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Una buona rotta

La Direzione del PD dovrebbe aver tolto ogni dubbio anche ai più incalliti nostalgici del “centro-sinistra”, delle alleanze da Transatlantico e dei tatticismi. Se si volesse misurare fino a quanto la politica possa divenire autoreferenziale e separata dalla vita reale, quella discussione sarebbe un laboratorio privilegiato. Nessuna corrente democristiana, neanche nei periodi peggiori, si sarebbe sognata di considerare, così esplicitamente, le elezioni, persino un congresso, come oggetti disponibili per i propri posizionamenti.

Nei giorni (tanto per fare qualche esempio) in cui la CGIL lancia la campagna referendaria sui diritti del lavoro, in cui un giovane precario si toglie la vita, gli studenti bolognesi vengono presi a manganellate, la città di Genova reagisce alla presenza dei neofascisti europei e la Romania è in piazza senza sosta, quella Direzione ricorda le brioches di Maria Antonietta, più che i rottamatori. Spesso in questi anni, sentendo parlare Renzi (o qualche suo clone o persino qualche semi-oppositore interno) mi è tornato in mente un verso di Silvio Rodriguez: “un servidor de pasado in copa nueva”, ma qui non è nuova neanche la tazza. Tra l’altro, migliaia, forse decine di migliaia, di ostinati elettori di quel Partito esprimono un livello di dibattito e di consapevolezza dei problemi di gran lunga maggiore rispetto a quello che dovrebbe essere il loro “gruppo dirigente”. Anche quella scissione – che oggi sembra più vicina e che è figlia, soprattutto, del Referendum costituzionale – può avere un senso produttivo solo se i suoi protagonisti mostreranno (assai più di quanto hanno fatto in questi anni e i questi giorni) la consapevolezza delle ragioni di fondo di tale rottura, fuori dalla cronaca e dentro la storia; la coscienza autocritica di uno scivolamento a destra, di un mutamento genetico che comincia assai prima di Renzi.

Tornando dal Congresso di Podemos, Nicola Fratoianni (che deve aver provato una notevole vertigine, riaprendo le pagine italiane) ha scritto, tra l’altro, che dobbiamo “scacciare il politicismo”. Credo che abbia ragione da vendere, che abbia colto appieno la radicalità contemporanea dell’esperienza del movimento spagnolo e abbia indicato una rotta, non facile ma solida, per il percorso fondativo di Sinistra Italiana. Non tanto per quello che è stato in questi mesi – e che, in parte, sarà fino a domenica – inevitabilmente troppo condizionato da una discussione interna e di vertice, politicista appunto; ma per quello che dovrà compiere nei prossimi mesi, anni, per quello – insomma – che dovrà essere. Non c’è una sinistra da unire, c’è una sinistra da ricostruire, nel tessuto sociale e del lavoro, nella coscienza di milioni di cittadini e cittadine, soprattutto giovani, nell’egemonia della cultura europea; “le vie non sono mai tracciate, bisogna farle” scrive un bravo e giovane cantautore di Carrara e così è, perché inedita e profonda è la crisi delle democrazie, tanto quanto le forme del capitalismo contemporaneo. Affinché grandi masse di popolo tornino a considerare la politica attiva come il luogo della soluzione collettiva dei problemi, del superamento della solitudine, della formazione della propria coscienza, occorre che la cesura con ciò che ha perduto per strada (se proprio non vogliamo dire tradito) questi presupposti deve essere netta, percepibile e credibile; perché indipendentemente dalle forme della politica, nessun soggetto può nascere senza un suo popolo che torni ad avere quella considerazione della politica. Non è il tempo del moderatismo, di cui l’ossessione parlamentare delle alleanze si nutre; questo, non solo qualche furbizia miope, rende obsoleto e impossibile il “centro sinistra”, e rende necessaria una sinistra di popolo, che solo in ciò può essere “di governo”. Non si governa senza radici e senza egemonia culturale; e l’una e l’altra sono da ricostruire. Pure nelle biografie dei futuri gruppi dirigenti e di molti di noi, troppo occupate dalle riunioni e dagli accordi, e troppo poco dalle lotte e dalle battaglie concrete. Sinistra Italiana può divenire questo precipitato di aspettativa e partecipazione collettiva, può essere protagonista attiva di una sinistra europea antiliberista; ma può anche non diventarlo e ripiegare sull’ennesimo esercizio di sopravvivenza. Molto dipende dall’agenda delle lotte e delle battaglie con cui uscirà dal Congresso e a cui darà una mano nei prossimi mesi; questo, non altro, la renderà potenzialmente aggregante. Quello “scacciare il politicismo” non è tutto, ma mi sembra una buona rotta.

Spintoni e Costituzione

Al cantiere navale di Ancona, pochi giorni fa, un lavoratore è rimasto schiacciato sotto una porta di mezza tonnellata che stavano montando a mano. Era un operaio del Bangladesh, che lavorava per una ditta in subappalto. Ora è fuori pericolo di vita, pur avendo riportato conseguenze gravi al bacino, alla cassa toracica e all’intestino. Si dirà: storie di ordinari “incidenti” sul lavoro. Naturalmente non sono mai solo incidenti e la presunta ordinarietà è il velo di rimozione che copre la condizione di decine di miglia di lavoratori – in prevalenza stranieri – delle ditte in subappalto. Non è cosa di oggi – Angelo Ferracuti ha raccontato in un bellissimo libro, Il costo della vita, la vicenda di Ravenna di quasi trent’anni fa – ma succede ancora oggi, nonostante battaglie e conquiste, perché la precarietà è dilagata e i diritti rimessi in discussione, tutti, nessuno escluso.

Tuttavia, in questo episodio non c’è solo l’aspetto tragico che ha colpito questo operaio e la sua famiglia. C’è anche la reazione dei lavoratori “stabili” e “garantiti” di Fincantieri. Le RSU – in questo caso la FIOM – insieme alla denuncia che ribadisce da tempo sulle condizioni di lavoro, ha lanciato ai lavoratori la proposta di una trattenuta volontaria in busta paga, a favore della famiglia dell’operaio gravemente ferito. Anche in questo caso, si potrà dire: storie di ordinaria solidarietà. No, non è così; non oggi, non in questo momento di brutale riscrittura della costituzione materiale e di quella giuridica. Non c’è nulla di “ordinario” in questo gesto, che è, invece, un atto politico (quindi umano) di conflitto contro il “diritto di spintone”; perché la rottura dei vincoli di solidarietà sociale è stata, in questi decenni, una parte integrante della battaglia neoliberista contro il mondo del lavoro. Questo gesto politico racconta una reazione contro l’accusa, in larga parte strumentale, rivolta al sindacato di “garantire solo i garantiti”, finalizzata a far apparire i diritti come privilegi, per spazzarli via. Tutto questo non ha nulla a che fare con il tentativo di stravolgimento della Costituzione repubblicana?

