Distrazioni

febbraio 28, 2014Nessun commento

Ho sentito che Renzi, durante il primo vero Consiglio dei Ministri (ripeto: non dopo, durante), avrebbe twittato un commento sui dati – da lui (e dalla realtà, ma questo è ormai secondario) definiti “allucinanti – della disoccupazione giovanile. Lasciamo stare il merito; dirò solo che sono felice che abbia scoperto che la crisi c’è davvero e che non era solo un’invenzione mediatica utile alla sua scalatina e a proseguire nelle “basse intese”. Veniamo al metodo: da antico uomo del novecento, mi scandalizza che in Parlamento e durante il Consiglio dei Ministri – cioè durante attività di lavoro serie, impegnative, che investono la vita di milioni di persone – questo personaggio zippetti  continuamente sul cellulare.

Non voglio nemmeno soffermarmi su quanto e come questa forma di comunicazione comporti uno scarso utilizzo della riflessione ponderata, appiattisca tematiche importanti in un eterno presente e via analizzando. Hai voglia, poi, a spiegare ad un adolescente che, se studia Kant (o qualche nuovo Ministro teorizzerà che basta leggerlo su Wikipedia?) con Ask aperto di fianco al libro, la sua concentrazione sarà discretamente meno alta?

So già cosa diranno i cretini contemporanei: “è un nuovo modo di comunicare!”, “che bello, la politica in tempo reale!”, “assolve al suo dovere di informare!”. Ma sono, appunto, obiezioni troppo cretine per prenderle in considerazione; e non rispondere ad obiezioni troppo sciocche è un atto di resistenza che Gregory Bateson avrebbe definito di “ecologia della mente”. Intanto, sarebbe bene comunicare le decisioni, i provvedimenti di governo e non le false impressioni demagogiche; ma, poi, ci sono gli uffici stampa; o, anche ammesso che lo si voglia fare direttamente, lo si può fare dopo le riunioni(magari a gabinetto, sul divano, in macchina se non si guida); farlo durante distrae, fa perdere la concentrazione, è – sentite che considerazione da vecchio! – una mancanza di rispetto verso gli altri presenti, verso quello che dicono, verso il proprio impegno.

Ma ve lo immaginate un insegnante che, mentre interroga (o persino mentre i ragazzi svolgono un compito in classe), interviene su face book? O un impiegato delle Poste, o un chirurgo? Sarebbe uno scandalo. Sarebbe, giustamente, uno scandalo.

Forza e coraggio

febbraio 16, 2014Nessun commento

Ho aderito al Comitato della lista per Tsipras alle prossime elezioni europee. E’ un tentativo importante, generoso, non velleitario di rimettere al centro del dibattito europeo il continente reale, fatto di persone, lavoratori, concrete prospettive di vita.

E’ un progetto politico pienamente europeista proprio per questo: perché vuole provare a sottrarre la politica e le istituzioni europee al ricatto di compatibilità economiche e sociali dettate dagli interessi dello stesso capitalismo selvaggio che ha determinato la crisi e che ora, in nome di quella stessa crisi, sta riscrivendo , nell’ottica della perpetuazione delle ingiustizie,  le regole della società europea; svuotando le istituzioni democratiche delle loro funzioni regolative, di tutela dei diritti fondamentali e della loro agibilità politica e sociale. Il vecchio continente ha perso la sua capacità storica di rinnovare la democrazia e darle basi di massa; è dunque, anche, una sfida culturale. Questa crisi ha messo a nudo la fragilità della democrazia, proprio nei Paesi più avanzati; la sua subalternità agli interessi della finanza  e di un capitalismo predatorio – che è, poi, l’essenza stessa del capitalismo – cui la politica e le istituzioni, nazionali ed europee, non hanno saputo opporre la loro funzione di rappresentanza di interessi più universali.

In nessun modo chi, come me, ha una storia tutta a sinistra, può considerare Schultz e il PSE un avversario; men che meno un nemico. Ma la sua prospettiva è, ancora una volta, tutta dentro un terreno di risposta alla crisi economica, politica, morale che è quello definito dal pensiero liberista in questo trentennio. Ancora una volta, le grandi forze della sinistra europea non riescono a fare i conti con la propria incapacità di arginare quelle spinte, che non modificano solo le condizioni sociali di vita, ma le relazioni nei luoghi di lavoro, le strutture stesse della democrazia. Mentre proprio la crisi economica e finanziaria imporrebbe di costruire un nuovo modello di sviluppo, riforme radicali ed un coraggio politico adeguato alla drammaticità della situazione, i gruppi dirigenti di grandi forze popolari si attardano a fare – spesso goffamente – i compiti che non la realtà, ma il pensiero unico liberista assegna loro; dentro una logica di legittimazione sempre più subalterna. I risultati li abbiamo visti in Italia, sia sul piano sociale che politico.

