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Una domanda semplice

Da qualche parte c’è un aforisma di Oscar Wilde, che dice più o meno: “non c’è niente di male in ciò che si fa; ma c’è molto di male in ciò che si diventa”.

E’ sufficiente mettere in fila poche scelte, fatti, posizioni – sulla questione centrale delle migrazioni – per definire cosa il PD sia diventato e anche per capirne il perché: i decreti Minniti, il suo “codice” per le ONG, gli accordi con un pezzo di Libia e la relativa “missione”, il rinvio della legge sullo ius soli, le dichiarazioni di Serracchiani sugli stupri, quelle della Sindaca emiliana sugli affitti ai migranti. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare il jobs act, l’attacco alla Costituzione, o le affermazioni dei miei due conterranei marchigiani su Carlo Giuliani e sull’omosessualità; sarebbe un eccesso di zelo.

Dire che siano “scelte” di destra è riduttivo. Ciò che è profondamente di destra è la cultura che ormai imperversa in buona parte dei suoi “quadri” periferici e nazionali. Non importa da dove provengano o cosa votassero anni fa; importa cosa dicono, fanno e votano oggi. Non è che non facciano argine all’ondata xenofoba e razzista, che rischia di travolgere umanità e democrazia; sono parte integrante di quell’onda. E non solo per i contenuti (morali e politici), ma perché, quanto la Lega e i 5 stelle, si sono allocati nell’intestino del Paese, e da lì producono tossine che ne obnubilano la ragione. Fanno della politica il mercato indecente del consenso; non si limitano a “nuotare con la corrente”, la producono.

Qui, sulla questione dei migranti, è in gioco il futuro della democrazia; sia per il nesso tra procedure e fini, tra l’universalismo delle regole e la centralità dell’essere umano; sia per l’idea stessa del consenso, che nel corso del Novecento è stato terreno di scontro, tra galvanizzazione delle pulsioni e crescita della coscienza critica, della soggettività cosciente. Quest’ultima (la Costituzione ce lo fa capire benissimo) è la sostanza della democrazia; l’altra, che sempre si serve del populismo come grimaldello, ne è la tomba.

Alzare lo sguardo dai singoli “episodi” significa leggere la tendenza e contrapporle una politica. E su quella costruire una coscienza “altra”, un consenso “altro” ed una partecipazione. Questo, mi sembra, ci ha detto e continua a dirci il Brancaccio. Un conflitto aspro e difficile ma indispensabile, e non per forza minoritario; rispetto al quale, le elezioni sono un termometro, non la terapia. Un conflitto da accentuare subito, sulla difesa delle ONG, ma soprattutto degli esseri umani che salvano.

Non la faccio lunga, perché non è necessario. Ma ho una domanda, per i compagni di Articolo 1, franca e diretta: da che parte state? Nei voti in Parlamento, nelle alleanze nazionali e periferiche, nelle scelte politiche e culturali, nel vostro orizzonte c’è il PD (e in questo caso dovreste spiegare, non essendo riusciti a cambiarlo dall’interno, perché dovreste riuscirci da fuori), o c’è la costruzione di una sinistra nuova e, di nuovo, popolare? Perché le due cose sono inconciliabili; in mezzo c’è solo un tatticismo che è parte del problema. E visto che ho aperto con Wilde, chiudo con lui: “Le domande non sono mai indiscrete. Lo sono, talvolta, le risposte.”

Un passo avanti

L’ assemblea nazionale di Sinistra Italiana (comunque deciderà di chiamarsi al congresso fondativo) ha rappresentato un passo avanti – nonostante gli scetticismi non del tutto immotivati di questi mesi  – verso la costruzione di un soggetto politico, il più unitario, aperto e riconoscibile. Sono troppo ottimista? Può darsi, ma (lo dico onestamente) ne ho bisogno, e secondo me non sono il solo; perché quest’assenza  di forza sociale, culturale e politica è, di fatto, una “concausa” della degenerazione della società italiana.

Mi sembra siano emersi – in particolare nell’ottimo intervento di Fratoianni, ma anche nella relazione introduttiva – due elementi importanti di consapevolezza; condivisi forse non da tutti, ma, mi pare, dalla grande maggioranza.

Il primo ci dice che il soggetto di cui abbiamo bisogno non è, ancora, quello che abbiamo visto finora; che, cioè, il processo costituente deve conoscere non solo un’accelerazione (ovviamente necessaria), ma un salto di qualità da diversi punti di vista. Nella capacità di nutrirsi della vita reale e sociale del Paese, dei suoi territori e di movimenti e mondi associativi che esistono e resistono;  nello sforzo paziente di coinvolgere – di tornare a coinvolgere, nonostante le lacerazioni di questi mesi – tutto ciò che esiste a sinistra, senza però essere prigionieri  di feticismi di appartenenza; nella necessità di essere ed apparire eredi di una storia, declinandola nelle contraddizioni, nelle figure sociali e nei linguaggi della contemporaneità. Costruire una forza politica, insomma, non identificata col teatrino cui si è ridotta la politica italiana e non schiacciata, sul nascere, da posizionamenti personali o correntizi. Un’impresa titanica, certo, ma più passa il tempo, più diventa difficile; non ci saranno cataclismi futuri o palingenesi a renderla più agevole; in assenza di soggettività e forza politica della sinistra, tutti i cataclismi sono solo regressivi. No, non tutte queste necessità inderogabili sono risolvibili da qui all’autunno; non si possono ribaltare ritardi e derive pluridecennali, in pochi mesi. Ma mi è sembrato di avvertire la consapevolezza che, se non si parte col piede giusto, se non si allarga il processo costituente, si torna più indietro della casella di partenza.

