La solitudine del securitario

Durante una simpatica trasmissione radiofonica, un simpatico conduttore, intervistando simpaticamente il meno simpatico Ignazio La Russa, gli chiede: “ma perché la sinistra ha così paura della sicurezza”? La risposta di La Russa non è rilevante, ma me ne occuperò tra qualche riga. Rilevante è, invece, la domanda, che mi spinge a qualche considerazione, forse didascalica per alcuni, ma utile, credo, a chiarire cose semplici a molti altri. Parlo, ovviamente, a titolo personale, perché la sinistra – per quanto ristretta – è ampia e non ho alcuna pretesa di rappresentarla nelle sue infinite sfumature.

Primo: la sinistra non ha “paura della sicurezza”; al contrario crede che sicurezza, libertà, giustizia e rispetto degli altri siano condizioni inscindibili. Scinderle, infatti, è una delle cause maggiori di insicurezza e lo fa chi identifica la sicurezza stessa con il proprio “io”, nella più totale (o anche relativa) indifferenza verso la condizione degli altri e delle altre. Scinde queste categorie, inoltre, chi identifica la sicurezza con la proprietà; chi, cioè, considera sicuro il vivere asserragliato nel proprio fortilizio di comfort (reale o percepito). E’ il frutto maturo, direi quasi marcio, di quell’ individualismo proprietario di cui Pietro Barcellona ci parlò già a metà degli anni ottanta; è legittimo, ma, appunto, non è la sicurezza cui ambisce chi ha come riferimento i valori della sinistra.

Può essere superfluo, ma sarà il caso di ricordare che non nelle cose, o nella bolla dell’ “io”, ma nelle relazioni sociali e umane, la cultura della sinistra (cultura popolare per eccellenza) ci ha insegnato a cercare una sicurezza collettiva; e ci ha insegnato anche che (come per la felicità) non ci appartiene essere sicuri in un mondo insicuro.

Secondo: qualunque essere dotato di basilari capacità cognitive sa perfettamente che la gestione del crimine, di qualunque forma ed entità esso sia, richiede anche il proporzionale utilizzo di una forza repressiva e punitiva. Anche, appunto. Perché quella forza (la cui proporzionalità è determinata dalle leggi che, a loro volta, hanno un limite invalicabile – in una democrazia – nei principi costituzionali che servono, tra l’altro ad impedire che tale forza diventi arbitrio) interviene a valle del problema. Esiste un’altra forza necessaria, che è esattamente la forza fondante del vivere civile, è la forza della socialità, della solidarietà che lavora per prevenire le ragioni dell’insicurezza, che rafforza il legame sociale, rispetto alla privatizzazione delle relazioni umane. La sicurezza si fonda, in quest’ottica, sulla comune ricerca della realizzazione dei diritti e in questa prospettiva inquadra la stessa necessaria azione repressiva. Questa visione è inconciliabile con l’identità sicurezza-repressione, perché considera lo Stato come uno strumento di realizzazione della socialità.

La Russa risponde al simpatico intervistatore: “perché la sinistra è antimilitarista”; non commento perché non serve; dico solo che è indicativa di quella visione rovesciata della realtà, che Marx chiamava ideologia. L’insicurezza per eccellenza spacciata per sicurezza; la risposta securitaria è l’involuzione autoritaria, la riduzione dello Stato alla sua dimensione repressiva. Non metterebbe conto parlarne, se non fosse la visione al governo del nostro e di molti altri Paesi.

Terzo: la contrarietà della sinistra al decreto Salvini (ma, ormai, Salvini – Di Maio) è opposizione all’insicurezza classista e autoritaria, di provvedimenti che creano insicurezza reale, per lucrare elettoralmente e ideologicamente su quella percepita; perché di questo ha bisogno chi vuole restringere gli spazi di libertà e di democrazia, chi agisce come il randello delle classi dominanti. L’attacco agli SPRAR – cioè ad uno dei pochi strumenti utili a ridurre l’insicurezza reale – quella dei migranti e quella degli italiani – è indicativo tanto quanto l’attacco alle ONG, al modello Riace, o, oggi al Baobab Experience; perché è nella straordinarietà che si lucra politicamente. Perciò i migliori alleati di questo governo sono proprio i trafficanti di esseri umani, in Libia come nelle campagne pugliesi o calabresi.