Ecco perché Tsipras costituisce un’opportunità di chiarezza e di ripensamento critico anche per la sinistra italiana, che, se vuole sopravvivere e rinascere, se vuole continuare ad avere una funzione nazionale ed internazionale, non può continuare ad inseguire la destra sul suo terreno, nelle linee politiche, nei linguaggi, nei modelli antropologici. E’ l’opportunità per verificare la possibilità di costruire un campo altro e largo della sinistra, mentre la nouvelle vague del PD sembra voler liquidare persino la possibilità stessa di un centro sinistra.

Non credo che Tsipras vincerà le elezioni europee; ma di questa sinistra sostanziale, autonoma e non minoritaria, oggi, ha bisogno l’Europa e ha bisogno l’Italia.

SEL. Pericoli e speranze

febbraio 13, 2014Nessun commento

Ho potuto partecipare ad una delle giornate del Congresso nazionale di SEL, a Riccione e, seppure in questo breve spaccato, ho avuto un’impressione bella, e una brutta. Come tanti, credo, tra i presenti.

Cominciamo da quella brutta. Dinamiche di corrente, anche piuttosto evidenti; scontri di posizionamento; una certa separazione tra una parte del gruppo dirigente e la gran parte dei delegati (evidente negli applausi alla lettera di Tsipras). Insomma, situazioni che mi hanno ricordato tanti congressi del PCI, ma che lì avvenivano in un Partito con altra forza, altre percentuali, altro radicamento. Ho percepito fisicamente ciò che non ci vuole un grande intuito a cogliere politicamente –  e che, infatti, probabilmente tutti colgono – i due rischi speculari di SEL: da un lato, il prevalere dell’autoconservazione di gruppi dirigenti o parlamentari, la chiusura nella logica del “partitino” che, subalternamente, resta un’appendice di un PD sempre più, a sua volta, subalterno e che riserverebbe a questo alleato – non alleato, mal tollerato, la stessa sorte di Rifondazione, non per liquidare ciò che è più a sinistra, ma per liquidare qualunque prospettiva di sinistra, quasi a volersi emendare da un peccato d’origine. Dall’altro versante, il pericolo eterno di certe spinte massimaliste  e un po’ narcisiste; vedersi sempre più belli, ma sempre più soli e ininfluenti. Per la verità, sono due rischi che condurrebbero, entrambi, all’ininfluenza. Capisco la “porta stretta” in cui Vendola deve passare.

La cosa bella: un dibattito vero, politicamente vivo, attento alla realtà sociale del Paese ed alle dinamiche storiche aperte in Europa; una riserva morale e politica, forse non sempre consapevole della responsabilità potenziale verso i destini della sinistra italiana, ma capace di far rivivere il senso della militanza politica e del confronto intellettuale. Il sopravvivere, malgrado tutto, del senso che SEL ha dato a se stessa nascendo ed a cui ha guardato con interesse anche chi, come me, sbagliando, ha pensato di poter ancorare il PD a sinistra.

Impressioni contraddittorie, dunque. Ma la contraddizione è nella realtà, e non è casuale. A distanza di poche settimane da quel Congresso, di fronte all’indecente resa dei conti – sul nulla, o quasi, se il Paese non fosse messo così male – all’interno del PD, quella contraddizione sembra allargarsi, alimentata, credo, da una parte dello stesso PD, per assorbire qualcuno nella logica imperante del trasformismo. Non mi auguro, ovviamente, che accada; ma anche se non dovesse accadere, anzi, a maggior ragione, quella contraddizione va superata. La forbice tra queste due prospettive distruttive, è stata allargata da un errore politico: dalla sostanziale immobilità di SEL, all’indomani della nascita del Governo Letta – Berlusconi. Perché, nonostante il comizio, bello ed entusiasmante di Vendola, a Piazza Santi Apostoli, a Roma, nessun cantiere della sinistra – di una sinistra di governo, ma di sinistra – è partito; si è stati, troppo a lungo, a guardare dal buco serratura cosa accadeva nel PD. E’ mancata la determinazione di costruire, davvero, un campo altro, con il tanto che c’è nel Paese; quello, sì, avrebbe potuto condizionare lo stesso dibattito nel PD; quello, sì, avrebbe potuto recuperare una parte del voto grillino. Ma, soprattutto, quello potrebbe riaprire un processo critico, profondo, nella società italiana.  Qualcuno dice: SEL è troppo piccola per farlo; io dico: SEL si sta rimpicciolendo perché non lo fa.