Il secondo aspetto riguarda l’autonomia del disegno politico, di questa forza; senza giri di parole:  il PD e il defunto centro-sinistra. Questo chiarimento era quanto mai necessario; non per sospetti o equilibri interni che, a questo punto sarebbero quasi surreali, ma perché un soggetto politico non può nascere, né bene né male, sbagliando clamorosamente la lettura del quadro  politico. Non si tratta nemmeno di inseguire altri nel rifiuto preventivo di una strategia di alleanze. Ti allei (se serve) quando  hai un profilo e una strategia, una forza, un seguito, cioè quando esisti politicamente; altrimenti sei inglobato, non alleato. Ma in questo caso il problema non si pone, perché il PD ha decretato la morte del centro sinistra ben prima che arrivasse Renzi (il quale è, tra l’altro, anche una conseguenza di quelle scelte). Ma ancora più a monte – lo ha sintetizzato bene Fratoianni e lo ha spiegato Luciana Castellina su queste colonne – le politiche concrete di quel partito sono coerenti con le alleanze che persegue (da Alfano a Verdini, passando alla bisogna per Berlusconi); ne esprimono, cioè, l’approdo identitario che l’ “occupazione di una storia” non riesce più a nascondere. E, lo dico per inciso, non è solo una tendenza “nazionale”; il mutamento genetico riguarda (magari con leggere sfasature temporali o modalità espressive) anche l’insediamento territoriale, qualche volta persino in forme peggiori; non solo sul piano etico, ma nelle politiche urbanistiche, ambientali, sociali, nei processi di smantellamento privatistico di servizi e beni comuni. Qualunque cosa succederà nel PD o del PD (ammesso che succeda qualcosa), non può e non deve essere  il perno, ma neanche un capitolo (tutt’al più un’appendice) della costruzione di Sinistra Italiana (o come si chiamerà). Semmai il perno deve essere la formazione di un fronte ampio e radicato di lotta contro quelle politiche, che neoliberiste lo sono non per etichetta, ma per sostanza ed effetti sulla vita di chi dovremmo rappresentare, organizzare e rendere protagonista. Non dunque improbabili alleanze, ma la ricostruzione di un fronte sociale, di un orizzonte culturale e di una forza autonoma e radicata dentro i problemi e le figure sociali della modernità, questo vorrei avesse come centro il congresso fondativo; un congresso costruito con un’apertura reale al mondo che ancora si muove e che spesso è lontano persino dal voto. Vorrei poter leggere documenti, magari alternativi, ma veri e chiari, sui problemi della vita e del mondo; comprensibili anche dai miei studenti, perché se non si rivolgono anche a loro, non servono a molto.

Responsabilità, mi sembra una delle parole-chiave che dovrebbero guidarci. Il contrario, oggi, del moderatismo politicistico. Responsabilità verso i cittadini, verso la storia che rappresentiamo, verso la democrazia, in disfacimento tanto sul piano nazionale che planetario. Se penso a Nizza, a Monaco, al Medio Oriente – ma anche, in piccolo, a quanto accaduto nella mia città (Fermo) – percepisco che il disfacimento dei soggetti politici (quindi della gestione e della razionalizzazione collettiva del conflitto), rende liquida – atomizzata e globale – la rabbia, la frustrazione, e rende egemone persino la follia più o meno ideologizzata. E’ accaduto, può tornare ad accadere; per molti versi sta accadendo. Troppa responsabilità sulle spalle di un soggetto nascente? Senz’altro, ma questo dev’essere l’orizzonte e lo spessore: i caratteri del XXI secolo; altrimenti nascerà un altro partitino utile solo a qualche “giro di giostra” in istituzioni che contano sempre meno. Questo strabismo tra l’immediatezza e il lungo periodo è, oggi più che mai, necessario; ma serve anche non dividersi tra esigenza del partito politico e ricostruzione di movimento, prassi concrete e locali, pazienza e urgenza. Servono entrambi i livelli ed un rapporto solidale tra loro, che è come dire “una cura da cavallo” per i mali endemici che ci portiamo dietro. Un piccolo passo avanti è stato fatto; la responsabilità è sapere che non basta e, al contempo, che non va vanificato.

Il buco della serratura

Come si dice di certi motori, la strategia renziana “batte in testa”. Non sfonda sul piano dell’autosufficienza, non riesce a recuperare a destra quello che perde a sinistra o cede all’astensione, vince solo (e poco) dove, in qualche modo è alleato a sinistra. Ma, la storia e il radicamento della sinistra italiana li sta liquidando; in questo balletto di numeri, non sfuggano i risultati della Toscana. Nella sua regione, tranne Sesto fiorentino, dove vince Sinistra Italiana, il PD cede roccaforti importanti, storiche appunto, come Grosseto o Cecina, alla destra e alla Lega; lo stesso accade a Crotone e lo stesso risultato di Bologna, insieme alle parole chiare e critiche di Merola, dovrebbe preoccupare il Presidente del Consiglio, che farebbe bene a guardare in faccia i risultati, piuttosto che sottovalutarli. Renzi ha dichiarato che vince dove ha rinnovato lui; ma basta il dato di Napoli, la disfatta di una sua candidata, imposta e difesa da tre o quattro ricorsi, a smentirlo palesemente. Per non parlare di Roma, dove ha mandato a casa Marino preparando la disfatta sua e di Orfini.

Vi dico la verità, vedere Raggi e Appendino, sentire le loro dichiarazioni domenica sera, mi ha emozionato, non perché sia sicuro di come faranno le Sindache, ma per il tono e il senso di quel loro contenuto e consapevole entusiasmo; per il messaggio semplice e partecipativo, perché mi sembra esprimano la consapevolezza che il problema è rifondare la democrazia. Confesso anche che – con una storia tutta nel PCI, poi nel PDS e nel PD, fino a quattro anni fa – al ballottaggio le avrei votate, senza i turbamenti che, pure, ho sentito in certe dichiarazioni. Perché serviva una scossa ed è arrivata, perché se la sinistra non è (ancora) in grado di costituire un’alternativa credibile, non è rafforzando il PD, né stando a guardare che se ne aiuta la ricostruzione, ma facendo spazio rispetto ad un sistema di potere, che a Roma ha fatto danni politici e morali incalcolabili. Merola ha detto cose significative, anche se è destinato a sperimentarne, probabilmente, la velleitarietà; perché Renzi non tornerà indietro, ha avvelenato i pozzi e non può farlo senza un suicidio politico, né la minoranza PD è in grado di spegnergli il lanciafiamme. No, non è guardando ancora al loro dibattito interno che si apriranno vie nuove a sinistra. La Direzione di venerdì lo confermerà, credo.

