Category Archive 'Corsivi':

Le mucche a Capalbio

C’era un monologo in cui Giorgio Gaber immaginava – richiamando Buñuel – delle mucche che, volando sopra un campo da tennis, “bombardavano” con le loro deiezioni due borghesi e la loro ipocrisia. Non era una tirata contro il tennis, ovviamente, ma contro certi ambienti, circoli, modi di essere e (come avrebbe detto De Gregori, anni dopo) “uno stile di vita e un certo modo di non sembrare”. Ho ripensato a questo testo esilarante, quando ho letto le parole (quasi il volgare rumore corporale) di Chicco Testa (sì, quello che stava nella F.G.C.I., poi in Legambiente, passato dopo, armi e bagagli, in altri lidi), sui profughi che non devono “bighellonare” sulla spiaggia di Capalbio.

Non ho perso tempo a ragionare sul fatto che profughi e richiedenti asilo fuggono da tragedie certo non comparabili con la perdita di campo del cellulare e la fine della crema solare. Non ho sprecato energie a pensare alla psicologia dei “convertiti” (o, forse, di quelli che sono sempre stati così, ma in quell’altra epoca era trendy essere di sinistra); ho subito immaginato le mucche di Gaber che, volando surrealisticamente, sulla spiaggia di Capalbio, la “bombardano” (pacificamente e pedagogicamente) di cacca. Magari a chilometro zero (in omaggio alla vecchia militanza di Testa), prodotto della Maremma. Lo so, non è un’immagine politicamente corretta, non sarà educata; a qualcuno potrà persino apparire violenta. Ma – a parte che mi sembrano molto più volgari e violente le frasi di qualche “bighellone di regime” – i ricordi involontari vengono dall’inconscio; e quello, si sa, se ne impippa delle sovrastrutture. Lo so, certi istinti non vanno “agiti”, vanno repressi e ricondotti nell’alveo – spesso triste e meno immaginifico – della realtà. E lì le mucche, purtroppo, non volano.

Il Tamburo e il Fuoco

Qualche giorno fa, se ne sono andati due immensi scrittori, testimoni del Novecento, diversi, geograficamente lontani, ma entrambi capaci di guardare al passato mettendocelo tra i piedi, per costringerci a leggere il presente. Gunter Grass ed Edoardo Galeano sono tra coloro che ci hanno insegnato che la fantasia, nella letteratura e nella vita, non è una linea di fuga, ma una lente d’ingrandimento, un attrezzo di lavoro per cambiare il mondo. Hanno trasformato personaggi ed epoche storiche in figure letterarie; e personaggi letterari in pietre miliari della storia dei popoli. Il tamburo di latta o Memoria del fuoco , Il mio secolo o Le vene aperte dell’America latina, hanno contribuito a costruire, per generazioni, ad ogni latitudine, la coscienza che la sconfitta degli ultimi non è un destino naturale, e che gli individui sono nulla senza la consapevolezza della loro storicità. Grazie sarebbe davvero troppo poco. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci, nel capire il mondo e nel cambiarlo; questo vorremmo dire loro.

Distrazioni

Ho sentito che Renzi, durante il primo vero Consiglio dei Ministri (ripeto: non dopo, durante), avrebbe twittato un commento sui dati – da lui (e dalla realtà, ma questo è ormai secondario) definiti “allucinanti – della disoccupazione giovanile. Lasciamo stare il merito; dirò solo che sono felice che abbia scoperto che la crisi c’è davvero e che non era solo un’invenzione mediatica utile alla sua scalatina e a proseguire nelle “basse intese”. Veniamo al metodo: da antico uomo del novecento, mi scandalizza che in Parlamento e durante il Consiglio dei Ministri – cioè durante attività di lavoro serie, impegnative, che investono la vita di milioni di persone – questo personaggio zippetti  continuamente sul cellulare.

Non voglio nemmeno soffermarmi su quanto e come questa forma di comunicazione comporti uno scarso utilizzo della riflessione ponderata, appiattisca tematiche importanti in un eterno presente e via analizzando. Hai voglia, poi, a spiegare ad un adolescente che, se studia Kant (o qualche nuovo Ministro teorizzerà che basta leggerlo su Wikipedia?) con Ask aperto di fianco al libro, la sua concentrazione sarà discretamente meno alta?

So già cosa diranno i cretini contemporanei: “è un nuovo modo di comunicare!”, “che bello, la politica in tempo reale!”, “assolve al suo dovere di informare!”. Ma sono, appunto, obiezioni troppo cretine per prenderle in considerazione; e non rispondere ad obiezioni troppo sciocche è un atto di resistenza che Gregory Bateson avrebbe definito di “ecologia della mente”. Intanto, sarebbe bene comunicare le decisioni, i provvedimenti di governo e non le false impressioni demagogiche; ma, poi, ci sono gli uffici stampa; o, anche ammesso che lo si voglia fare direttamente, lo si può fare dopo le riunioni(magari a gabinetto, sul divano, in macchina se non si guida); farlo durante distrae, fa perdere la concentrazione, è – sentite che considerazione da vecchio! – una mancanza di rispetto verso gli altri presenti, verso quello che dicono, verso il proprio impegno.

Ma ve lo immaginate un insegnante che, mentre interroga (o persino mentre i ragazzi svolgono un compito in classe), interviene su face book? O un impiegato delle Poste, o un chirurgo? Sarebbe uno scandalo. Sarebbe, giustamente, uno scandalo.

Il comune senso…del ridicolo

E’ sconcertante la velocità con cui, un governo che rimanda tutto e si divide su tutto, non ha neanche appoggiato sul tavolo la sentenza della Consulta sulle Province, che ha già partorito un disegno di legge che cancella la parola Provincia dalla Costituzione. Ora,  questa cancellazione suona persino un po’ ridicola e viene da pensare che, magari, si potrebbe preparare un altro decreto legge per eliminare tutto il campo semantico dal vocabolario: togliamo l’aggettivo “provinciale”? Eliminiamo espressioni ormai incostituzionali come “vivere in provincia”? Non ci meravigliamo di nulla, se un pensionato è stato denunciato per “vilipendio della nazione”, per aver usato, magari perché irritato o esasperato, un’espressione un po’ volgare sull’Italia, ormai può accadere di tutto. Ma, al di là del senso del ridicolo, che si è un po’ affievolito nel nostro Paese (si licet e se non compio vilipendio), sarebbe interessante che qualcuno spiegasse perché le Province devono essere abolite, quanto si risparmia realmente e se questo risparmio non produca altri costi indiretti e se, magari invece, non abbia più senso una riforma organica delle funzioni dei diversi livelli di governo. La seconda parte della Costituzione può, certo, essere riformata, ma i costituenti avevano un disegno della democrazia in testa, forte e condiviso e che andava oltre il pallottoliere; questi apprendisti stregoni, che hanno in testa. E il pallottoliere lo sanno, poi, usare davvero?

La cosa, però, più stridente (non ho letto la Gazzetta ufficiale e non so se questo aggettivo si può ancora usare) è che IMU, IVA, conflitto di interesse, milioni di disoccupati, precari…(l’elenco sarebbe troppo lungo) possono aspettare. Intanto, in questo momento storico, che ha sostituito i rumori corporali ai ragionamenti, diamo in pasto al populismo affamato l’ossicino delle Province; non importa, o diremo poi, in agosto, chi ne assumerà le funzioni e quanto costerà reinquadrare dirigenti e impiegati, o accentrare nelle Regioni(che invece costano poco e sono esenti da scandali…); intanto scoticate l’ossicino, poi ci penserà il governo di salvezza nazionale, sempre che i sondaggi lo consentano.