Ma non è troppo tardi. Se SEL saprà essere strabica: un occhio alle elezioni, un altro ai processi più profondi.

Cavalieri inesistenti

febbraio 13, 2014Nessun commento

Anche facendo ogni possibile sforzo, con ogni generoso ottimismo, non è proprio possibile vedere, nella scadente partita a poker tra Renzi e Letta, con altre comparse fuori e dentro il PD, la minima capacità di scindere i propri destini personali dalla responsabilità politica verso il Paese; persino la legge elettorale è stata usata come clava. Anzi, per dirla tutta, sta andando in scena l’ennesimo duello tra Craxi e De Mita; solo, con protagonisti di un livello molto più basso e, dettaglio non secondario, senza più quella sponda oppositiva e contenitiva che, invece, il PCI rappresentava.

Dunque, questo conflitto è tutto, o quasi, legato ad ambizioni personali (e il “quasi”, per inciso, non è detto che rappresenti qualcosa di meglio). Perché dovrebbe stupire? Parliamo di un partito che chiama “Congresso” delle conte mediatiche, dove le differenze sono comunicative o di look, che brucia dirigenti (o presunti tali) con la stessa rapidità con cui quelli nuovi smentiscono i loro impegni (serve ricordare i proclami di Renzi sui rimpasti e, poi, il suo rimpastone?), in cui gli yesmen si moltiplicano come i funghi.

Insomma,  un partito del presente. Non nel senso che vive nel presente, ma, appunto, del presente; dei suoi luoghi comuni, delle sue distorsioni. Questo rende, tra l’altro, inconsistente anche il presunto realismo di chi, persino in buona fede, continua a pensare che lì è meglio starci, per condizionare ( e posso ben dirlo, perché, tante volte l’ho pensato). Ma per condizionare che? Chi al posto di Bersani, poi al posto di Letta, poi al posto di Renzi deve dire (più che fare) le stesse cose che un liberista moderato farebbe con ben altra efficienza e spessore?

Chi glielo spiega a questi cavalieri del nulla che “cambiare rotta” non significa cambiare un Presidente del Consiglio, ma tornare a rappresentare i ceti subalterni – che, qualora non se ne fossero accorti, sono aumentati e sono,  per colpa di questa politica, ancora più subalterni, anche culturalmente – ? Chi glielo spiega che le “basse intese” – che sarebbe comunque indispensabile abbandonare subito – non sono state né una necessità, né un errore contingente, ma la logica conseguenza di una mutazione genetica, che ha smarrito, giorno per giorno, la funzione storica e sociale (storica e sociale: non passatista e minoritaria) della sinistra? Chi glielo spiega che il mondo, non solo non cambia, ma nemmeno “progredisce” senza un pensiero critico di massa e che il pensiero unico – di cui sono, ormai, inconsapevoli testimoni antropologici – non è un dato della realtà, ma la rappresentazione ideologica di interessi chiari, forti, dominanti?

Non è a questo ceto post politico che dobbiamo spiegarlo; ma ai giovani, ai lavoratori, ai precari, ai pensionati, alle donne, con la convinzione che se nel tempo breve, come elettori, non comprenderanno, in un tempo un po’ più lungo, come cittadini, come donne e uomini, torneranno ad impossessarsi della politica e la trasformeranno in uno strumento che sappia far contare le persone e non si limiti a contarle.

Anche per questo, sarebbe bene che chi potrebbe ricostruire un campo aperto e nuovo della sinistra, non stesse troppo attaccato a questi miasmi (che nessuna “Smart” può rendere moderni).

Gramsciana

febbraio 2, 2014Nessun commento

Ho partecipato, insieme all’autore – Angelo D’Orsi – e ad una giovane ricercatrice dell’Università di Torino – Francesca Chiarotto – alla presentazione dell’ultimo lavoro di questo studioso che è uno dei maggiori conoscitori del pensiero di Gramsci; ma è, anche (merito, se possibile, anche maggiore) animatore di una scuola di studiosi gramsciani e di una rivista, Historia magistra, che tiene vivo il dibattito sul più grande pensatore italiano del Novecento e tra i più importanti e tradotti intellettuali del mondo.

Gramsciana è una raccolta di saggi ed interventi che D’Orsi ha rielaborato, su molti aspetti della multiforme opera di Antonio Gramsci: dalla sua rinascita nel dibattito politico ed intellettuale, al giornalismo come scienza sociale; dalla centralità del tema nazionale e risorgimentale all’analisi della guerra o dell’influenza vaticana e della questione cattolica. Un testo bello ed utile, sia per chi volesse avvicinarsi al pensiero ed alla figura di Gramsci, sia per chi già lo conosce e lo studia da tempo.