La sinistra deve andare oltre la propria, ormai cronica, ininfluenza; può farlo solo alzando il livello del conflitto sociale e provando a vincere il Referendum d’ottobre, il cui esito, oggi ancor più, non è scontato. Ci sono, tra i milioni di cittadini che non hanno votato, al primo turno e ai ballottaggi, fasce di malessere (non solo quelle, certo), giovani non raggiunti dal senso della politica e della democrazia, uomini e donne di una sinistra potenziale, che non debbono essere conquistati come elettori, debbono essere mobilitati e ascoltati come cittadini, come portatori di bisogni e di diritti. Hanno bisogno di sapere cos’è e a che serve la democrazia, la partecipazione; oppure di riscoprirlo, assai prima di chiedergli il voto. C’è bisogno di tempo e di non perderne più appresso ad alleanze improbabili, perché hanno senso solo se si esprime una forza determinante o, almeno, condizionante. Il PD è assai più debole e, se la sinistra non è più forte, di sicuro ci sono più spazi ed il disegno autoritario, di ristrutturazione della democrazia, non è avanzato domenica. Bisogna approfittarne.

Anche all’esperienza dei 5 Stelle, senza sconti o crediti eccessivi, serve tempo; serve non dare per scontato che una maturazione politica sia impossibile. La verifica vera sarà il loro impegno nel Referendum; sono una forza decisiva per l’ottobre, ma possono essere tentati dal giochetto politicista dei premi di maggioranza, sottovalutare la loro funzione potenziale e accontentarsi di un autocompiacimento narcisista. Non me lo auguro, ma non lo escludo. Anche in questo caso, non è indifferente il clima sociale del Paese, il tasso di conflittualità che saremo in grado di riaprire. Sono mesi decisivi e, dalla nascita di Sinistra Italiana, è già passato troppo tempo, senza che il disegno di un processo costituente di massa sia nemmeno visibile. Bisogna ricostruire e schierare un popolo, in pochi mesi, non lo faremo continuando a guardare dal buco della serratura del Nazareno; lo faremo solo nei bar, nei luoghi di lavoro e nelle piazze; lo abbiamo fatto sempre e non vedo perché dovremmo essercelo dimenticato. O le nostre biografie sono così cambiate?

L’ architrave del futuro

E’ passata qualche settimana da un brutto 25 aprile e da un brutto 1 maggio; e non solo per ragioni meteorologiche. E’ l’aria che si respira nel Paese, che non è bella. La Costituzione è sotto assedio e non prende corpo una forza di popolo in grado di respingere l’attacco. Sono preziose le analisi di intellettuali seri e rigorosi che spiegano lucidamente che essa non è una “carta”, ma un architrave; e che le modifiche introdotte dalla sola maggioranza, unitamente alla legge elettorale, non modificano la sua seconda parte, ma destrutturano il suo principio basilare, quello della rappresentanza democratica. Renzi metterà in campo forza, denari e potere,  per ottenere quello stravolgimento; cosa metteremo in campo noi, per contrastarlo? Perché è una battaglia che non si vince, lasciando soli intellettuali straordinari e costituzionalisti impagabili,  senza schierare un popolo che va riaggregato, ricostruito e rimotivato; senza uno strumento che, letteralmente, divulghi il senso dello scontro in atto. Non c’è un prima e un dopo: prima il referendum, prima la raccolta di firme per gli altri referendum, dopo la ricostruzione di una sinistra di massa. Non funziona così.

Quello che sta avvenendo nel PD è impressionante e indicativo; e ha molto a che fare con lo stravolgimento della Costituzione. Perché quel partito non ha un problema di metodo o di “mele marce”; sta solo mostrando la sua identità di fatto che (al di là degli aspetti penali) è politicamente chiarissima: la trasformazione della politica e delle istituzioni – a livello centrale e periferico – in uno strumento di privatizzazione degli interessi e delle relazioni sociali; la mercificazione del consenso a – partecipativo, per garantire quegli interessi e quei poteri. Un regresso pre-costituzionale, mascherato da svecchiamento. Dunque, a questi “riformisti” non servono (né in Parlamento, né nei governi locali) assemblee di indirizzo e di controllo popolare, ma assemblee di soci che ratifichino decisioni di consigli di amministrazione (italiani o europei); dunque, serve loro un’altra Costituzione senza rappresentanza. E, poiché l’ Articolo 1 non era un accessorio,  serve loro il mondo del lavoro che stanno producendo: frammentato e diviso, privo di una soggettività politica e di una rappresentanza sindacale forte; privatizzato anch’esso e ricattabile. Perché chi tira i fili (compreso questo Presidente Emerito della Repubblica, con l’elmetto) sprovveduto non è e sa che con un mondo del lavoro in queste condizioni, è estremamente difficile mettere in campo un popolo e, dunque, sarà più facile governare senza popolo.

Il nesso, dunque, tra referendum sociali, quelli contro il jobs act,  la riforma Fornero e la cattiva scuola e quello costituzionale dell’autunno, dovrebbe essere chiaro; ma serve una lingua semplice, una  vulgata adatta ai processi di semplificazione imperanti. Anzi, tante lingue, che parlino chiaro nei mercati, nei bar, a vecchi e giovani. E servono subito, perché questa non è una battaglia come le altre; dopo, sarebbe tutto (se possibile) ancora più difficile.