Aspettando che cominciasse una riunione, un compagno – tra i più intelligenti, colti e curiosi che io conosca – ha trovato un libricino (custodito nella fornitissima Biblioteca di Storia contemporanea di Fermo), e mi ha letto il brano seguente: “Che cosa sta invece accadendo oggi? …Si riduce l’idea di solidarietà, e torna a farsi sentire l’aggressività del più forte. In forma strisciante ma tangibile questo costume, se dovesse consolidarsi, porterebbe a una riforma costituzionale perversa: avremmo l’abbandono dei deboli, degli emarginati, dei meno protetti al loro destino. Nella democrazia delle relazioni industriali questo fenomeno viene definito – secondo una teorizzazione e una pratica che ci vengono dagli Stati Uniti d’America – il “diritto di spintone”. Questa espressione significa che all’interno di una fabbrica, ma poi anche nella società, per fenomeno indotto, se c’è un licenziamento o qualunque altra cosa che finisce per costituire lesione della personalità, il lavoratore più forte è quello che da lo spintone al suo vicino più debole, meno tutelato, non protetto. Qui viene il secondo aspetto: la caduta della solidarietà sociale può cambiare la democrazia, che è anche e essenzialmente sistema di tutela delle minoranze, in strumento di oppressione da parte delle maggioranze. Potremmo non accorgercene, ma potrebbe essere così.” E’ un intervento del lontano 1989, pronunciato dal Senatore comunista Gianfilippo Benedetti per una ricorrenza della locale Società Operaia. Mi sembra che esso spieghi – oltre al balzo all’indietro della qualità intellettuale di tanto ceto politico – il regresso di coscienza critica, anzi più esattamente l’adeguamento assoluto (bene ha fatto Michele Prospero a ricordarlo) di tanti marxisti pentiti. Quelle parole colgono – così come sanno coglierlo i lavoratori del Cantiere navale di Ancona – che in questa riscrittura della Costituzione si nasconde (neanche troppo velatamente) un ribaltamento delle sue regole e finalità: la democrazia trasformata da terreno di conflitto progressivo, di formazione della coscienza sociale, a strumento di normalizzazione dello stato di cose esistente, del “diritto di spintone” dei forti verso i più deboli, riducendo il potere dei cittadini e dei parlamenti, a vantaggio di esecutivi sempre più controllati da lobby elitarie. A questi spintoni dall’alto , c’è bisogno di contrapporre, il 4 dicembre e dal 4 dicembre, una serie crescente di spintoni dal basso. Le democrazie devono realizzare i diritti, non solo “tutelarli” astrattamente, e regolano il conflitto; ma quando il conflitto viene solo dai più forti, si trasformano – assai più rapidamente di quanto si possa immaginare, soprattutto nelle società virtuali – in un potente strumento di oppressione sociale. Questa, non la “riduzione dei costi della politica” è la posta in gioco.

La provincia e l’orrore globale

 

A proposito di questa vicenda tragica, accaduta nel posto dove vivo, ha ragione Don Vinicio Albanesi (della Comunità di Capodarco) quando dice che spesso: “la provincia è infida”, perché copre, smorza, nasconde anche ambienti violenti, che andrebbero fatti emergere e contrastati con decisione. Quegli ambienti in cui la sottocultura razzista e neonazista viene spesso tollerata, considerata un puro fenomeno di costume. Finché non uccide. Non è il primo episodio nelle Marche, non lo è a Fermo: nei mesi scorsi, le esplosioni davanti a chiese i cui parroci sono impegnati in accoglienza e solidarietà; l’uccisione di due lavoratori dell’est (che rivendicavano di essere pagati), da parte di un imprenditore della zona (che poi si è tolto la vita in carcere); tre anni fa, l’aggressione (sempre da parte di soggetti dello stesso ambiente fascistoide) contro un ragazzo Eritreo; ancor prima, le scritte razziste contro la mensa della Caritas. Un crescendo preoccupante. Ma l’ambiente di provincia attenua, copre. Per questo sono inopportuni gli inviti ad “abbassare i toni”, quando serve invece affrontare le contraddizioni, farle emergere. Qualche anno fa ho sentito, qui a Fermo, a proposito della penetrazione mafiosa, ripetere da voce autorevole il luogo comune dell’”isola felice”, degli “episodi”. Che altro deve succedere ancora, per capire che, soprattutto nella società globale, le isole felici non esistono e, semmai, l’ambiente di provincia presenta più rischi di coltivazione, proprio perché i “toni bassi” coprono e nascondono? Viene da dire che nelle nostre piccole città la “banalità del male” è ancor più banale, perché più protetta, imbozzolata. Di fronte agli episodi (che, quando sono più di uno, cessano di essere tali), una parte della società civile reagisce, non c’è dubbio, ma un’altra si precipita ad omaggiare Salvini, che aveva appena attaccato i progetti Sprar e l’accoglienza dei rifugiati. C’è chi ha ucciso Emmanuel, ma c’è chi ha soffiato per anni sul fuoco mediatico e globale del razzismo. E ci sono ambienti sventati e malamente ideologizzati, nutriti da questa sottocultura dell’intolleranza e, appunto, della banalità disumanante, spesso “coccolati” da alcuni ambienti politici; non lo scrivo solo sulla base di un’analisi generale, ma perché conosco personalmente l’aggressore (in provincia ci si conosce, quasi tutti). Questi soggetti assorbono e agiscono, senza avere gli strumenti per la mediazione necessaria; e se la responsabilità giuridica è personale e grave, quella politica e morale non è solo individuale. Nessuna città è, in sé, razzista; Fermo, in particolare, è stata una culla di solidarietà, come la stessa Capodarco dimostra; ma senza una controffensiva culturale dura e decisa (altro che “abbassare i toni”!) tutte possono diventarlo; perché quella sottocultura è egemone, e lo è diventata anche grazie ai cedimenti progressivi e generali. Mercoledì davanti al Seminario di Fermo, alla veglia per Emmanuel, mentre Chimiary, distrutta da questa tragedia e da quelle che l’hanno preceduta nella sua giovane vita, ha cantato in lingua Igbo parole per il suo sposo ucciso, senza il quale non sa come continuare a vivere, ho pensato che se gli aggressori di San Benedetto del Tronto avessero chiesto a lei del Vangelo, avrebbe potuto spiegarglielo in due o tre lingue. Quando al mattino, davanti al reparto di rianimazione, l’ ho conosciuta e abbracciata, ho sentito addosso tutta l’impotenza dell’Europa e della sua storia; ho toccato con mano, sentendo quelle lacrime, ciò che già sapevo perfettamente: che questo Paese è peggiorato tanto e continua a peggiorare. Vedo la rabbia avvilita intorno a me, di quelli che tutti i giorni cercano di costruire accoglienza e diritti, e sento che l’avvilimento sarà più forte della rabbia (e persino della coscienza) se non si ricostruisce un fronte, uno strumento politico vero. Il pericolo che persino l’indignazione diventi minoritaria è reale, spinta ai margini. Perché episodi come quello di Fermo sono destinati a crescere, se la cultura dell’umanità e dei diritti continua a farsi schiacciare in un angolo nobile, se non reimpara ad educare le masse (parole vetuste, lo so, anzi arcaiche; ma non è forse arcaica anche la violenza assassina?). Bisogna, forse, imparare a passare dalla pancia, per arrivare di nuovo alle teste. Con la stessa forza (purtroppo impotente) con cui ho sperato che Emmanuel sopravvivesse, spero ora che il suo sacrificio segni una linea. Ci sarà il suo funerale domenica; stasera un presidio antirazzista nel luogo in cui è stato ucciso; l’ANPI, il Sindacato e tante associazioni hanno indetto una manifestazione di tutti i cittadini per martedì prossimo. La gravità di un assassinio a sfondo razzista richiede che i toni li alzino, di livello, sia i cittadini che le istituzioni. Cominciando dall’antifascismo, che non è una espressione del sanscrito  antico, ma una cultura dei diritti, una necessità del presente, anzi del futuro, con l’aria che tira da Fermo alle metropoli europee ed americane. “Restiamo umani”, condivido, ma non inermi o, peggio ancora, indignati ma inerti.