Sempre più spesso mi capita di pensare, di fronte alla tristezza ed alla drammatica inconsistenza del panorama politico italiano, se e quanto, realmente, possa essere utile il lavoro intellettuale, critico, formativo. Mi torna alla memoria, quasi ossessivamente, un verso di Gianni D’Elia: “…Andatelo a dire ai morti di ieri / che il loro morire fu come le nevi…”. Poi uno pensa proprio a quei morti, pensa a Gramsci che, dal chiuso di una cella, di fronte ad una tragedia politica e personale (distinzione difficile, nel suo caso), pensa il mondo e lo reinterpreta, proprio alla luce di quella sconfitta, per tracciare le linee nuove della sua trasformazione e offre al marxismo il contributo più importante dopo Marx.

Legge una sconfitta, dunque, per tracciare un pensiero lungo e, senza rinunce, cambia l’idea stessa di rivoluzione. Già dagli scritti giovanili comprende che una politica senza il senso storico della sua funzione educatrice è destinata alla subalternità o all’impotenza settaria. Tutto il corpus e la vita, di questa incarnazione della filosofia della prassi, ci dicono che una sinistra incapace di una battaglia egemonica è destinata ad essere in ritardo rispetto ai cambiamenti e subalterna al corso delle cose. Non credo ci siano dubbi sull’utilità di Gramsci per provare a capire la sconfitta presente. Ma se questa comprensione non si fa soggetto politico collettivo, neanche Gramsci ci può aiutare.

Ecco un affresco dell’impotenza lamentosa; lo scrive sull’Avanti, nel 1919: “…un eterno rimpianto,un gemito sommesso che strazia le viscere: ah! Se avessero fatto questo, ah! Se il Parlamento…ah! Se gli industriali…ah! Se gli operai….ah! se i contadini…ah! Se la scuola…ah! Se i giornali…ah! Se i giovani…Da vent’anni è la stessa elegia che risuona dall’Alpi al Lilibeo; e gli uomini non hanno cambiato, e la vita economica non ha spostato il suo asse che impercettibilmente, e la corruzione, l’imbroglio, l’illusione demagogica, il ricatto, la truffa parlamentare, l’anchilosi burocratica sono rimaste le supreme idee conduttrici dell’attività economica nazionale”. Antonio Gramsci parla dei liberali, ma, cara sinistra italiana, de te fabula…

Il castello di Atlante

agosto 28, 2013Nessun commento

Il dibattito relativo alla sinistra, aperto su Repubblica, dall’articolo di Michele Serra ha prodotto stimoli interessanti, ha avuto  il merito di porre, direttamente ed indirettamente, domande centrali: il rapporto della sinistra col futuro, con la giustizia sociale, con la categoria – ormai quasi reietta – del conflitto, se abbia senso, o meno, una  dimensione o  identità puramente nazionale. Ma soprattutto la questione centrale, intorno alla quale si gira da troppo tempo, cioè se esista o meno una sinistra, che non è solo una somma di idee più o meno progressiste, di buone intenzioni, ma una soggettività sociale e politica, una cultura, quali ne siano i confini teorici e se sia ancora in grado di avere un ruolo autonomo di trasformazione, senza il quale si riduce ad un soprammobile, kitsch o raffinato che sia.

Conosco il refrain, perché è capitato anche a me di usarlo: il mondo è cambiato, tutto cambia, le vecchie categorie…Tutto vero, ma anche un alibi comodo per non guardare seriamente dentro questo cambiamento, per non fare il lavoro collettivo di capire come costruire nel cambiamento una forza capace di orientarlo, di ridefinire i fini, non di abbandonarli.

Quello che sta accadendo nella crisi mondiale ed europea – con le preoccupanti specificità italiane – non è altra cosa da questa discussione; colpisce, tuttavia, la distanza tra lo spessore dei problemi, dello sforzo analitico che servirebbe al loro cospetto ed il carattere epidermico del dibattito nella principale forza della sinistra italiana. Questa sinistra, in altre fasi della storia, ha saputo dare un contributo a pensare il mondo e a cambiarlo, ha saputo costruire un legame tra pensatori complessi ed un pensiero diffuso, un sentimento popolare, ha saputo produrre egemonia; e non l’ha fatto nel chiuso di qualche pensatoio asettico, bensì nel vivo di crisi e conflitti, diversi  ma non meno drammatici di questi. Da più di vent’anni, è invece affannata a “nuotare con la corrente” e affatata da interpretazioni giornalistiche e sondaggistiche della realtà, con gruppi dirigenti che sembrano specchiarsi nelle proprie vanità, anche quando agitano il vessillo dell’ “interesse nazionale”. Affannata a liberarsi dei propri “idoli” (anche di quelli ancora utili), la sinistra ha finito con l’adorare gli idoli degli altri.  In sintesi, si è destoricizzato un linguaggio, un universo di simboli e di categorie, non più per rinnovarlo, ma semplicemente per negarlo; compiendo così la più ideologica delle operazioni, nel nome del presunto superamento delle ideologie.