Quarto: in un Paese con le mafie più potenti del mondo, il rovesciamento della realtà ha raggiunto vertici allucinanti nell’identificare l’insicurezza con l’immigrazione; nel fare, invece, favori reali alle mafie e a quella che Sciascia chiamava “la mafiosità”; e nello scatenare la paura verso i deboli. Lì, verso i forti, le logiche securitarie arretrano come botoli di periferia. La sinistra è per la sicurezza, invece, perché è contro le mafie, senza tregua e senza quartiere; perché è contro i condoni che (parafrasando De Gregori) “legalizzano la mafia e la mafiosità”; perché è contro l’insicurezza dei diritti di tutti gli esseri umani, in quanto su di essa si fonda il loro sfruttamento, la loro progressiva schiavizzazione.

Quinto: il gran parlare – in parte fondato, in parte frettoloso e superficiale – sulla tendenza della sinistra a dividersi, sembra voler ignorare le questioni di merito. La sinistra non è (non è mai stata) un’entità geografica. Allora, semplicemente, non è possibile, né sensato, né giusto, unire chi pensa che gli esseri umani (tutti, non i rifugiati dalle guerre, ma anche quelli dalle miserie, dalle violenze o minacce di ogni genere) abbiano il diritto di migrare, di spostarsi, di provare a migliorare la propria esistenza; e chi insegue la destra in una logica securitaria, facendo a gara a chi è “più bravo a bloccarli”, accettando la graduatoria tra rifugiati e migranti economici; o con chi accetta il vocabolario della destra: “clandestini” e “regolari”, come se non si sapesse che la legislazione italiana, prima e dopo Salvini, ha prodotto la clandestinità, per poterla perseguire (o perseguitare). No, non c’è compromesso, meno che mai progetto comune, tra chi pensa che la politica debba inseguire il consenso, passando sopra ai valori fondanti delle democrazie e della sinistra; e chi ritiene che la politica debba rovesciare il “senso comune”, quando esso è disumano, reazionario o conservatore di mentalità e privilegi. Qui nessuno vuol “fare testimonianza”; semplicemente la sinistra ha un senso se vuole essere di massa spostando il sentire delle masse, orientandolo e non inseguendolo. Ecco perché la sicurezza di cui parla un pezzo della politica è radicalmente altro dalla sicurezza degli esseri umani (di ogni provenienza ed etnia), per cui una sinistra – senza appellativi che non quello della decenza – deve battersi senza cedimenti e senza paura. O su questo conquisti la maggioranza, o non ha senso conquistarla. E’ abbastanza chiaro? E ciò che vale per la sicurezza relativa alle migrazioni, vale per ogni altro aspetto della sicurezza. Parliamo chiaro: se dagli anni 90, ad esempio, le mafie sono riuscite ad insediarsi anche nelle regioni (allora) rosse, questo non ha niente a che fare con l’assunzione – da parte di un pezzo della sinistra – di una logica fondata sull’intangibilità del profitto, del benessere ad ogni costo? Eppure quello era ed è il vero problema della sicurezza, che è minacciata dai potenti, non dai deboli. Ma se sei parte, o protagonista, del cedimento, non puoi vederlo, meno che mai contrastarlo.

Il senso che si da al concetto di sicurezza, come si vede, è un paradigma assai più generale. Dunque no, la sinistra non ha paura della sicurezza; lotta contro l’uso ideologico e deviante di questa categoria.