il manifesto sabato 9 luglio 2016

 

Il recinto e l’orrore

Il “pentito” eritreo, della tratta dei migranti, che ha rivelato come chi non riesce a pagare viene venduto al mercato degli organi, oltre a inorridirci, deve spingerci oltre l’orrore. In verità, la letteratura ce lo aveva anticipato (o rivelato) da due decenni; Camilleri lo racconta, senza troppe differenze dalla realtà, in Gita a Tindari; così come ci fa capire tutto quello che c’è da capire sul rapporto tra tratta e mafie. Lascia attoniti, è indubbio. Ma, come per i lager, l’orrore va analizzato e, così, diviene il rivelatore di un’essenza neanche troppo nascosta: quella del capitalismo che no ha più limiti, perché viene percepito senza alternative; dunque portato alle sue estreme (ma insite) conseguenze: esseri umani poveri e disperati, usati come “pezzi di ricambio” per altri esseri umani ricchi, “consumatori” inconsapevoli (o distratti) dell’origine della “merce”. In mezzo, “stimati professionisti” e cliniche “rispettabili”, che contribuiscono all’impalpabilità del mercato. E, naturalmente, il profitto, i “piccioli”, una massa enorme di piccioli. Nessuno stupore, dopo “Mafia capitale”, che una delle centrali organizzative fosse un altrettanto “rispettabile” negozio di Roma, il cui proprietario, immagino, si sarà lamentato con i clienti per il peso insostenibile delle tasse, che “non ti lascia campare”. Parafrasando il poeta: “Questo è il Paese, onde cotanto ragionammo insieme?”. Quest’orrore che conoscevamo in Brasile o in Guatemala, avviene (non da oggi, mi pare evidente) a poche centinaia di metri (almeno metaforicamente) dalle stanze del Nazareno. E’ un’iperbole, lo so. Eppure, leggendo questa notizia terribile e i resoconti della performance del PD (ma quale Direzione, siamo seri!), non ho potuto non pensare al divario insostenibile tra ciò che c’è e ciò di cui ci sarebbe bisogno. Cuperlo ha invitato Renzi ad “uscire dal talent”. E’ una trovata carina, ma è una trovata e chi l’ha pronunciata dovrebbe esserne consapevole. Per tante ragioni: perché la politica è stata ridotta a talent (e non solo da Renzi); perché il renzismo coincide integralmente  e geneticamente con questa idea della politica; perché Renzi, ormai, è il PD e piuttosto che lasciare il timone della nave, finirebbe con l’affondarla. Mi sembra, dunque, che è Cuperlo che dovrebbe uscire dal “gioco di ruolo” di una minoranza che, come un botolo, abbaia al padrone; abbaia anche cose giuste, ma lo fa dentro il recinto del talent. Lì dentro non ci sono né volontà, né energie etiche e politiche per quella ricostruzione morale della cittadinanza e del Paese che, sola, può arginare una deriva che riguarda la vita di milioni di persone. Anzi, di miliardi; perché la sinistra italiana ha conosciuto una propria funzione mondiale, tanto tempo fa. Non so se, allo stato delle cose, sarà più possibile (almeno in tempi storicamente percepibili) ricostruire una forza che ponga al centro le persone e i loro diritti (invece di venderli a pezzi, persone e diritti), ma di certo no accadrà dall’interno di quel recinto. Fuori dall’iperbole, per non confondere l’orrore e la critica, la fiction politica sta distruggendo quel minimo di anticorpi etici e culturali che ancora sopravvivono nella società italiana; il PD è intriso di questa fiction; se si vuole costruire una stagione nuova della democrazia, cioè della civiltà, occorre rompere, non con un “cerchio magico”, ma con l’intero recinto; non per andare in un altro più piccolo e rassicurante, ma per cambiare la cultura dominante e i rapporti di forza, sociali assai prima che politici.

L’ assedio di Diyarbakir

Dal Kurdistan a Roma, “Sotto assedio”. Un convegno, al dipartimento di Architettura di Roma 3, lunedì prossimo, 30 maggio, tornerà a mettere al centro il carattere paradigmatico e globale della questione curda. “Guerriglia urbana, gentrificazione e sviluppo neoliberale” è il tema dell’incontro; ne parleranno: Francesco Careri e Giorgio Ortolani (Università Roma 3), Fatma Gülmez (Centro culturale curdo Ararat), Peter Lang (autore di Mortal cities), Xerip Siyabend (autore del documentario Nekuje) e Francesco Marilungo (Università di Exeter). Ed è proprio con quest’ultimo che ne parlo (a Porto San Giorgio, nelle Marche, la città dove entrambi viviamo) e, oltre che di questo appuntamento, Francesco mi racconta della sua storia e del suo lavoro, in Kurdistan e per quella rivoluzione che è, oggi, una trincea internazionale ed il vero obiettivo militare del sultano di Ankara.