Lo stesso consenso, che è centrale ovviamente nella democrazia, può essere la capacità di creare un comune sentire, una  visione consapevole del presente e del futuro; oppure può significare, come sta significando, ridurre i cittadini a compratori di un prodotto, televisivo o telematico che sia. E’ il confine (si licet) tra egemonia e subalternità.  Consenso era, per i  partiti di massa, dare forma e prospettiva a contraddizioni reali ed ai bisogni, altrettanto reali, di un corpo sociale conosciuto e filtrato da relazioni ed ascolto, da dibattito e conflitto; non era interrogazione alterna o anche ossessiva di un corpo estraneo da blandire o inseguire, riducendo la cultura politica a tecnica di marketing. Consenso era, per quei diversi corpi sociali, se non sempre partecipazione attiva (che riguardava solo essenziali e vitali minoranze), attenzione critica, fiducia o rispetto; la percezione che dietro proposte ed idee vi fosse un lavoro collettivo, un’elaborazione – più o meno condivisibile – della realtà. Può apparire paradossale, ma non lo è poi molto, che proprio l’ossessione della ricerca quasi mercantile del consenso, prevalsa nell’ultimo scorcio del secolo scorso e dilagata in questo primo decennio del nuovo millennio, abbia finito col registrare livelli quasi sconvolgenti di crollo nella fiducia verso i partiti e verso il Parlamento (lo dimostra, dati alla mano, Marco Revelli nel suo ultimo lavoro, ma lo dimostra altrettanto, purtroppo, la cronaca quotidiana). Non è, invece, per nulla un paradosso il fatto che: più si insegue il consenso, meno si sa di coloro che si vuol rappresentare; più si seguono i sondaggi, più si diventa autoreferenziali e distanti.

La perdita di questa capacità di produrre pensiero politico (cioè, dare forma consapevole alle tendenze del mondo) è forse l’aspetto più preoccupante della crisi dei partiti e delle democrazie ed è una delle cause di quella incapacità di pensare il futuro, che ha evidenziato Serra nel suo articolo iniziale. Non si sa dare forma al futuro, perché, chiusi nel castello di Atlante del consenso, non si articola una critica del presente, delle sue tendenze che costruiscono invece, ci piaccia o meno, l’umanità futura.

Eric Hobsbawm – che ci ha lasciati da poco, con un libro profetico: La fine della cultura – scriveva molti anni fa: “…La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono”. Esiste, per le sinistre e per le democrazie, un problema più politico di questo? Si può pensare – o ancor più, dare forma al futuro – se si è prigionieri di questo presente, anzi, di questa quotidianità dilatata? E soprattutto se  la politica, lo strumento che dovrebbe essere maggiormente vocato alla critica e, insieme, al progetto, alla dimensione pubblica e collettiva e sembra, invece, ormai un laboratorio dei valori dominanti: l’individuo e il mercato? Cosa ha consentito alla sinistra, particolarmente in Italia, questo disarmo unilaterale, questa assunzione quasi passiva del punto di vista altrui? Prima di tutto, lo smettere di considerarlo altrui; cioè, l’assunzione di un punto di vista sostanzialmente unico sul mondo, una visione puramente regolativa della società capitalistica, rinunciando a pensare l’oltre, a tenerlo, fosse anche come orizzonte teorico. Una sorta di pensiero unico, in cui si è verificato un corto circuito tra la scelta – condivisibile e storicamente determinabile – della democrazia come valore universale, irrinunciabile, e la sostanziale accettazione del capitalismo come dato di fatto, come fine della storia, con la conseguente e devastante privatizzazione delle relazioni sociali ed umane; fino, appunto, a quella degli stessi codici profondi della politica.

Non sembri un’ingenuità, ma mi piacerebbe leggere, nei documenti congressuali del prossimo autunno, un tentativo di risposta all’ambascia di Hobsbawm, che tipo di umanità, di processi conoscitivi ed elaborativi sta producendo la virtualizzazione delle relazioni umane, come costruire una soggettività politica, pensante e non solo votante, nel combinato di frammentazione e globalizzazione dei processi produttivi. Non sottovaluto l’imu o la spesa pubblica, ma non troveremo le risposte fuori da un’analisi e da un disegno di cambiamento più generali. Non sottovaluto neanche la capacità di comunicazione, ma non troveremo le risposte misurando quanto è telegenico un leader, né circondandolo di ripetitori.

