidale tra loro, che è come dire “una cura da cavallo” per i mali endemici che ci portiamo dietro. Un piccolo passo avanti è stato fatto; la responsabilità è sapere che non basta e, al contempo, che non va vanificato.

Il buco della serratura

Come si dice di certi motori, la strategia renziana “batte in testa”. Non sfonda sul piano dell’autosufficienza, non riesce a recuperare a destra quello che perde a sinistra o cede all’astensione, vince solo (e poco) dove, in qualche modo è alleato a sinistra. Ma, la storia e il radicamento della sinistra italiana li sta liquidando; in questo balletto di numeri, non sfuggano i risultati della Toscana. Nella sua regione, tranne Sesto fiorentino, dove vince Sinistra Italiana, il PD cede roccaforti importanti, storiche appunto, come Grosseto o Cecina, alla destra e alla Lega; lo stesso accade a Crotone e lo stesso risultato di Bologna, insieme alle parole chiare e critiche di Merola, dovrebbe preoccupare il Presidente del Consiglio, che farebbe bene a guardare in faccia i risultati, piuttosto che sottovalutarli. Renzi ha dichiarato che vince dove ha rinnovato lui; ma basta il dato di Napoli, la disfatta di una sua candidata, imposta e difesa da tre o quattro ricorsi, a smentirlo palesemente. Per non parlare di Roma, dove ha mandato a casa Marino preparando la disfatta sua e di Orfini.

Vi dico la verità, vedere Raggi e Appendino, sentire le loro dichiarazioni domenica sera, mi ha emozionato, non perché sia sicuro di come faranno le Sindache, ma per il tono e il senso di quel loro contenuto e consapevole entusiasmo; per il messaggio semplice e partecipativo, perché mi sembra esprimano la consapevolezza che il problema è rifondare la democrazia. Confesso anche che – con una storia tutta nel PCI, poi nel PDS e nel PD, fino a quattro anni fa – al ballottaggio le avrei votate, senza i turbamenti che, pure, ho sentito in certe dichiarazioni. Perché serviva una scossa ed è arrivata, perché se la sinistra non è (ancora) in grado di costituire un’alternativa credibile, non è rafforzando il PD, né stando a guardare che se ne aiuta la ricostruzione, ma facendo spazio rispetto ad un sistema di potere, che a Roma ha fatto danni politici e morali incalcolabili. Merola ha detto cose significative, anche se è destinato a sperimentarne, probabilmente, la velleitarietà; perché Renzi non tornerà indietro, ha avvelenato i pozzi e non può farlo senza un suicidio politico, né la minoranza PD è in grado di spegnergli il lanciafiamme. No, non è guardando ancora al loro dibattito interno che si apriranno vie nuove a sinistra. La Direzione di venerdì lo confermerà, credo.

La sinistra deve andare oltre la propria, ormai cronica, ininfluenza; può farlo solo alzando il livello del conflitto sociale e provando a vincere il Referendum d’ottobre, il cui esito, oggi ancor più, non è scontato. Ci sono, tra i milioni di cittadini che non hanno votato, al primo turno e ai ballottaggi, fasce di malessere (non solo quelle, certo), giovani non raggiunti dal senso della politica e della democrazia, uomini e donne di una sinistra potenziale, che non debbono essere conquistati come elettori, debbono essere mobilitati e ascoltati come cittadini, come portatori di bisogni e di diritti. Hanno bisogno di sapere cos’è e a che serve la democrazia, la partecipazione; oppure di riscoprirlo, assai prima di chiedergli il voto. C’è bisogno di tempo e di non perderne più appresso ad alleanze improbabili, perché hanno senso solo se si esprime una forza determinante o, almeno, condizionante. Il PD è assai più debole e, se la sinistra non è più forte, di sicuro ci sono più spazi ed il disegno autoritario, di ristrutturazione della democrazia, non è avanzato domenica. Bisogna approfittarne.