La gentrificazione – cioè la trasformazione urbanistica, intesa a tramutare le aree popolari delle città in zone abitative e commerciali per le classi più abbienti – è, per il neoliberismo imperiale dei nostri tempi, ciò che fu la haussmanizzazione di Parigi e delle città francesi nel secondo impero; oggi in Kurdistan, come altrove, la devastazione bellica non è solo strumento di dominio ed annientamento politico-militare di un popolo, ma contestualmente è un’ opportunità speculativa e di riscrittura antropologica ed urbanistica. Il caso di Diyarbakir (di cui Francesco parlerà al convegno) è emblematico del modello di sviluppo e di dominio neoliberista. “E’ la ‘capitale ufficiosa’ del Kurdistan e non solo di quello ‘turco’; è riconosciuta da tutti i curdi come simbolo e punto di riferimento politico. Una storia antica e dolorosa (è stata, tra l’altro uno dei centri logistici, nel 1915, del genocidio armeno); ha, oggi, circa un milione di abitanti, molti dei quali profughi dai villaggi rurali distrutti ed evacuati dai turchi negli anni ’80 e ’90.  Il suo ‘centro antico’ (finora uno dei meglio conservati della Mesopotamia e del Medio Oriente e, dal luglio scorso, patrimonio UNESCO) ha subito danni enormi dall’aggressione turca degli ultimi mesi.” Marilungo riflette un attimo, ed io lo incoraggio a continuare: “Questi danni sono incalcolabili ed imperdonabili, certo; ma non è solo di questo che vogliamo parlare il 30. Ciò che ci preoccupa è il destino degli abitanti della ‘città vecchia’; l’80% di loro vota per il partito curdo, sono, per lo più, giovani, disoccupati, poveri e la gentrificazione, in questo caso, come in altri, vede coincidere la distruzione politico-culturale dei curdi, con l’apertura di processi speculativi dei ‘compagni di merende’ di Erdogan, con l’islamizzazione e la ‘turchizzazione’ nazionalista. Da un anno a questa parte, la situazione nel Kurdistan turco sta precipitando (mentre la “fortezza europea”, che ha bisogno dell’ “amico” Erdogan, a cui ha delegato la gestione dei profughi, tace complice e finge di non vedere la sua guerra sporca, non all’Isis, ma ai curdi); non solo non si parla più di alcun ‘processo di pace’ tra lo stato turco e il PKK, ma la questione del califfato islamico è utilizzata –come ben sa chi legge questo giornale – da Erdogan, per una sorta di “soluzione finale” della questione curda. Diyarbakir è parte essenziale di questo progetto, non solo per il valore simbolico e identitario, ma anche perché è uno dei centri in cui il PKK è forte, è “sceso dalle montagne”, portando la guerriglia e la rivoluzione in città. La reazione turca è stata di una violenza impressionante e, oggi, coglie la palla al balzo per ottenere, contestualmente, una vittoria militare e la “de-curdizzazione” della città. E’, appunto, un esperimento di gentrificazione; da ciò che inizia a trapelare dei piani governativi e secondo molti analisti, la ricostruzione di Diyarbakir  vedrà la cancellazione, sul piano urbano, dell’identità curda; sarà tutta in chiave “turco-islamica”, un annientamento del tessuto demografico ed urbano della ‘città vecchia’, i cui abitanti curdi e appartenenti alle classi subalterne saranno ‘ricollocati’ in altri siti, in palazzoni speculativi”. Francesco parla con passione di una realtà che conosce direttamente. In realtà lui è un “letterato” prestato alla storia politica; ma un “Comenius” nel 2011 (dopo uno stage ad Istanbul), gli ha consentito di vivere e lavorare, per due anni, a Diyarbakir “questa città affascinante e sofferente, come – aggiunge – le sue mura di basalto; ma irrequieta e viva, teatro (ieri ed ancor più oggi) di un conflitto politico e culturale fortissimo; con scontri di piazza all’ordine del giorno, con quasi la metà della sua estensione occupata da strutture militari e sede di una delle peggiori prigioni politiche del mondo, che dopo il golpe degli anni ’80 fu tristemente conosciuta per le torture riservate ai prigionieri curdi. Mehmed Uzun (capostipite della letteratura curda contemporanea) l’ha definita ‘la capitale di un popolo oppresso’. Tuttavia resiste, vive di partecipazione quotidiana, di raduni musicali e festival cinematografici, di reading letterari in curdo, di forum dei popoli oppressi di tutto il mondo (baschi, palestinesi, indios, tamil, irlandesi)”. In quel periodo, in una città in cui non può più tornare (perché dichiarato indesiderato dal governo turco), Francesco, mentre faceva da guida a giornalisti e fotoreporter europei e di tutto il mondo, ha conosciuto un’altra realtà ed un’altra drammatica minaccia: Hasankeyf, sulla stessa sponda del Tigri. Un gioiello incastonato nella pietra, con oltre diecimila anni di storia. “Una diga – progettata negli anni ’60 e ormai ultimata- ne minaccia la distruzione. La città è abitata da curdi ed arabi e il governo del “sultano” ha già costruito una new town in cui deportare gli abitanti, costringendoli ad indebitarsi per comprare le nuove case”. Da quella esperienza, con due amici italiani, è nato un documentario – This was Hasankeyf  (per la regia di Tommaso Vitali) – che sta girando diversi festival internazionali. Lo stesso progetto di ricerca che Marilungo sta sviluppando, per l’Università di Exeter (nel Devon, zone amate sia da Virginia Wolf che, per tornare alle sue origini fermane, da Joyce Lussu)  – “uno dei pochi atenei al mondo ad avere un dipartimento di Studi Curdi” mi dice – riguarda le rappresentazioni letterarie di Diyarbakir e lo scontro di “appropriazione” di quella città. “Dai riti nazionali turchi, alle scuole intitolate ai soldati caduti nella guerra contro i ‘terroristi’ curdi, ai monumenti ad Ataturk ‘padre della Patria’, tutto racconta del vestito nazionalista che la Turchia ha, da sempre, cercato di cucire attorno ad una città plurale, al fine di cancellarne la sua identità ‘altra’; e Erdogan – alleato e finanziato dall’Unione Europea – continuando sulla stessa strada, trasformando il cuore urbano del blocco sociale che è il suo principale oppositore, in un Eldorado degli investimenti neoliberali in salsa neo-ottomana. La Municipalità – eletta da una schiacciante maggioranza curda – risponde, a volte, con altrettanta retorica nazionale ed identitaria; cerca di trasformare il volto della città in maniere più affini ai suoi abitanti, riscopre il patrimonio multietnico della città – in particolare quello armeno – sdogana l’uso della lingua curda, attraverso monumenti e ritualità costruisce una rappresentazione spaziale della memoria traumatica del popolo curdo. Orgoglio, repressione e, oggi, la guerra sempre più devastante, dominano lo spazio urbano. La letteratura turca rappresenta Diyarbakir, orientalisticamente, come una città esotica ma arretrata, da ‘civilizzare’” con l’ottica, cioè, tipica del colonialismo che, da sempre, unisce i due volti del paternalismo e della violenza repressiva; “del resto – mi suggerisce Francesco – anche i sionisti dipingevano così la Palestina, ancor prima di impossessarsene, come una donna bella, ma “sposata ad un altro uomo”, per citare il famoso libro di Ghada Karmi. La letteratura curda, invece, tenta di coglierne il cuore anticoloniale; qui Diyarbakir diventa luogo della repressione e dell’assimilazione, ma anche dell’orgoglio e della redenzione.” Periferia da normalizzare, per i turchi, insomma, e cuore vitale della nazione, per i curdi. Marilungo, che lavorerà, nei prossimi mesi, a tradurre romanzi e poesie della letteratura curda contemporanea (“che circolano pochissimo in Europa e per niente in Italia”, mi dice), ha tradotto, l’anno scorso, un libro di Arzu Demir, La rivoluzione del Rojava , per la Red Star Press (una piccola, ma combattiva Casa editrice). Demir è una giornalista – una delle tante – che è oggi sotto processo e che, nella spirale autocratica di Erdogan, rischia moltissimo (“Il testo è stato proibito e ritirato da tutte le librerie del Paese”). “E’ un testo importante – dice Marilungo – aiuta a capire anche gli aspetti amministrativi del Rojava, ne illumina i nodi ideologici e storici. Nello stesso contesto in cui Assad, l’ISIS, la Turchia e gli interventi imperialisti (tanto americani, quanto russi) si fronteggiano e, a volte, sotto pelle si alleano, hai anche uno degli esperimenti politici rivoluzionari più interessanti della Terra. Nel vuoto di potere siriano, il marxismo partecipativo di Ocalan, sempre più ispirato dall’anarchismo di Murray Bookchin, ha fondato radici di equità sociale, laicità culturale, uguaglianza di genere; attraverso fasi deliberative quasi maniacalmente attente alla partecipazione dal basso (dalle comuni di quartiere o di villaggio). C’è, certo (e per fortuna), l’eroismo delle guerrigliere che fronteggiano l’ISIS, ma è un processo radicato e complesso a dare forza a quella rivoluzione e lotta di resistenza. Il Rojava – come spiega benissimo Arzu Demir – sta ponendo, da una piccola regione del Medio Oriente, una questione assai più generale alle nostre democrazie, sempre più incapaci di rappresentanza partecipativa”. La lotta dei curdi oggi, insomma, come quella  palestinese negli ultimi decenni del Novecento, con il suo originale impasto di laicità e marxismo, con le questioni urbanistiche, identitarie e politiche, è un prisma essenziale del futuro, è una vera e propria rivoluzione e non una romantica e antistorica resistenza.