Questi mesi hanno dato forma materiale all’incubo ricorrente di una sinistra divisa, in parte nell’angolo, ininfluente o allo sbando; in parte, nel nome dell’emergenza, prigioniera della propria mutazione genetica e dei disegni altrui. E, purtroppo, pur cambiando i livelli, non è solo uno scenario nazionale. Proviamo ad evitare di svegliarci, tra non molto tempo, al di là delle sigle, semplicemente senza una sinistra. Proviamo a vedere le contraddizioni reali del mondo e del Paese, e ad costruire i soggetti ed i conflitti necessari.

 

Fiori nel deserto

agosto 24, 2013Nessun commento

L’Egitto e  la Siria, oggi. La Tunisia, la Libia, l’Algeria, appena ieri; poi l’Irak, l’Iran. Il Medio Oriente non riesce ad uscire, nonostante le speranze delle primavere arabe, dalla tenaglia: dittatori corrotti e sanguinari, laici (o semplicemente opportunisti); militari sanguinari, laici o meno; fondamentalisti, ovviamente tutt’altro che laici, medievali ed altrettanto sanguinari. Lontana, lontanissima la stagione dei tentativi di riscatto anticoloniale della rivoluzione algerina, di quella palestinese. I semi avvelenati  - delle partite a scacchi delle superpotenze, prima, del capitalismo trionfante poi, dell’indifferenza o dell’impotenza europea sempre, o quasi – hanno prodotto frutti ancor più avvelenati, nei quali sguazzano i privilegi delle élite arabe e i predicatori dell’oscurantismo, che reprimono o cavalcano la disperazione di masse immense.

Prima ancora che di fronte alla crisi finanziaria, le democrazie occidentali hanno sperimentato la propria impotenza nel rapporto col mondo arabo, direi nel rapporto col mondo.

Le democrazie non si esportano, ma i vagiti di libertà, di giustizia ed indipendenza che si sono levati, a fasi alterne, da quel mondo sono stati lasciati soli, visti come altro dalla crisi del nostro mondo e da quella delle democrazie, fatta salva la coazione a ripetere delle politiche di potenza.

Il tema del governo mondiale è più aperto, più urgente che mai. Le democrazie non si esportano, ma le loro crisi si.

L’interesse nazionale

agosto 3, 2013Nessun commento

Dunque, la condanna di Berlusconi è stata confermata; i diversi livelli della Magistratura hanno accertato i fatti e le responsabilità, emesso, in tre gradi di giudizio, le sentenze, pronunciato la condanna definitiva. L’uomo è fuori dalle istituzioni repubblicane e, in un paese normale, sarebbe anche fuori dalla vita politica e non potrebbe più essere, per ragioni morali e di opportunità, il leader di un importante schieramento; e, in un paese normale,  ciò non dovrebbe avere nulla a che fare con l’obiettivo di sconfiggere i propri avversari politicamente e non “attraverso la Magistratura”; perché, nel nostro ordinamento, la Magistratura non sconfigge nessuno, fa rispettare le leggi – che il Parlamento decide – e giudica in base ad esse. Semmai, in un paese normale si direbbe che un uomo politico che viola le leggi “ si sconfigge da solo”, perché si pone da solo fuori dal sistema di regole che si è dato lo Stato, e dunque non potrebbe ambire a dirigerlo.

Ma questo non è un paese normale; troppo basso il senso morale diffuso, il senso dello Stato e delle regole.

Dunque, in questa democrazia anomala ed immatura, Berlusconi condannato in tre gradi di giudizio, di fatto espulso, per la legge (non “per la Magistratura”), dalle Istituzioni, resta il capo di uno dei più importanti schieramenti del Paese, continuerà ad avere influenza sul governo di cui il suo partito è parte integrante e, presumibilmente (molto presumibilmente) sulla pubblica opinione. E’ a questo dato di fatto che il Partito Democratico non può sfuggire; cioè, non può dire – continuando a far finta – che la sentenza penale costituisce una pura vicenda personale, perché quel condannato è ancora, e rimarrà, il capo indiscusso del PdL, partito di governo assai influente e, dunque – in fatto e in diritto – alleato del PD.