Oltre ai Referendum e insieme ad essi,  la CGIL ha messo in campo un’altra battaglia importante: la Carta dei Diritti universali del lavoro. E’ una scelta che ha il senso della rottura di un accerchiamento e dell’uscita da una condizione puramente difensiva. Già non è poco, ma in realtà può essere molto di più. Per il merito e per il percorso partecipativo: consultazione straordinaria degli iscritti e raccolta di firme per la Legge di iniziativa popolare; può essere una occasione per tornare a motivare centinaia di migliaia di lavoratori, di tutti i settori, verso ciò che, con tutta evidenza, in questi decenni è andato affievolendosi e smarrendosi, cioè la fiducia nella forza collettiva del mondo del lavoro; il suo essere protagonista e motore della Repubblica e di ogni avanzata, più generale, dei diritti  di cittadinanza. Restituire loro la coscienza piena di questa funzione collettiva verso il Paese e verso le generazioni future; quella responsabilità che tanti cittadini e lavoratori non riconoscono più alla politica e alle istituzioni. Questa campagna, però, nel momento in cui si fa “iniziativa popolare” ed esce dal recinto in cui le offensive liberiste – e molti errori soggettivi – hanno chiuso il sindacato, potrebbe incontrare realtà, sensibilità, persone oggi lontane, scettiche, isolate; il mondo del lavoro e dei lavori, proprio sul terreno dei diritti materiali ed immateriali e su quello concretissimo della dignità delle persone, potrebbe costruire nuovo tessuto sociale e vitalità democratica, rilanciare una cultura contemporanea del lavoro in tante pieghe della società italiana, a cominciare dai giovani e dai giovanissimi (e dalle giovani e giovanissime), alle molteplici forme del lavoro intellettuale e dei saperi. Per cominciare a ricostruire, con loro, una coscienza collettiva e solidale. Quei referendum aggiungono alla Carta valore e sostanza; aiutano a ricostruire l’idea che il conflitto è l’essenza della democrazia.

L’universalità dei diritti – con cui la Carta  rilancia il valore della Costituzione e di ogni democrazia – è ciò che quotidianamente stiamo perdendo, nella frammentazione e liquefazione sociale che nascondono il nocciolo duro dei privilegi e delle ingiustizie. Per questo, la campagna può essere un passo deciso verso il radicamento del sindacato in mezzo a quei lavori precari e frammentati che esso è stato accusato di aver dimenticato e trascurato; in parte a ragione, indubbiamente, in parte, invece, rimuovendo la realtà materiale, la difficoltà di essere nei “ non luoghi” di molti lavori contemporanei, di contrastare la forza ricattatoria della precarietà. Il tentativo di dare concretezza giuridica a questa universalità è, probabilmente, il primo vero impegno di massa per la ricostruzione di questo rapporto, per riunificare, nei conflitti del presente, quel magma che l’ideologia dominante vorrebbe inevitabilmente inestricabile,  atomizzato e solo. E questa sfida di universalità, proprio per la concretezza delle questioni poste dalla Carta, non si riferisce solo alla linea di demarcazione (che tra l’altro il jobs act e la cancellazione dell’articolo 18  rende assai più labile) tra lavoro precario e lavoro “stabile”; ma anche all’emersione del lavoro nero, ai termini tradizionali e nuovi in cui il lavoro delle donne sfida l’organizzazione sociale nel suo complesso e quella dei processi produttivi, oltre, naturalmente alla piena (e lontana) applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, cioè al reale superamento della discriminazione di sesso; alla dignità e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori  immigrati. Ma ancora: il controllo a distanza, la sicurezza, la formazione, il sostegno al reddito e una grande quantità di altri diritti, problemi, contraddizioni. Non un elenco, ma un complesso di nodi di libertà e giustizia in cui il lavoro e la cittadinanza si intrecciano inestricabilmente nella vita di milioni di donne e uomini, giovani, adulti, anziani. La sostanza del vivere quotidiano di queste e delle future generazioni. Certo, non è scontato che sia così; che cioè questa campagna riesca a mettere in campo, a livello di massa, questo spessore e queste prospettive che la Carta contiene. Consultazione e raccolta di firme potrebbero anche essere gestite, al di là della volontà soggettiva, in modo riduttivo e burocratico, non incontrando i mondi che si evocano. Ma non può essere vissuto come un problema del solo sindacato.

Queste battaglie, nello scenario europeo poco incoraggiante che conosciamo, si configurano come la ricostruzione di un blocco sociale e politico di una sinistra contemporanea nei contenuti, nelle persone e nei linguaggi; mai, nella storia d’Italia questo obiettivo è stato altra cosa dalla conquista, dalla ricostruzione o dalla difesa della democrazia. Oggi, come agli inizi del secolo scorso, esso coincide con un passaggio d’epoca che non lascia davvero nulla di immodificato.

il manifesto sabato 14 maggio 2016

“Alzo mi voz”

E’ sicuramente prematuro anche solo un primo bilancio del Pontificato di Bergoglio; se non altro perché ogni giorno egli apre un nuovo fronte. Ma non è, forse, troppo presto per individuarne una linea decisa e coerente. Se mettiamo in fila alcuni (solo alcuni) dei passaggi salienti di questo breve periodo, il corpo sostanzioso di questa svolta emerge con chiarezza. Dal discorso al Parlamento europeo, incentrato sulla subalternità della politica alla finanza, agli scossoni alla gerarchia ecclesiastica su questioni sensibili sul piano dottrinario, economico e del potere; dal nesso tra questione ecologica ed ingiustizia sociale, nella Laudato Sii, alla condanna, nel viaggio a Cuba, della società del descarte, alla forza politica e morale, nelle diverse corde toccate, al Congresso americano e alle Nazioni Unite. Fino alla sfida chiara – per quanto sottile – a chi lo accusa di essere troppo di sinistra; negandolo, come è giusto che sia, ma non rinnegando la sostanza etica, dunque anche storica, delle sue posizioni. Il profilo, sempre più chiaro, è quello di una critica del capitalismo liberista e dei processi di mercificazione della natura, delle società e delle relazioni umane.  Mai, non un teologo della liberazione o un prete progressista, ma un Papa, si era spinto su un territorio così esplicitamente analitico delle radici materiali dell’ingiustizia e delle prospettive di distruzione del pianeta; e delle relazioni tra esse; individuate non più solo in una generica crisi di valori, ma nell’affermazione del principale valore capitalistico, la centralità della merce e del denaro, rispetto alla dignità degli esseri umani. Il fatto è che questo Papa (e la sua stessa elezione, frutto probabilmente, di un conflitto esplicito), con la forza di chi può – ma anche sa –parlare al mondo contemporaneo, esprime la consapevolezza intellettuale del disastro sociale e biologico, presente e futuro; e dice, urbi et orbi, che non ci sarà spazio per nessuna etica universalistica nel mondo che si prepara. Sembra esprimere la consapevolezza piena della torsione radicale che il conflitto globale ha assunto e che il capitalismo neoliberista interpreta coerentemente, in assenza, su quella scala ed a quei livelli, di una alternativa umanamente accettabile. Sembra dirci (anzi, a Strasburgo e all’ONU ci ha detto esplicitamente) che con la democrazia, questo modello di sviluppo spazzerà via ogni altra prospettiva di umanizzazione; e quando, nelle precedenti tappe in America Latina, ha fatto riferimento alle lotte degli indios e dei popoli, per la loro identità e per la terra, ha espresso con chiarezza un messaggio di legittima contrapposizione alle logiche del mercato; ma ha anche lanciato un grido di allarme, uno stimolo a chi deve opporsi. E, credo, occorra fare uno sforzo in più per cercare i terreni etici e concreti di uno sguardo diverso ma comune al conflitto in atto; senza corto – circuiti, ma anche senza troppe timidezze.