Mentre ascolto e guardo parlare questo ragazzo poco più che trentenne (nato mentre bloccavamo la base di Comiso, studioso, padre e, naturalmente, precario), sento la sua passione colta ed intelligente e non posso non pensare – anche per la dolcezza intelligente del sorriso – ad un altro giovane ricercatore che, su questo giornale, ci raccontava l’Egitto e le sue lotte sociali; le similitudini, per fortuna, si fermano qui. Sul numero de il manifesto di sabato 21 maggio, Francesco mi dice: “Sembra fatto per me, la crisi dei trentenni in prima pagina e le guerrigliere di Sinjar su Alias”. Ma di trentenni (o anche più giovani) che vogliono raccontare le lotte del mondo, ce ne sono tanti. Lui, Francesco Marilungo, nonostante sia padre da così poco tempo, non si vuole fermare e, spero, tra qualche mese potrà farci leggere in italiano una letteratura che ci aiuterà ad amare, ancor più, un popolo eroico, martoriato e capace ancora di guardare al futuro. Il convegno di Roma è una tappa utile e importante, che partendo dal Kurdistan turco, ci può spiegare i meccanismi di trasformazione antropologica del capitalismo del XXI secolo.

Il manifesto, sabato 28 maggio 2016

Forza e democrazia

L’articolo di Giuliana Sgrena, pubblicato oggi su Il manifesto, sgombra magistralmente il campo da alcuni equivoci legati alla lotta contro il terrorismo: dall’ambiguo e strumentale accostamento terroristi-profughi, al rapporto scandaloso dei Paesi europei con Erdogan e al cinismo con cui essi hanno comprato la deportazione, proprio in Turchia, di migliaia di essi.

Ma gli aspetti, a mio avviso, più importanti che Sgrena affronta, sono altri due. Il primo riguarda il fatto che la lamentela sull’inefficienza dei servizi – quasi fosse un dato puramente logistico, di efficienza tecnica (che pure c’è) – non fa i conti col vero problema politico che riguarda questa Unione Europea; il fatto, cioè, che essa non ha mai espresso una strategia politica comunitaria, capace di porre in secondo piano le furbizie e gli interessi economico-strategici dei singoli Paesi (e dei capitalismi di riferimento). Così, furbizie, omissioni, reticenze dei servizi segreti di ciascuna nazione, sono l’espressione di un vuoto politico, che espone i cittadini europei, anziché garantirli; e che si tenta di nascondere con spinte belliciste che – oltre alla loro inumana ferocia – tale insicurezza moltiplicano. E’, dunque, l’inesistenza politica dell’Europa, l’assenza di un progetto condiviso di democrazia planetaria e di visione del presente, a rendere impotenti le sfibrate democrazie europee; ciò di fronte all’attacco di un nemico, la cui determinazione fanatica qualcuno pensa – ripercorrendo vecchissimi schemi da realpolitik – di utilizzare per ristrutturare in chiave autoritaria gli equilibri del continente.