E’ un dato materiale, non un sillogismo formale, a dire che il PD continua a stare al governo con Berlusconi. Qualcuno ha detto: “ma Berlusconi non è un Ministro”; debolissima obiezione: anche Epifani non è un Ministro, ma è il Segretario del PD e, ad essere sinceri, tra l’altro, la sua influenza sul complesso dei gruppi parlamentari e della compagine di governo del PD, è assai minore di quella che Berlusconi ha sui suoi. Qualcun altro ha detto, invece, che la natura dell’alleato era nota ben prima della sentenza. Considerazione sincera, ma che costituisce un’aggravante rispetto a quest’alleanza; sincera si, ma anche strumentalmente volta a sminuire (inutilmente) il peso di una sentenza. Sentenza che, per inciso, ha molto a che fare con l’azione di un governo (e di quello precedente) che chiede sacrifici pesanti agli italiani, mentre il capo di uno dei partiti che governano è stato appena condannato, in via definitiva, per aver fatto molto più del contrario di ciò che si chiede a pensionati, giovani e lavoratori.

Diciamo una verità scontata: non so se questo governo sia mai veramente nato, ma certo è morto; ed è morto dopo la sentenza della Cassazione, perché è sempre stato intimamente legato a questa vicenda giudiziaria. E questo governo doveva salvare il Paese? Con quali presupposti? Non poteva  - e non ha potuto – compiere nessun atto rilevante; tranne quello di dividere ulteriormente la sinistra che, faticosamente, aveva ricostruito un nucleo di prospettiva per l’Italia. Una responsabilità grave e inutile del gruppo dirigente del PD; tra l’altro assunta, dopo aver fatto le primarie su tutto, in stanze ristrettissime, senza neanche riunire i gruppi dirigenti provinciali o regionali.

Questa discussione, prima o poi, bisognerà farla; perché tornerà a galla come ogni falsa coscienza. Prima o poi, ma non ora. Ora, invece, sarebbe necessario che il PD – evitando di giocare il gioco vecchissimo, da prima Repubblica, del cerino – ritrovasse se stesso ed il senso della propria funzione, pensasse veramente all’interesse del Paese ed alla sua prospettiva futura, quella di un governo di cambiamento, cominciando a ricostruirla. Sarebbe necessario che si ponesse al centro la definitiva  inscindibilità tra la riforma morale e politica e le politiche economiche e di giustizia sociale. Sarebbe necessario andare da Napolitano, a dirgli che con questa destra non c’è nulla da salvare e, dunque, si voti subito in Parlamento l’abolizione del “porcellum” e si torni a votare, perché il Paese si assuma le sue responsabilità, tra programmi, pratiche morali, soluzioni profondamente diverse. Sarebbe necessario.

Orfani

luglio 27, 2013Nessun commento

Qualche giorno fa, la Provincia di Fermo ha presentato “L’atlante del consumo di suolo”, una pubblicazione ben fatta ed interessante connessa al nuovo Piano Territoriale di Coordinamento. Non è, però, dell’aspetto locale che mi interessa scrivere, anche perché esso rivela, in sintesi, ciò che già sappiamo e che è, nella sua sostanza, un dato, purtroppo, ormai generalizzato: suolo e paesaggio sono stati devastati – pur con illustri precedenti nel decennio degli anni 70, dopo il boom economico – in misura impressionante dagli anni 80 in poi, senza alcun riferimento ai bisogni reali, alla programmazione, alla coscienza del limite. Mi interessa, invece, dare forma ad alcune riflessioni che facevo ascoltando il dibattito.

Dopo la stagione straordinaria della pianificazione urbanistica, ispirata nel decennio 70 al primato del pubblico, non è che non vi siano state leggi urbanistiche utili ed interessanti, dopo. Ma cosa è mancato? Le stesse cose che sono mancate dopo la Riforma sanitaria, dopo la legge 180 che superava la vergogna dei manicomi, dopo i decreti delegati nella scuola, dopo le avanzate legislative dei diritti delle donne (divorzio, interruzione della gravidanza, violenza sessuale, diritto di famiglia). Perché, nonostante in molti di questi casi, sia anche continuata, sul solco tracciato, una scia legislativa non regressiva, in realtà si è affermata una regressione sostanziale, in qualche caso impietosa? Cosa è venuto meno? Lo spirito pubblico; la spinta al cambiamento; il disegno generale di riforma democratica della società italiana. La politica come movimento collettivo di cambiamento ha lasciato il posto a quello che Pietro Barcellona definiva, già alla metà degli anni 80, l’ “individualismo proprietario”, che è diventato così egemone da informare di sé anche il suo contrappeso storico, la politica appunto. Le degenerazioni di oggi debbono essere indagate nella perdita di senso di ieri.