Scegliere in tempo

La questione ambientale è cosa seria, non è materia per tatticismi di bassa cucina; e i rifiuti ne sono un pezzo consistente. Anche per questo penso che non si debba sottovalutare lo scontro aperto da Fico nella maggioranza di governo. Ancor più esplicitamente: apprezzo molto le parole del Presidente della Camera sugli inceneritori e, ancor più, la presa di distanza dal randello salviniano verso i centri sociali. Ma qui cominciano le domande che, se anche resteranno senza risposta, continueranno ad avere una loro consistenza, quanto meno sul piano dell’analisi politica; sono domande che ricordano quanto quelle parole debbano essere conseguenti nei fatti, nella strategia, per non apparire volatili e, in ultima analisi, ipocrite.

Chiedo, ad esempio, se il Presidente della Camera voglia o meno spiegare al suo movimento che c’è un nesso non occasionale tra l’affondo di Salvini sugli inceneritori e sui centri sociali, e il resto della sua politica, a cominciare dai migranti. Se voglia dire con chiarezza che quella strategia esiste solo perché il Movimento 5 Stelle la fa esistere, mettendo a disposizione i suoi parlamentari. Se non sente sulle ossa il rischio che con gli inceneritori finirà come con i condoni o con la TAV; o con la TAP (oggi ancor più insostenibile, dopo l’indagine della Magistratura sull’inquinamento delle falde). Tutti sappiamo leggere i segni, certo; a cominciare dai dissenzienti sul decreto salutato comicamente da Toninelli e passato coi voti di Forza Italia. Ma i segni, se non disegnano un’altra strategia, se non traggono conseguenze chiare, coprono solo le vergogne, non arrestano alcuna deriva; anzi, finiscono col legittimarla. Credo sia lecito chiederlo, per chi pensa ancora, pur essendo all’opposizione, che il Movimento 5 Stelle sia molte cose e molte anime, ma continua a veder dominare la peggiore. E’ lecito chiedersi se, da qui alle europee, i 5 Stelle, assisteranno ancora – timorosi e giustificatori – ad un’ulteriore offensiva leghista, verso quel poco che resta della loro originaria spinta a rigenerare la democrazia italiana; ad un progressivo ricompattamento della destra ed alla “vocazione maggioritaria” della Lega; fino a che saranno così elettoralmente insignificanti da essere sostituiti? Che di tatticismi si muoia, nessuno meglio di chi sta a sinistra può saperlo; ma proprio per questo, viene naturale chiedersi e chiedere a Fico se non sia il caso di aprire una riflessione esplicita, nel suo Movimento, su dove voglia andare, se non sia la mancanza di identità a far sì che si finisca per assumere quella degli altri; è accaduto al PD, accade ai 5 Stelle. E’ lecito, in sintesi, ricordare al Presidente della Camera, un verso saggio di Francesco Guccini (parole che, in verità, dovremmo ricordare anche a sinistra, soprattutto quella parte che ancora guarda al PD, per giunta dal buco della serratura): “bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà”. Bisognerebbe meditarle in fretta quelle parole, perché la democrazia italiana, forse non è moribonda, ma certo è messa tanto male; e l’unico cambiamento che si vede all’orizzonte è un cambiamento di regime. Chi di voi, con la forza che ancora esprimete, ricorda e ha preso sul serio le ragioni del vostro inizio, non può far finta di non sentire il peso della responsabilità, nascondersi dietro l’alibi – da Prima Repubblica – della governabilità.

Anche gli studenti, in questi giorni, ve l’hanno detto (nel modo diretto che, per il mestiere che faccio, conosco bene): “giù la maschera”. E i giovani, Presidente, sono un termometro sempre degno di nota; starli a sentire non è mai sbagliato.