La seconda questione (la più spinosa, anche per la sinistra), riguarda l’uso della forza nella lotta al terrorismo. Perché il richiamo che Sgrena fa ad un utilizzo serio e coordinato delle competenze che parte dei servizi posseggono, chiarisce ciò che non sarebbe necessario chiarire, ma su cui l’ideologia dei guerrafondai e dei razzisti mesta nel torbido. Nessuna persona di buon senso, infatti, pensa che si possa combattere questo coacervo di modernità e medioevo, solo con una battaglia culturale, senza l’utilizzo di strumenti di intelligence e di polizia. Ma tali strumenti, innanzitutto, debbono escludere radicalmente nuove avventure militari: perché sono esattamente il terreno che il fondamentalismo cerca, perché sono palesemente inefficaci (com’è chiaro dall’Afghanistan in poi), perché sono funzionali solo ai riposizionamenti strategici dei nuovi colonialismi, e, ovviamente, perché producono solo la stessa morte e la stessa distruzione che si dice di voler combattere. In secondo luogo, l’attività dei servizi di intelligence serve non solo in funzione repressiva, ma soprattutto ad impostare una politica, una strategia costruita non su teoremi ideologici e strumentali, ma su una conoscenza reale dei territori, dei movimenti, delle culture; senza la quale l’elefante nella cristalleria (si chiami Bush o Hollande) provoca solo ulteriori disastri e indebolisce proprio quelle voci che, nello stesso mondo islamico, possono costruire nuovi equilibri. La democrazia deve difendersi, d’accordo. Ma deve difendere un’idea condivisa ed universale di democrazia; e la prima cosa da cui va difesa è il suo stravolgimento autoritario e bellicista, funzionale alla sicurezza di profitti e privilegi di pochi, non alla sicurezza ed alla pace di tutti. La democrazia è forte quando non tradisce se stessa, quando esprime un progetto comune della sicurezza e dei diritti universali, quando spinge i popoli ad avanzare nella coscienza del mondo; non quando usa la paura per farli regredire.

Non è dunque il volto della forza, ma la maschera miope della debolezza (la stessa, da Idomeni ai progetti di guerra in Libia), quella che i governi europei stanno mostrando. L’Europa non ha una strategia seria dei propri “servizi” di sicurezza, perché non ha un’idea della democrazia che dice di voler difendere o, addirittura, esportare. Isis, purtroppo, lo sa. E ce lo dimostra.

Vecchio stampo

L’intervento, in Senato, del Presidente Emerito Giorgio Napolitano sulla guerra in Libia, oltre a non stupire, contiene diverse conferme. La prima è che le argomentazioni sono, ormai, quelle del Partito della Nazione; in cui le parole, come per molta parte della ex sinistra europea, sono sostanzialmente espressione di un nazionalismo gollista assorbito, giorno dopo giorno, da anni. Le stesse argomentazioni che potremmo, senza più stupirci, ascoltare da un esponente di Forza Italia, neanche tra i più originali (ammesso che ce ne siano). La seconda è che Napolitano vede nel PD attuale – per i cui esiti ha lavorato alacremente – la perfetta realizzazione di un disegno di adeguamento alle logiche imperiali che dominano il mondo; una realpolitik in cui il realismo è solo la giustificazione della subalternità ed in cui la manifestazione ostentata della “fedeltà atlantica” esprime la sostanziale rinuncia all’ipotesi di un utilizzo progressivo della politica, come strumento per creare culture diverse e nuove relazione tra gli stati e le aree del mondo. Secondo uno schema già collaudato, il terrorismo viene utilizzato per determinare strappi verso destra che liquidino velleità di cambiamento; emergenza e guerra diventano la realtà necessaria, come necessaria diviene la loro conseguenzialità. Che non esista un disegno politico reale di stabilizzazione della Libia, che nessuna delle guerre – o, se preferisce, degli interventi militari – da Saddam in poi (passando proprio per la Libia), abbia prodotto altro che morte, disperazione, ulteriore violenza terroristica e fondamentalismo, viene liquidato, in questa logica realistica, come una fola pacifista; espressione, quest’ultima, pronunciata con una punta di commiserazione, assai poco adatta a chi è stato garante della Carta costituzionale e, dunque, anche del suo undicesimo articolo. In sostanza, il messaggio che gli interessava veicolare era: non possiamo escludere la guerra e – cosa ancor più importante, per lui e per il Governo Renzi – ogni resistenza ad una deriva di questa natura, non è una difesa coerente della Costituzione, non è la ricerca di nuove logiche di interpretazione e di gestione dei conflitti contemporanei, ma è – sono le sue parole testuali – “pacifismo vecchio stampo”. Tutto si tiene. Mentre il movimento pacifista (“vecchio stampo”, naturalmente), nelle vigne di Comiso, nel lontanissimo 1983, veniva preso a manganellate dalla Polizia e dai Carabinieri inviati da Craxi e Lagorio, Napolitano inseguiva con loro il disegno (ovviamente moderno) di quell’”Unità socialista”, contro cui   un’altra figura “vecchio stampo” , Enrico Berlinguer, si sarebbe battuto fino alla fine dei suoi giorni. Tutto si tiene. Bisognerà dimostrare, in queste settimane, che questo stampo vecchio non è stato buttato e che i cittadini sono i primi veri garanti della Costituzione.

Lavoro e democrazia

In una delle fasi di maggiore frattura tra le istituzioni, di qualunque tipo e livello, e i cittadini; di più profonda solitudine dei lavoratori di fronte al dominio di una mercificazione delle relazioni e di svuotamento del senso stesso della partecipazione, la campagna della CGIL sulla “Carta dei diritti universali del lavoro” ha il senso della rottura di un accerchiamento e dell’uscita da una condizione puramente difensiva. Già non è poco, ma in realtà può essere molto di più. Per tante ragioni, che provo a riassumere.

Intanto, il percorso partecipativo: consultazione straordinaria degli iscritti e raccolta di firme per la Legge di iniziativa popolare; può essere una occasione per tornare a motivare centinaia di migliaia di lavoratori, di tutti i settori, verso ciò che, con tutta evidenza, in questi decenni è andato affievolendosi e smarrendosi, cioè la fiducia nella forza collettiva del mondo del lavoro; il suo essere protagonista e motore della Repubblica e di ogni avanzata, più generale, dei diritti di cittadinanza. Restituire loro la coscienza piena di questa funzione collettiva verso il Paese e verso le generazioni future; quella responsabilità che tanti cittadini e lavoratori non riconoscono più alla politica e alle istituzioni. Questa campagna, però, nel momento in cui si fa “iniziativa popolare” ed esce dal recinto in cui le offensive liberiste – e molti errori soggettivi – hanno chiuso il sindacato, potrebbe incontrare realtà, sensibilità, persone oggi lontane, scettiche, isolate; il mondo del lavoro e dei lavori, proprio sul terreno dei diritti materiali ed immateriali e su quello concretissimo della dignità delle persone, potrebbe costruire nuovo tessuto sociale e vitalità democratica, rilanciare una cultura contemporanea del lavoro in tante pieghe della società italiana, a cominciare dai giovani e dai giovanissimi (e dalle giovani e giovanissime), alle molteplici forme del lavoro intellettuale e dei saperi. Per cominciare a ricostruire, con loro, una coscienza collettiva e solidale.