Anche all’esperienza dei 5 Stelle, senza sconti o crediti eccessivi, serve tempo; serve non dare per scontato che una maturazione politica sia impossibile. La verifica vera sarà il loro impegno nel Referendum; sono una forza decisiva per l’ottobre, ma possono essere tentati dal giochetto politicista dei premi di maggioranza, sottovalutare la loro funzione potenziale e accontentarsi di un autocompiacimento narcisista. Non me lo auguro, ma non lo escludo. Anche in questo caso, non è indifferente il clima sociale del Paese, il tasso di conflittualità che saremo in grado di riaprire. Sono mesi decisivi e, dalla nascita di Sinistra Italiana, è già passato troppo tempo, senza che il disegno di un processo costituente di massa sia nemmeno visibile. Bisogna ricostruire e schierare un popolo, in pochi mesi, non lo faremo continuando a guardare dal buco della serratura del Nazareno; lo faremo solo nei bar, nei luoghi di lavoro e nelle piazze; lo abbiamo fatto sempre e non vedo perché dovremmo essercelo dimenticato. O le nostre biografie sono così cambiate?

L’ architrave del futuro

E’ passata qualche settimana da un brutto 25 aprile e da un brutto 1 maggio; e non solo per ragioni meteorologiche. E’ l’aria che si respira nel Paese, che non è bella. La Costituzione è sotto assedio e non prende corpo una forza di popolo in grado di respingere l’attacco. Sono preziose le analisi di intellettuali seri e rigorosi che spiegano lucidamente che essa non è una “carta”, ma un architrave; e che le modifiche introdotte dalla sola maggioranza, unitamente alla legge elettorale, non modificano la sua seconda parte, ma destrutturano il suo principio basilare, quello della rappresentanza democratica. Renzi metterà in campo forza, denari e potere,  per ottenere quello stravolgimento; cosa metteremo in campo noi, per contrastarlo? Perché è una battaglia che non si vince, lasciando soli intellettuali straordinari e costituzionalisti impagabili,  senza schierare un popolo che va riaggregato, ricostruito e rimotivato; senza uno strumento che, letteralmente, divulghi il senso dello scontro in atto. Non c’è un prima e un dopo: prima il referendum, prima la raccolta di firme per gli altri referendum, dopo la ricostruzione di una sinistra di massa. Non funziona così.

Quello che sta avvenendo nel PD è impressionante e indicativo; e ha molto a che fare con lo stravolgimento della Costituzione. Perché quel partito non ha un problema di metodo o di “mele marce”; sta solo mostrando la sua identità di fatto che (al di là degli aspetti penali) è politicamente chiarissima: la trasformazione della politica e delle istituzioni – a livello centrale e periferico – in uno strumento di privatizzazione degli interessi e delle relazioni sociali; la mercificazione del consenso a – partecipativo, per garantire quegli interessi e quei poteri. Un regresso pre-costituzionale, mascherato da svecchiamento. Dunque, a questi “riformisti” non servono (né in Parlamento, né nei governi locali) assemblee di indirizzo e di controllo popolare, ma assemblee di soci che ratifichino decisioni di consigli di amministrazione (italiani o europei); dunque, serve loro un’altra Costituzione senza rappresentanza. E, poiché l’ Articolo 1 non era un accessorio,  serve loro il mondo del lavoro che stanno producendo: frammentato e diviso, privo di una soggettività politica e di una rappresentanza sindacale forte; privatizzato anch’esso e ricattabile. Perché chi tira i fili (compreso questo Presidente Emerito della Repubblica, con l’elmetto) sprovveduto non è e sa che con un mondo del lavoro in queste condizioni, è estremamente difficile mettere in campo un popolo e, dunque, sarà più facile governare senza popolo.

Il nesso, dunque, tra referendum sociali, quelli contro il jobs act,  la riforma Fornero e la cattiva scuola e quello costituzionale dell’autunno, dovrebbe essere chiaro; ma serve una lingua semplice, una  vulgata adatta ai processi di semplificazione imperanti. Anzi, tante lingue, che parlino chiaro nei mercati, nei bar, a vecchi e giovani. E servono subito, perché questa non è una battaglia come le altre; dopo, sarebbe tutto (se possibile) ancora più difficile.