Nel bosco

Due o tre notizie – in realtà, fatti politici – di questi giorni: intorno al progetto “Mediterranea” e alla nave “Mar Jonio”, come intorno alla difesa dell’esperienza di Riace, si sta creando, in tutta la penisola, un vero e proprio movimento, una controffensiva democratica, antirazzista, chiara, concreta e radicale proprio nella sua concretezza; per i bambini di Lodi, per il riscatto, cioè, di un minimo di decenza dell’umanità, in pochi giorni si è raccolta una cifra maggiore di quella “necessaria” a coprire la regola segregazionista introdotta dai razzisti che governano quella città. Ancora, per uscire dai confini nazionali: l’accordo, su posizioni semplici, ma avanzate e radicalmente antiliberiste, tra Podemos e il PSOE, e il risultato dei Verdi in Baviera, ma anche – per il senso di questo ragionamento – persino quello dell’estrema destra e il crollo della SPD.

Questi fatti (non analisi politicistiche o sondaggi, o elucubrazioni), pur nella loro diversità ci dicono che se esiste una “porta stretta” per costruire una sinistra di massa e popolare, essa si trova nel rigore di risposte insieme, appunto, radicali e concrete, cioè radicate nella vita delle persone, nel loro bisogno di dignità e di futuro. Solo un movimento capace di esprimere questo indirizzo e una forza dirompente nelle proposte può, non dico convincere, ma quantomeno raggiungere la soglia dell’attenzione; esprimere una lettura e una proposta autonome e comprensibili, sia rispetto al dilagante nazionalismo di destra, sia alle politiche liberiste che accomunano, non da oggi, le tradizionali forze conservatrici e i molti “convertiti” del socialismo europeo.

Per questa ragione, la risposta di Pierluigi Bersani al documento reso pubblico da Pietro Grasso ed a quello, altrettanto esplicito (e sostanzialmente convergente con Grasso) di Sinistra Italiana, invece di rispondere, ne conferma le ragioni. Sia Grasso che Fratoianni (personalizzo per semplificare) parlano del bisogno di una sinistra all’altezza delle sfide del XXI secolo, spiegano che l’aggettivo “popolare” oggi si coniuga con quella chiarezza, con quella nettezza, con quella radicalità che risponde ai bisogni e persino alle paure delle persone; che tutto ciò che assomigli, pur vagamente, al tradimento storico perpetrato ai danni delle vecchie e nuove classi popolari, non viene neanche criticato, ma semplicemente ignorato da esse. Diciamolo con chiarezza: gente che abbandonava, delusa o schifata, il voto al PD, se n’è guardata bene dal votare qualcosa che – in qualche modo – lo ricordava.

Questa riflessione, vorrei dire a Bersani, è l’esatto contrario di una conferma identitaria. Nei piccoli cortili recintati di un ceto politico che ha, di fatto, perso credibilità, rischia di sdraiarsi chi con quella perdita di credibilità non ha mai fatto veramente i conti, chi pensa di attribuirla solo al renzismo, frutto conclusivo di un cedimento di lunga data. Non chi cerca (faticosamente, certo) di costruire una sfida egemonica, nel Paese e in Europa. Per esempio, tenendosi alla larga, nell’opposizione al governo, dagli argomenti e dal rivendicare le scelte che hanno portato i 5 Stelle al 30%. Quando Grasso dice (riassumo) chi continua a guardare al PD, faccia la sua strada, noi vogliamo costruire la sinistra, lo dice proprio perché ha compreso che il PD è il prossimo recinto minoritario, non è più né la sinistra, né tantomeno una forza popolare.

Popolare oggi può diventarlo solo una sinistra capace di rovesciare le politiche realizzate dal PD e, prima, da Berlusconi; e le ragioni dell’opposizione al governo “giallo-bruno” sono proprio nel fatto che, al di là della propaganda, è assai più continuista che di “cambiamento”. Se un “campo largo” della sinistra, oggi, si può immaginare, è lontano dal PD e, soprattutto dalle sue politiche; un campo fatto di movimenti e lotte, di posizioni chiare; costruito – anche su scala europea – sul crinale difficile di posizioni antiliberiste e (per usare una parola antica) internazionaliste.