Non più solo l’urbanistica come strumento di arricchimento privato e di consenso politico; un passo più a fondo: il consenso ossessivo, cioè la democrazia privata del conflitto e delle sue finalità collettive, che assume in sé la stessa essenza del mercato, cioè, diviene anche esso “individualismo proprietario”. Gli anni 80 hanno determinato, in buona parte del pianeta – e non meno in Italia, terreno franoso, dal punto di vista dello spirito repubblicano – questa mutazione genetica, che ha egemonizzato anche buona parte della sinistra.

Ancora. L’intervento di un Assessore regionale (ottima persona, peraltro), che invitava a “non lasciare soli i Sindaci” di fronte alle spinte edificatorie, mi è sembrato, davvero, troppo ingenuo. Chi dovrebbe far loro “compagnia”, con questa legge elettorale diretta, con la trasformazione di buona parte dei partiti in comitati elettorali, nel migliore dei casi; d’affari nel peggiore? Senza questi soggetti collettivi di elaborazione, di controllo popolare, di mediazione degli interessi particolari con l’interesse pubblico, anche la migliore delle leggi nasce orfana.

Le rose effimere

luglio 14, 2013Nessun commento

Che questo governo fosse appeso alle vicende giudiziarie di Berlusconi e che questa fosse la destra italiana – espressione neofeudale di una profonda commistione tra pubblico e privato – era evidente sin dall’inizio; ma sicuramente da quella sconcertante manifestazione di Brescia e, probabilmente, emergeva già dalle dinamiche che hanno portato alla nascita del governo stesso. Dunque, nessuno stupore o indignazione ipocrita. Semmai, stupisce proprio lo stupore di chi, consapevole di ciò, ha accettato o favorito la nascita di un governo, appunto, appeso a tali vicende giudiziarie e per il quale, dunque, “potenza” o “impotenza” dipendono dal loro esito. Cioè un governo sotto costante ricatto. Cosa c’entri questo col riformismo cui si riferisce Scalfari in un fondo di Repubblica, sarebbe interessante saperlo.

Qualcuno, anche dopo la richiesta – irricevibile per qualunque democrazia appena decente – di sospensione ricattatoria dei lavori parlamentari, continua a dire che la politica si occupa troppo delle vicende giudiziarie di Berlusconi. E’ esattamente il contrario: sono tali vicende ( cioè reati o ipotesi di reato privati, pubblici o pubblico-privati) ad aver occupato il Parlamento, la politica, il Paese. E ciò ha una qualche relazione, non esclusiva, ma sicuramente aggravante, col disastro economico e sociale su cui si balla questo balletto.

Al di là del merito strettamente giuridico, qual è il senso politico del tirare fuori, proprio in questo momento, dopo decenni, un disegno di legge sulla incompatibilità? Cosa ne deduce un cittadino normale? E dalla polemica di Epifani con Grillo – proprio mentre qualche grillino comincia a parlare apertamente di un possibile governo col PD  - sulla improbabile difesa di tale disegno, cosa si può dedurre? E’ lo stesso PD che con Bersani, intelligentemente, cerca di scaricare il potere ricattatorio di Berlusconi, dicendo, appunto, che in Parlamento ci sono possibili maggioranze alternative? Quale è la strategia del PD? O meglio: esiste una strategia del PD? E sulla vicenda Alfano – rispetto alla quale dovrebbe esistere comunque una responsabilità oggettiva (o i Ministri sono passacarte?) – il precedente altrettanto grave fu quando un governo di centro sinistra riconsegnò Ocalan alla Turchia; cosa si aspetta a chiedergli seriamente conto del danno di credibilità internazionale prodotto? E cos’altro serve per dire – in un Paese che ha conosciuto stragi, depistaggi, connivenze – che non è più tollerabile che pezzi dello Stato agiscano come corpi separati? Certo, la moglie di un dissidente di una “repubblica” caucasica non è la nipote di Mubarak; poteva dire di essere la cugina di Putin. Ma, ironie a parte, dietro lo schermo della tenuta di un governo che sembra più di “salvezza personale” che nazionale, quanti principi e quanto futuro deve ancora sacrificare il PD? Quanto deve ancora concedere a questi alleati?

Che a costoro, o al loro concorso, si potesse affidare la salvezza di un Paese, che da costoro ci si potesse attendere, anche lontanamente, una qualche forma di responsabilità o di lealtà istituzionale e morale, è, nel migliore dei casi, una ingenuità che rivela molto della crisi del maggior partito della sinistra. Forse da questo “equivoco”, da questi errori di valutazione occorrerebbe partire per ridefinire l’identità e il progetto di una sinistra di governo, più che dall’appeal telegenico di leader che durano come le rose di Lorenzo: “…Così le vidi nascere e morire, passare lor vaghezza in men d’un’ora…”.