Oltre ai Referendum e insieme ad essi,  la CGIL ha messo in campo un’altra battaglia importante: la Carta dei Diritti universali del lavoro. E’ una scelta che ha il senso della rottura di un accerchiamento e dell’uscita da una condizione puramente difensiva. Già non è poco, ma in realtà può essere molto di più. Per il merito e per il percorso partecipativo: consultazione straordinaria degli iscritti e raccolta di firme per la Legge di iniziativa popolare; può essere una occasione per tornare a motivare centinaia di migliaia di lavoratori, di tutti i settori, verso ciò che, con tutta evidenza, in questi decenni è andato affievolendosi e smarrendosi, cioè la fiducia nella forza collettiva del mondo del lavoro; il suo essere protagonista e motore della Repubblica e di ogni avanzata, più generale, dei diritti  di cittadinanza. Restituire loro la coscienza piena di questa funzione collettiva verso il Paese e verso le generazioni future; quella responsabilità che tanti cittadini e lavoratori non riconoscono più alla politica e alle istituzioni. Questa campagna, però, nel momento in cui si fa “iniziativa popolare” ed esce dal recinto in cui le offensive liberiste – e molti errori soggettivi – hanno chiuso il sindacato, potrebbe incontrare realtà, sensibilità, persone oggi lontane, scettiche, isolate; il mondo del lavoro e dei lavori, proprio sul terreno dei diritti materiali ed immateriali e su quello concretissimo della dignità delle persone, potrebbe costruire nuovo tessuto sociale e vitalità democratica, rilanciare una cultura contemporanea del lavoro in tante pieghe della società italiana, a cominciare dai giovani e dai giovanissimi (e dalle giovani e giovanissime), alle molteplici forme del lavoro intellettuale e dei saperi. Per cominciare a ricostruire, con loro, una coscienza collettiva e solidale. Quei referendum aggiungono alla Carta valore e sostanza; aiutano a ricostruire l’idea che il conflitto è l’essenza della democrazia.

L’universalità dei diritti – con cui la Carta  rilancia il valore della Costituzione e di ogni democrazia – è ciò che quotidianamente stiamo perdendo, nella frammentazione e liquefazione sociale che nascondono il nocciolo duro dei privilegi e delle ingiustizie. Per questo, la campagna può essere un passo deciso verso il radicamento del sindacato in mezzo a quei lavori precari e frammentati che esso è stato accusato di aver dimenticato e trascurato; in parte a ragione, indubbiamente, in parte, invece, rimuovendo la realtà materiale, la difficoltà di essere nei “ non luoghi” di molti lavori contemporanei, di contrastare la forza ricattatoria della precarietà. Il tentativo di dare concretezza giuridica a questa universalità è, probabilmente, il primo vero impegno di massa per la ricostruzione di questo rapporto, per riunificare, nei conflitti del presente, quel magma che l’ideologia dominante vorrebbe inevitabilmente inestricabile,  atomizzato e solo. E questa sfida di universalità, proprio per la concretezza delle questioni poste dalla Carta, non si riferisce solo alla linea di demarcazione (che tra l’altro il jobs act e la cancellazione dell’articolo 18  rende assai più labile) tra lavoro precario e lavoro “stabile”; ma anche all’emersione del lavoro nero, ai termini tradizionali e nuovi in cui il lavoro delle donne sfida l’organizzazione sociale nel suo complesso e quella dei processi produttivi, oltre, naturalmente alla piena (e lontana) applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, cioè al reale superamento della discriminazione di sesso; alla dignità e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori  immigrati. Ma ancora: il controllo a distanza, la sicurezza, la formazione, il sostegno al reddito e una grande quantità di altri diritti, problemi, contraddizioni. Non un elenco, ma un complesso di nodi di libertà e giustizia in cui il lavoro e la cittadinanza si intrecciano inestricabilmente nella vita di milioni di donne e uomini, giovani, adulti, anziani. La sostanza del vivere quotidiano di queste e delle future generazioni. Certo, non è scontato che sia così; che cioè questa campagna riesca a mettere in campo, a livello di massa, questo spessore e queste prospettive che la Carta contiene. Consultazione e raccolta di firme potrebbero anche essere gestite, al di là della volontà soggettiva, in modo riduttivo e burocratico, non incontrando i mondi che si evocano. Ma non può essere vissuto come un problema del solo sindacato.