Di questo percorso – e con la stessa convinzione ed unità – dovrebbero far parte anche i referendum; non solo perché ai contenuti del disegno di legge aggiungerebbero forza e sostanza; ma anche (e forse ancor più) perché non hanno una valenza esclusivamente elettorale. Con una spinta unitaria essi diverrebbero una ulteriore opportunità di battaglia culturale e civile: ricostruire l’idea che il conflitto è l’essenza della democrazia.

L’universalità dei diritti – con cui la Carta rilancia il valore della Costituzione e di ogni democrazia – è ciò che quotidianamente stiamo perdendo, nella frammentazione e liquefazione sociale che nascondono il nocciolo duro dei privilegi e delle ingiustizie. Per questo, la campagna può essere un passo deciso verso il radicamento del sindacato in mezzo a quei lavori precari e frammentati che esso è stato accusato di aver dimenticato e trascurato; in parte a ragione, indubbiamente, in parte, invece, rimuovendo la realtà materiale, la difficoltà di essere nei “ non luoghi” di molti lavori contemporanei, di contrastare la forza ricattatoria della precarietà. Il tentativo di dare concretezza giuridica a questa universalità è, probabilmente, il primo vero impegno di massa per la ricostruzione di questo rapporto, per riunificare, nei conflitti del presente, quel magma che l’ideologia dominante vorrebbe inevitabilmente inestricabile, atomizzato e solo. E questa sfida di universalità, proprio per la concretezza delle questioni poste dalla Carta, non si riferisce solo alla linea di demarcazione (che tra l’altro il jobs act e la cancellazione dell’articolo 18 rende assai più labile) tra lavoro precario e lavoro “stabile”; ma anche all’emersione del lavoro nero, ai termini tradizionali e nuovi in cui il lavoro delle donne sfida l’organizzazione sociale nel suo complesso e quella dei processi produttivi, oltre, naturalmente alla piena (e lontana) applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, cioè al reale superamento della discriminazione di sesso; alla dignità e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati. Ma ancora: il controllo a distanza, la sicurezza, la formazione, il sostegno al reddito e una grande quantità di altri diritti, problemi, contraddizioni. Non un elenco, ma un complesso di nodi di libertà e giustizia in cui il lavoro e la cittadinanza si intrecciano inestricabilmente nella vita di milioni di donne e uomini, giovani, adulti, anziani. La sostanza del vivere quotidiano di queste e delle future generazioni.

Certo, non è scontato che sia così; che cioè questa campagna riesca a mettere in campo, a livello di massa, questo spessore e queste prospettive che la Carta contiene. Consultazione e raccolta di firme potrebbero anche essere gestite, al di là della volontà soggettiva, in modo riduttivo e burocratico, non incontrando i mondi che si evocano. Non mi pare, però, né che questa sia l’intenzione, né che il terreno unitario ritrovato, su questo, dentro tutta la CGIL, preludano ad approcci minimalisti. Piuttosto, credo ci sia la consapevolezza che questa è un’ opportunità di rinnovamento del sindacato stesso, dei suoi quadri, delle sue stesse strutture. Perché di questo ha molto bisogno.

Ma non dipende solo dalla CGIL. Dipenderà anche dalla capacità di tutta una parte della società italiana – anche molto al di là dei confini della sinistra – di comprendere che questa non è una sfida solo sindacale, né strumentale o recintata politicamente. Ma è una sfida di ristrutturazione delle basi di ciò che resta della democrazia italiana e, di più, disegna anche un’idea della democrazia europea, che vada oltre il fallimento cui assistiamo impotenti; per il fatto semplice che nessuna cittadinanza e nessun diritto reale è pensabile tornando dentro i confini dello stato-nazione.

Non si tratta neanche di una cattiva politicizzazione della Carta e dei movimenti che può attivare. Il problema è che oggi la CGIL, nelle sue articolazioni, resta l’unico soggetto democratico di massa della società italiana; una delle sue poche forze vive e collettive. E dunque, così la intendo, sta tentando di spostare in avanti il nesso inscindibile tra lavoro e democrazia, in uno scenario che non consente attese, né sottovalutazioni.

La notte di Roma

Ho letto d’un fiato l’ultimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo: La notte di Roma; il seguito naturale (se così si può dire) di Suburra e di Romanzo criminale. Non tanto per la qualità letteraria, che pure è evidente, quanto per il dolore che mi provocava, senza che, peraltro, riuscissi a smettere di leggere. Dolore per Roma, per questo Paese disastrato e corrotto, ormai, fino al midollo; dolore per i tanti cittadini onesti, che tutte le mattine fanno i conti con i loro doveri e problemi; dolore, mescolato ad una rabbia acuta, per quei militanti ed elettori del PD che ancora non sanno o non vogliono vedere. Sì, perché il romanzo si sarebbe potuto intitolare anche La notte del PD che ne è il vero protagonista, la mutazione genetica, profonda e irreversibile; un’antropologia, una galleria di personaggi che, tra narcisismo e opportunismo, hanno smarrito ogni limite etico e accettano prossimità che non dovrebbero essere imbarazzanti, ma repellenti; o, nel migliore dei casi, foglie di fico sacrificabili. La notte di Roma è la notte della politica e della democrazia, le cui ombre si allungano da, almeno, tre decenni. Questo libro è la realizzazione della profezia di Sciascia: la mafiosità, come la “linea della palma” che risale verso nord e si impadronisce di un Paese che non ha più anticorpi, perché non ha più soggetti politici e sociali in grado di far vivere conflitto e partecipazione reali.

Ho pensato, per un attimo e con orrore, a come avrei reagito alla lettura di questo romanzo se ancora fossi stato nel PD; ma ho pensato che è una domanda insensata, perché chi ancora sta nel PD, o si trova bene in questo mondo di mezzo o, se è in buona fede, come la rana di Chomsky è ormai così bollito da non poter più reagire. Consiglio questa lettura a chi ancora va parlando di “centro sinistra” (pochi, per fortuna, dopo le primarie di Milano), a chi ancora vagheggia alleanze che, nel migliore dei casi, finiscono con l’essere complicità inconsapevoli. Dopo “Mafia capitale” e dopo il crudo realismo di questo romanzo, il Re è nudo; e se qualcuno vuol continuare a vederlo vestito, non ha un problema di vista, ma di coscienza.

Gli Indifferenti del XXI secolo

La Conferenza episcopale italiana ha prodotto un volume – Fare cultura nel tempo della comunicazione – che contiene un intervento, ora divenuto un libricino interessante, di Zygmunt Bauman: Il secolo degli spettatori (EDB, Bologna 2015).