Ho scritto, mesi fa, che non è né giusto, né sensato, “tirare la giacca” ad un Papa; ma l’impressione che traggo ora, da questi suoi atti, è che sia lui a tirarla a noi. Non ci insegnerà lui la critica del capitalismo, potrebbe dire qualcuno, e con qualche ragione (ma anche con un po’ di presunzione). Quello, però, che possiamo fare è ricordare, o meglio, imparare di nuovo nel mondo globale, come si fa a parlare, influenzare, mobilitare grandi masse di uomini e donne. Perché, se a livello di massa, la critica del capitalismo, delle sue strutture sociali e della vita quotidiana che determina, è prerogativa di un Papa, la sinistra, ad ogni latitudine, una scossa deve cominciare a darsela.

L’ opera da tre soldi

Dopo circa un secolo di discussioni, in pochi mesi (se volessimo essere poetici – ma non ne abbiamo alcuna voglia – in una notte torrida) si è chiarito in modo sufficientemente nitido, anche ai più ottimisti, il rapporto che il capitalismo ha con la democrazia, l’uso che fa delle sue istituzioni. Un utilizzo relativistico, funzionale. Il riconoscimento del “valore assoluto” della democrazia lo si pretese solo dalla sinistra, come certificazione del superamento del suo “peccato originale”. Come per la democrazia, così per la sua struttura sociale, welfare e diritti: “beni di lusso”, variabili dipendenti e sacrificabili di fronte al feticcio del capitale. Tutto risaputo, tutto scritto tanto tempo fa, diranno quelli che sanno sempre tutto; ed è anche vero. Ma anche loro, anche gli eternamente consapevoli, credo, avranno provato un brivido rivedendo (o vedendo per la prima volta, a seconda delle età e delle esperienze di vita) scintillare, dietro le compassate facce di Bruxelles, il dente del pescecane.

Di fronte a questa sfida esplicita, la condotta di Tsipras è stata ed è la più responsabile e realista, non perché più moderata (ce ne vorrebbe di faccia tosta, per considerarla moderata), ma, al contrario, perché era l’unica possibilità concreta per provare a rimanere al timone della Grecia, per tenere aperto un conflitto in Europa; per far fallire la sperimentazione neoliberista sulla Grecia. Una battaglia, amara e difficile, di resistenza, non una resa.

L’ Europa è meno ricca di prima, ha perso fette consistenti del mercato mondiale, dunque la forza si riaffaccia dietro la politica, il privilegio dietro il diritto, il ricco ( ne La questione ebraica, Marx  avrebbe detto “ il borghese”) dietro il cittadino. L’esperimento greco, dal loro punto di vista, è sostanzialmente questo; e riguarda i possibili nuovi assetti politici e sociali del continente, nei quali Alba Dorata potrebbe risultare anch’essa parte dell’ esperimento. Tutto già visto (o già letto, a seconda delle età…), è vero; ma, diciamoci la verità, eravamo tutti, ma proprio tutti, disabituati a questa brutale radicalità. Non a quella di Tsipras o Varufakis (che non è brutale per niente, solo chiara e coraggiosa), ma a quella del pescecane. E’ vero che la dignità consapevole dei greci ha fatto venire la zanna allo scoperto; ma l’aspetto peggiore della condotta di questi mesi è la sensazione che essa volesse mostrarsi, a tutta l’Europa. Volesse, cioè, mostrare la sostanza politica dell’esperimento. Questo mette i brividi; anche perché, rispetto ad altre pur drammatiche fasi, non c’è (o, se vogliamo essere ottimisti – ma ne abbiamo pochi motivi – ancora non c’è) una forza reale da contrapporre; se ci fosse stata, si sarebbe vista nelle piazze d’Europa, prima, durante e soprattutto dopo il referendum. Non piccole e generose avanguardie, ma una forza di popolo che, appunto, tranne che in Grecia e in Spagna, non c’è (e se Syriza si spacca definitivamente, non ci sarà più neanche lì).

La notte di Bruxelles – possibile preludio ad una nuova, brutta notte d’Europa – ci costringe a saltare qualche tappa, a rinunciare a qualche “diritto d’autore” e a reagire con forza e uniti, anche in pochi per diventare tanti. O la zanna del pescecane vogliamo vederla ancora più da vicino?

I giganti e i nani

Sono state dette così tante e giuste cose sulla lezione di democrazia e dignità che ci giunge dalla Grecia, che non potrei aggiungere altro. E’, forse, un modo più concreto di ringraziare Syriza e i cittadini di quel Paese, ragionare più strettamente sulla strada che hanno aperto a tutta l’Europa.