Queste battaglie, nello scenario europeo poco incoraggiante che conosciamo, si configurano come la ricostruzione di un blocco sociale e politico di una sinistra contemporanea nei contenuti, nelle persone e nei linguaggi; mai, nella storia d’Italia questo obiettivo è stato altra cosa dalla conquista, dalla ricostruzione o dalla difesa della democrazia. Oggi, come agli inizi del secolo scorso, esso coincide con un passaggio d’epoca che non lascia davvero nulla di immodificato.

il manifesto sabato 14 maggio 2016

“Alzo mi voz”

E’ sicuramente prematuro anche solo un primo bilancio del Pontificato di Bergoglio; se non altro perché ogni giorno egli apre un nuovo fronte. Ma non è, forse, troppo presto per individuarne una linea decisa e coerente. Se mettiamo in fila alcuni (solo alcuni) dei passaggi salienti di questo breve periodo, il corpo sostanzioso di questa svolta emerge con chiarezza. Dal discorso al Parlamento europeo, incentrato sulla subalternità della politica alla finanza, agli scossoni alla gerarchia ecclesiastica su questioni sensibili sul piano dottrinario, economico e del potere; dal nesso tra questione ecologica ed ingiustizia sociale, nella Laudato Sii, alla condanna, nel viaggio a Cuba, della società del descarte, alla forza politica e morale, nelle diverse corde toccate, al Congresso americano e alle Nazioni Unite. Fino alla sfida chiara – per quanto sottile – a chi lo accusa di essere troppo di sinistra; negandolo, come è giusto che sia, ma non rinnegando la sostanza etica, dunque anche storica, delle sue posizioni. Il profilo, sempre più chiaro, è quello di una critica del capitalismo liberista e dei processi di mercificazione della natura, delle società e delle relazioni umane.  Mai, non un teologo della liberazione o un prete progressista, ma un Papa, si era spinto su un territorio così esplicitamente analitico delle radici materiali dell’ingiustizia e delle prospettive di distruzione del pianeta; e delle relazioni tra esse; individuate non più solo in una generica crisi di valori, ma nell’affermazione del principale valore capitalistico, la centralità della merce e del denaro, rispetto alla dignità degli esseri umani. Il fatto è che questo Papa (e la sua stessa elezione, frutto probabilmente, di un conflitto esplicito), con la forza di chi può – ma anche sa –parlare al mondo contemporaneo, esprime la consapevolezza intellettuale del disastro sociale e biologico, presente e futuro; e dice, urbi et orbi, che non ci sarà spazio per nessuna etica universalistica nel mondo che si prepara. Sembra esprimere la consapevolezza piena della torsione radicale che il conflitto globale ha assunto e che il capitalismo neoliberista interpreta coerentemente, in assenza, su quella scala ed a quei livelli, di una alternativa umanamente accettabile. Sembra dirci (anzi, a Strasburgo e all’ONU ci ha detto esplicitamente) che con la democrazia, questo modello di sviluppo spazzerà via ogni altra prospettiva di umanizzazione; e quando, nelle precedenti tappe in America Latina, ha fatto riferimento alle lotte degli indios e dei popoli, per la loro identità e per la terra, ha espresso con chiarezza un messaggio di legittima contrapposizione alle logiche del mercato; ma ha anche lanciato un grido di allarme, uno stimolo a chi deve opporsi. E, credo, occorra fare uno sforzo in più per cercare i terreni etici e concreti di uno sguardo diverso ma comune al conflitto in atto; senza corto – circuiti, ma anche senza troppe timidezze.

Ho scritto, mesi fa, che non è né giusto, né sensato, “tirare la giacca” ad un Papa; ma l’impressione che traggo ora, da questi suoi atti, è che sia lui a tirarla a noi. Non ci insegnerà lui la critica del capitalismo, potrebbe dire qualcuno, e con qualche ragione (ma anche con un po’ di presunzione). Quello, però, che possiamo fare è ricordare, o meglio, imparare di nuovo nel mondo globale, come si fa a parlare, influenzare, mobilitare grandi masse di uomini e donne. Perché, se a livello di massa, la critica del capitalismo, delle sue strutture sociali e della vita quotidiana che determina, è prerogativa di un Papa, la sinistra, ad ogni latitudine, una scossa deve cominciare a darsela.