Con lucida semplicità, il pensatore polacco riflette sulle reazioni individuali e di massa di fronte al dolore e all’orrore che vediamo scorrere nel fiume globale della comunicazione, senza più spazio né tempo. L’indifferenza e le sue giustificazioni (a)morali: il sempre più improbabile “non sapevo”, sostituito dal più credibile “che posso (che possiamo) fare?”; la “disperata negazione della colpa” (secondo la definizione di Stanley Cohen) e la risposta mediata del versamento pecuniario (o, aggiungerei, del “mi piace” o della condivisione ). In sintesi, nell’impossibilità di nascondere il male, l’arcaico strumento della rimozione reagisce alle “informazioni troppo inquietanti”, trasformando il non poter sapere in non poter agire. All’annullamento della distanza informativa, la ricerca del quieto vivere oppone la distanza dall’impegno o la sua riduzione biografica e parcellizzata; perché “siamo tutti spettatori” e “abbiamo tutti bisogno di discolparci”. L’impotenza, la stessa “impossibilità” di un’azione collettiva che agisca sulle cause della sofferenza e dello sfruttamento di miliardi di esseri umani, diventa un ansiolitico. Cause, del resto, la cui analisi non ha (se non genericamente e dunque improduttivamente) la stessa evidenza mediatica, né emotiva, delle conseguenze. Così, in questa vetrina virtuale del dolore collettivo, le immagini diventano un vaccino etico e l’individualismo uno schermo protettivo.

Uno schermo efficace, ma solo fino a che quel dolore, non dico ci tocchi direttamente, ma solo si avvicini un po’. Perché se appena incriniamo il vetro della virtualità, riemerge – avverte Bauman – quella che Jaspers chiama “la colpa metafisica”: “Nel nostro mondo d’interdipendenza universale…nessuna azione, per quanto confinata localmente e ristretta, può essere certa di non avere conseguenze sul resto dell’umanità”. Ancor più nessuna desistenza dall’impegno, perché “esiste un’affinità fra ‘fare il male’ e ‘non opporsi al male’”. Una declinazione degli imperativi kantiani, può essere, nella società globale, il postulato – formulato da Jaspers – della “solidarietà umana assoluta” che (come nella sfera giuridica non si ammette l’ignoranza della legge), non solo non considera credibile l’ignoranza del male, ma trasforma il concetto – etico e giuridico – della responsabilità, in quello eticamente e politicamente più cogente della precauzione.

Così, mentre il mondo ricco si prepara a “utilizzare la sua forza superiore per far pagare alle vittime il prezzo della loro condizione”, nonostante aumenti, invece che diminuire, “il divario fra cose fatte e cose da fare”, nonostante cresca lo schermo dell’impotenza individuale, è sempre più difficile rimuovere che “la nostra responsabilità si estende ora a tutta l’umanità”, in misura direttamente proporzionale alla nostra informazione o presunzione di conoscenza. Sembrerebbe “la coscienza infelice” del mondo ricco nel secolo nostro.

Torna (né ci stupisce), anche se mai citato, nel breve testo di Bauman, attuale più che mai il pensiero di Benjamin. Lo spettatore (indifferente sostanziale, affaticato dalla “compassione”) come il flâneur è affetto (e alleggerito) da quella che potremmo definire la “ri-perdita dell’aura”. Nella “telecittà” (secondo l’icastica definizione di Bech), i passages virtuali (facebook ormai più della Tv) hanno creato una riproducibilità (“tradizione” la chiama Keith Tester) del dolore; e “tutte le cose tradizionali hanno perso il potere di traumatizzarci, perché sono state rese ‘aproblematiche’ dall’abitudine”. E quando il trauma ci sfiora, la reazione è nevroticamente massificata, senza essere coscientemente collettiva; rimuove la radice delle cause e il problema delle soluzioni, e si comporta com’è stata addestrata a fare, ripetendo il fatto in sé, per esorcizzare la paura; ignorando il divario fra “vedere e sapere”, amplia (in modo rassicurante) quello fra “sapere ed agire”. In sintesi, anche se “tolleriamo il dolore sempre meno”, aumentano a dismisura le nostre capacità di rimuoverlo o di sublimarlo; perché, nell’implosione individualistica della polis, “gli strumenti di felicità, diversamente da quelli che causano miseria, sembrano tutti su piccola scala, solo a uso individuale, adatti soltanto alla vita privata e appunto all’azione individuale”. Le nostre biografie (Benjamin avrebbe detto l’ intérieur) offrono un tiepido rifugio alla coscienza, che, però, – ci ricorda Bauman – “ha ragioni che la ragione non conosce”.

La logica dell’impotenza – come l’autore ha abbondantemente spiegato ne La società liquida – nasce da processi materiali ed intellettuali assai profondi. Qui egli si limita a ricordare “l’unilateralità del processo di globalizzazione” , per cui “il progressivo intreccio di interdipendenze globali non è accompagnato, per non dire controllato e bilanciato, da strumenti globali e potenti di azione politica”; la dissoluzione (o lo svelamento dell’impotenza) della democrazia ha creato “uno spazio eticamente vuoto sopra il livello di tutti gli strumenti effettivi d’azione collettiva, dentro il quale le forze economiche sono libere di seguire le proprie regole o anche di non seguirne alcuna”. E’ la “volontà di potenza” del liberismo, che si è fatta “potenza in atto” ed ha informato la coscienza e le forme comunicative del genere umano. La semplificazione e l’istintualità sono la forza del medium e del messaggio, mentre “un’azione collettiva” avrebbe bisogno “della complessa costruzione politica della Polis”. Non è disperata la conclusione dell’autore – in un testo più politico che sociologicamente descrittivo – ma neanche consolatoria: “Devono aspettarsi una lunga e difficile lotta quanti rifiutano e aborriscono la loro condizione di spettatori ”.

Qualche decennio fa Gadamer, ragionando sul perché il Novecento (da Nietzsche a Freud) si fosse rivolto alla mitologia greca per spiegare la contemporaneità, si rispose che il sapere umano, contrariamente alle metafore correnti, non è un fiume, ma un lago; cambia la posizione dell’osservatore ma non l’oggetto osservato. Non c’è alternativa, dunque; occorre ricostruire la polis; non quella immaginaria e virtuale, ma quella materiale e pulsante di vita, di contraddizioni e di conflitti collettivi. E deve cominciare a rifarla (anche se non ne vedrà i frutti) questa generazione che, pur avendo (con la presbiopia dei vecchi) visione confusa del presente, ha ancora memoria chiara del Novecento. Deve saper chiedere ai giovani gli occhi per guardare vicino, e mettere a loro disposizione la coscienza collettiva che ancora gli resta del mondo da cui proviene. Ci vuole pazienza e coraggio, molto coraggio e molta pazienza; ma non c’è alternativa, perché la “colpa metafisica” verso le generazioni future non ci lascerà indignare in pace, nelle nostre “tiepide case”.