Tsipras e Varoufakis hanno riportato al centro del dibattito le finalità stesse dell’Unione Europea, le motivazioni di fondo che muovevano il Manifesto di Ventotene: la politica democratica come strumento di espressione della volontà dei popoli, come identità antica di un continente, che reagisce alla logica della forza e della prevaricazione; qualunque sia lo strumento che la forza utilizza. Garantire agli europei condizioni di pari dignità, uguaglianza nelle prospettive di vita. Al contempo, fare dell’Europa non una fortezza chiusa – men che mai, aggressiva – che difenda i propri privilegi; ma un ponte di pace e di libertà, autorevole per l’universalità di quei valori, non per la potenza delle sue armi, in senso letterale o finanziario. Hanno messo a nudo il duello vero, non quello tra l’euro e la dracma – come ha scritto, dalla prospettiva del suo nanismo politico, il Presidente del Consiglio del Paese dove quel Manifesto è nato – ma tra due idee della politica, cioè della storia e del mondo. Perché le risposte ad una crisi, che non è un terremoto ma il prodotto del neoliberismo, del prevalere violento della merce e del denaro, cioè delle scelte delle élites europee e, dunque, anche di quelle greche, sono alternative che prospettano diverse idee della società, del potere; diverse funzioni dell’economia e del suo rapporto con la vita reale delle persone.

In questi  mesi, ed in queste ore, a Bruxelles, a Berlino, a Roma, le élites economico-finanziarie si sono difese politicamente – usando tutti gli strumenti, tanti, a loro disposizione, dal ricatto alla disinformazione – cercando di eliminare la possibilità concreta di un’alternativa: un governo, forte di un grande consenso, che, da un Paese mandato sull’orlo del baratro dalle politiche subalterne al neoliberismo,  svela che quel “mondo” non è un dato naturale, ma il prodotto delle scelte di classe di quelle stesse élites. Per difendere questi privilegi, esse, infatti, hanno dovuto e devono tutt’ora rendere esplicito che, per il mercato, la democrazia non è un principio imprescindibile, ma uno strumento relativo. E la democrazia si è difesa utilizzando se stessa e, difendendo se stessa, ha difeso quell’Europa che il neoliberismo sta distruggendo. La storia, nella complessità delle sue forme, ha dei nodi semplici; per vederli, occorre uscire dal labirinto incantato della cronaca, occorre essere se stessi. Syriza ha potuto vederli, ed agire di conseguenza, perché è una sinistra senza paura, che non ha la radicalità parolaia dell’estremismo, ma quella concreta e lucida della realtà; ha avuto la capacità di cogliere il nodo in cui l’interesse nazionale della Grecia, si saldava con l’idea nuova dell’Europa e del mondo, cioè con il superamento in avanti della crisi delle democrazie. Syriza e Podemos, nelle loro differenze, hanno in comune il merito di aver saldato le  radici storiche con la capacità di costruire un blocco sociale moderno, lavori e linguaggi del tempo presente.

Non mi sembra di esagerarne i meriti, né – come qualche giocoliere ha scritto – siamo in cerca di un nuovo “Paese guida”; semmai siamo in cerca di una sinistra all’altezza delle sfide del presente. La radicalità del conflitto in atto sfugge solo a chi vuol negare il conflitto, per “naturalizzare” la storia e farla coincidere con l’apertura delle Borse. E questa radicalità ha fatto emergere ancor più che le socialdemocrazie europee – o meglio, questi partiti, come scrive Tsipras, “geneticamente modificati” – hanno esaurito la loro funzione politica, perché hanno tradito la loro storia di soggettività critica, di espansori della democrazia, dentro il campo capitalistico. Hanno ribaltato le loro contraddizioni: prima rappresentavano il mondo del lavoro, con dei cedimenti finalizzati alla legittimazione politica; ora hanno assunto il punto di vista liberista, tentando (in alcuni casi, e inutilmente) di mitigarne gli effetti, per legittimarsi di fronte alla loro storia. Lasciamo stare Renzi (che con quella storia non ha nulla a che fare, e però se n’è impossessato con facilità estrema), ma è impressionante vedere Hollande e Schultz, in particolare, ridotti a comparse che continuano ad avere le movenze dei protagonisti. Tsipras, ricordando che è il popolo, non i manutentori degli ingranaggi finanziari, a dover decidere il destino d’Europa, ha dato corpo e chiarezza a oltre trent’anni di subalternità politica e culturale; ma ha reso, anche, chiare le responsabilità dei governi europei, di fronte alla Grecia, ma, soprattutto, di fronte ai loro popoli ed alle conseguenze – meno evidenti, ma non meno drastiche – delle politiche di questa austerity a senso unico, verso i cittadini degli altri stati europei. Per questa ragione (non per mancanza di efficacia economica), perché, cioè, rendevano chiaro all’Europa che altri dovevano caricarsi i costi della crisi, i burocrati di Bruxelles hanno respinto la proposta di accordo del governo greco. Per questa stessa ragione, tutta politica, di prospettiva, non potendo decidere – grazie alla mossa del cavallo del referendum – né quale governo i greci debbano avere (perché, per inciso, il voto da a Tsipras un consenso ancora maggiore di quello della sua elezione), né quale politica sociale debba adottare, hanno ripiegato sul veto a Varoufakis, il quale ha dimostrato loro cos’è un uomo di Stato e un militante politico.

Ora il conflitto è, fino in fondo, europeo ( e, per certi versi, mondiale); non nel senso che si è spostato nelle segrete stanze di Bruxelles, ma nel senso che Atene si è fatta Europa, parla con voce chiara agli altri popoli europei, persino ai tedeschi; indicando una strada nuova, che i vecchi partiti (anche quando sono nuovi) del PSE non sono in grado di percorrere, né di vedere. Temi per troppo tempo evocati e mai affrontati veramente – il nuovo modello di sviluppo, il “chi decide”, il rapporto tra mercato e democrazia – sono posti oggi, da un Governo sovrano e forte, al centro non di un’elaborazione teorica, ma di un conflitto vitale per tutto il vecchio continente. Questa sinistra greca è stata, finora, all’altezza della sfida perché non ha avuto paura di caricarsi sulle spalle il destino del suo Paese e, insieme, quello d’Europa; e non è che non avesse alternative, poteva sempre tradire se stessa o ritagliarsi un ruolo profetico e minoritario.  Al resto della sinistra europea, a cominciare da quella italiana, saper incarnare, nei propri Paesi e nel Parlamento europeo, il senso di questo conflitto e di questa capacità egemonica. Quello che, in Italia, si muove e si unisce (non solo a Roma, ma anche nelle province) non è poco, ma non è abbastanza; serve un salto di qualità nel corpo del Paese e negli “stati maggiori”. Con il referendum greco, la battaglia è appena cominciata; se la perdiamo veniamo, più o meno, annientati. Ma non si vince, ormai, solo ad Atene; si vince o si perde in ogni città, in ogni quartiere, in ogni posto di lavoro, in ogni scuola d’Europa.

Tra le possibilità e il baratro

Il voto delle regionali, al di là della comprensibile articolazione, ci dice che la sinistra italiana non è scomparsa, ma – salvo alcune realtà virtuose – non va oltre risultati residuali. Non è utile aggrapparsi ai, pochi, risultati positivi; serve capire e reagire. Capire insieme e reagire insieme. Non ci sono (almeno, non ancora) né Podemos, né Syriza e chi dicesse: “Podemos sono io”, sbandierando qualche percentuale un po’ più alta, assomiglierebbe più a vecchi vizi che a nuove possibilità.

L’astensione è cresciuta ancora e le liste della sinistra non l’hanno intercettata; siamo, nella sostanza, rimasti ancora schiacciati tra PD, 5 Stelle e persino Lega; che, in molti casi, hanno perso un sacco di voti, ma solo in minima parte sono stati raccolti dalle liste della sinistra. Persino gli insegnanti – moltissimi dei quali non hanno votato PD – ci hanno sostenuto in misura più ampia di altre categorie sociali, ma non certo determinante.

D’altra parte, “liste della sinistra” è una perifrasi, non un soggetto politico; e, tra l’altro, pezzi della sinistra in alcune regioni erano in coalizione col PD, in altre in netto conflitto con quel partito; già questi due elementi disorienterebbero persino una guida indiana. La metafora non è casuale, perché, se ci guardiamo, pirandellianamente, dal di fuori, vediamo tante tribù, cioè tanti tentativi di ricostruire una sinistra, almeno, consistente, che dicono cose anche simili ed anche giuste (almeno di solito), con linguaggi differenti o identici, ma, nel migliore dei casi, si fanno da lontano i segnali di fumo; ciascuna convinta di possedere la sostanza capace di aggregare, ma tutte in attesa di un leader, che non si capisce se dovrà essere scoperto al loro interno, o venire da Marte.

Prese singolarmente, queste realtà, questi luoghi di discussione, questi progetti (SEL e Human Factor, i “Comitati l’Altra Europa con Tsipras”, Rifondazione, il Manifesto, “è Possibile”, il “Network del Socialismo europeo”, la stessa “coalizione sociale” – se ho dimenticato qualcuno mi scuso), nella loro diversità mi sembrano strumenti indispensabili e nulla di esse dovrebbe essere disperso, ma nella loro separatezza, in questo “farsi le lontananze”, assolutamente insufficienti. E di questo stato di cose, i più hanno – credo – piena consapevolezza; come ne abbiamo del fatto che non si tratta di “fondere”, ma di ricostruire e di affermare (starei per dire: divulgare) una cultura, una strategia politica, un movimento di massa. Fondere no; ma mettersi a sedere e ragionare sul serio, sì; trovare un “nome” comune, magari (per esempio, ma è davvero solo un esempio, “Possiamo” non è poi così brutto, e sarebbe un atto di umiltà, verso chi ha saputo farlo presto e bene); definire una “linea” comune, almeno (come diciamo noi insegnanti) ai livelli di base; individuare le due, tre campagne di massa da sostenere insieme, a cominciare dalla scuola (qualcosa che faccia dire alle persone: “Ah, sono quelli lì!”).

Aggiungo tre elementi di discussione, che a qualcuno sembreranno ovvi, a qualcun altro meno: il PD, che non ha più gli anticorpi minimi per le proprie degenerazioni, non si cambia né dall’interno, né dall’esterno, ma si può sconfiggere il renzismo solo costruendo una cosa seria e radicalmente autonoma a sinistra; il Movimento 5 Stelle non ha la lebbra e, oltre a rapportarsi ad esso in modo meno apodittico e più analitico, sarebbe il caso, a livello nazionale e nei territori, di provare seriamente a costruire vertenze, progetti e battaglie comuni; bisogna gettare più energie ed intelligenze nel conflitto sociale e meno in ingegnerie organizzative.

Da un lato Mafia capitale e le mafie si mangiano il Paese, dall’altro la finanza europea sta impiccando la Grecia; se le tribù continuano coi segnali di fumo, il “generale Custer” (quello vero, il liberismo europeo e mondiale) finirà con lo spazzarle via.

Il velo di Maya

A qualcuno potrà essere sembrato eccessivo il nesso espresso da Stefano Fassina, tra l’impossibilità di cambiare il Disegno di Legge sulla scuola e la sua permanenza nel PD.

E’ evidente che questa sua intenzione – espressa in modo così esplicito – è il frutto, anche, di un dissenso più generale; di un giudizio complessivo su ciò che quel partito è ormai diventato, su una mutazione genetica verso idee, valori e pratiche della destra e del populismo. Un giudizio, ogni giorno di più, espresso da elettori e militanti che se ne allontanano silenziosamente e sono, probabilmente, sostituiti nel saldo numerico da elettori di destra.

In realtà, però – voglio dirlo da insegnante e da cittadino – quel che Fassina dice (se non si può cambiare quella legge, non posso restare nel PD), ha un valore in sé, di coerenza e linearità politica, indica che la battaglia degli insegnanti e degli studenti, in queste settimane, ha fatto emergere la scuola come un grande tema nazionale, non è un problema “settoriale”. La posizione di Fassina significa tre cose essenziali: il modello di scuola, che il disegno del governo prefigura, è anche un modello di società privatizzata ed autoritaria; dopo che la minoranza PD non è riuscita a modificare il Jobs act e la riforma elettorale, non riuscire in quest’ultimo tentativo certifica l’impossibilità di “cambiare” gli indirizzi di quel partito “dall’interno”, l’inconsistenza di quella minoranza di fronte alla furia populista di Renzi; dopo l’uscita di Cofferati e di Civati, di fronte al Premier che risponde in modo offensivo ad ogni dissenso interno e ad ogni protesta della società e del sindacato, appare chiaro anche a Fassina che nel nuovo “partito della nazione”, che assorbe Forza Italia, non c’è posto per chi (elettore, militante o dirigente) voglia esprimere valori e posizioni di sinistra, o anche, semplicemente, dissentire dai voleri di questo leader suadente nella forma, intollerante nella sostanza. In sintesi, con Fassina si svela definitivamente l’equivoco di chi pensa che votando PD voti ancora per una forza del centro sinistra, meno che mai di sinistra.

Il Laboratorio marchigiano

La notizia del piano di ristrutturazione (cioè, fuori dall’ipocrisia linguistica, dei licenziamenti) della Indesit, viene commentato come un fulmine a ciel sereno dalla Giunta regionale delle Marche (che è “ancora” Spacca e PD). Questo è veramente incredibile. Altrettanto incredibile, nel senso letterale del termine, è la mobilitazione tardiva del Governo Renzi, il quale – ormai appare evidente anche ai più ingenui ed ottimistici commentatori – più che di salvaguardare il lavoro, si pone il problema di come renderlo licenziabile.

Altro che fulmine. E’ un film visto decine di volte: si smobilita l’industria italiana, i padroni fanno cassa, e i nuovi padroni esteri licenziano. I padroni erano la famiglia Merloni, che è passata all’incasso di 700 milioni di euro. I potentati politici legati a quei gruppi industriali e che su quelle relazioni hanno costruito carriere personali, cioè l’ex Governatore delle Marche Spacca (oggi candidato per la destra) e buona parte del PD, cadono dal cielo, come quelle pastorelle dei presepi, che a Napoli chiamano “le pastore della meraviglia”.

Da anni, una delle principali aziende delle Marche, secondo produttore europeo di elettrodomestici, nonostante le sviolinate dei cortigiani locali per i risultati, presenta dei bilanci(utili insignificanti rispetto al fatturato)che ne mostrano la debolezza e la mancanza di prospettive. Come evidente è, da anni, la mancanza di una politica industriale e di un’idea capace di trovare alternative al modello economico marchigiano della piccola impresa. La recessione mondiale aggrava ulteriormente il quadro e azionisti di maggioranza e management puntano tutto sulla ricerca di partner forti, per fare cassa, appunto, non per salvare le imprese e il lavoro.

Tutto questo è noto ad una platea vasta, non solo agli addetti ai lavori. La Regione che fa ? Vagheggia la creazione del polo della ricerca avanzata su elettrodomestici ed house automation in cui occupare centinaia di giovani laureati in previsione di un probabile ridimensionamento occupazionale della Indesit.

Aria fritta, nell’immediato, visto che un progetto del genere richiede ingenti risorse e tempi lunghi, mentre le prospettive di sopravvivenza della Indesit si fanno sempre più oscure. Fino al colpo di scena della vendita , ad un prezzo spropositato, fuori da ogni logica commerciale, alla Whirpol. Nessuno si chiede che logica ci sia dietro questa incredibile acquisizione da parte di un concorrente. Di solito queste operazioni vengono fatte per eliminare la concorrenza, ma non a questi costi. E’ una questione più grande, non un affare dei Merloni, è un attacco ad una delle poche multinazionali italiane, e il Governo interviene a danni compiuti.

Un cittadino normale immagina che su questi problemi seri abbia discusso e si sia rotto l’asse PD-Spacca. Immagina male. Tutto è avvenuto solo sui destini e le carriere personali. E’ un esempio di scuola delle conseguenze, terribilmente concrete anche per le Marche, di una politica prona agli interessi privati ed alle spinte di un liberismo selvaggio che, come si vede, non è un fantasma ideologico, ma una realtà che anche i marchigiani pagano cara. Ora, forse, in questa regione sentiremo un po’ meno sciocche ironie sulla battaglia di Tsipras, in Europa, per ridare alla politica un ruolo di direzione e di difesa delle persone e dei lavoratori.

E non è un caso isolato, in una regione piccola come questa; storia simile per la Prismian di Ascoli Piceno. Ma gli ex sodali, oggi rivali (ma domani, chi sa?) si cambiano maglie e casacche: mentre Spacca passa con la destra, nella coalizione che sostiene il candidato PD, Ceriscioli, entra (in lista con una parte dell’UDC, perché l’altra sta con Spacca…ci vuole un navigatore satellitare per seguire queste giravolte) l’ex Sindaco della destra di Fermo, Di Ruscio (quello che nel 2008 invitò a Fermo Marcello Dell’Utri a presentare i falsi diari di Mussolini) e che, probabilmente, ci resterà, nonostante le proteste dei civatiani fermani. Uno spettacolo indecente, per una regione che sta subendo i colpi pesantissimi della globalizzazione.

Una speranza viene, però, oltre che dalla forte e reazione dei lavoratori e del Sindacato, dalla sinistra marchigiana, che ha avuto la forza ed il buon senso di dare un seguito coerente all’esperienza delle elezioni europee e che, con la lista “Altre Marche. Sinistra Unita”, ha superato barriere e schemi del passato, ponendo al centro del proprio progetto, non vetusti tatticismi, ma la centralità del lavoro e dei diritti. Le Marche sono un caso evidente di come la mutazione genetica del PD e la mercificazione della politica, lascia i lavoratori ed i cittadini soli di fronte alle spinte del liberismo; ma anche di come, con decisione e lungimiranza, si può mettere mano ad una politica e ad una sinistra nuove e di come la spirale involutiva della democrazia possa cominciare ad essere invertita.