Bersani può pensare seriamente che possa (una metafora a lui cara) andare a “riprendere nel bosco” le persone, chi nel bosco ce le ha mandate? Francamente è un po’ paradossale che spieghi come ricostruire una sinistra popolare chi quella forza la dirigeva e ha creato le premesse per la sua disintegrazione. Penso che per essere credibili davvero, si debba rileggere un po’ più seriamente la storia di questo trentennio. Io sono uno di quelli che è andato nel bosco quando il Segretario era Bersani stesso, e penso che nel bosco, oggi, vi sia più vita che non in una casa che non esiste più.

Vorrei dire a Grasso che siamo d’accordo in molti con le sue parole; lavoriamo con i tanti – qualunque cosa abbiano votato il 4 marzo – che non abbandonano, in questi mesi difficili, il campo al fascismo del terzo millennio, né ai pescecani della finanza europea e italiana; costruiamo con loro un movimento e poi una forza (comunque si chiamerà), da lasciare ai giovani, per costruire una società di libere e liberi, e di uguali. Non sarà una forza di massa domani, perché i danni sono profondi; ma l’importante è non tergiversare oltre e, soprattutto, non sbagliare la direzione del cammino.

“C’è solo la strada, su cui puoi contare”

Mentre Norma Rangeri scriveva l’articolo per proporre una grande manifestazione antirazzista e antifascista a Roma, mi scriveva dalla Toscana una giovane compagna, volontaria di Emergency: facciamo qualcosa di concreto – diceva in sostanza – facciamo uscire la gente dai social, prima che sia troppo tardi. Il manifesto ha fatto quello che era indispensabile, un colpo di reni, una spinta a tutti coloro che sono indignati, magari impauriti, o, peggio, rassegnati. Nessuna paura, ancor meno dopo Piazza San Babila: siamo tante e tanti e non vogliamo tornare indietro rispetto ai fondamenti della civiltà. Vogliamo restare umani, ma non inermi di fronte al razzismo e al fascismo che tirano fuori, di nuovo, gli artigli. Non siamo followers, siamo persone, lavoratori, studenti, migranti, precari, disoccupati, pensionati, donne e uomini, giovani e adulti, omosessuali ed eterosessuali, pensieri e corpi. E sappiamo ancora essere masse popolari, forza civile e politica.

Per questo serve una manifestazione grande (visibile ha scritto, a ragione, Luciana Castellina; e tangibile mi viene da dire), e serve a Roma, possibilmente a Piazza San Giovanni; perché, piena o no, quello è l’ordine di grandezza che ci deve guidare.

Voglio dire la mia su due punti. Il primo: liquidare l’offensiva di Salvini sui migranti come una furbizia elettorale permanente, o come un’arma di distrazione rispetto all’impotenza sulle politiche economiche, è sbagliato e riduttivo. Non che sia poco, ma il pericolo vero è che, con questo arretramento delle coscienze, con questo testare i livelli di “disumanità tollerata” (come ci spiegava, settimane fa, Éric Fassin su questo giornale), Salvini, Orban, Seehofer e compagnia cantante, si accreditano proprio presso quelle élites che dicono di voler combattere; proponendo loro un’altra Europa, antidemocratica e “controllabile”; l’attacco a Macron significa: “questa roba la facciamo meglio noi”. In Europa lo dovremmo ricordare, o davvero, la memoria storica è scritta sull’acqua? No, proprio non può esistere una “versione di sinistra” del “prima gli italiani”: o “prima gli esseri umani” o “prima il capitale”.

Secondo: mi auguro che sia una manifestazione unitaria e senza steccati, sì, ma nella chiarezza. Non, per capirci, la manifestazione del PD del 29 settembre; non sfilerò con Minniti o con chi fa manifestazioni ad uso congressuale. Venga in piazza con noi, invece, chi non è per i respingimenti, chi non vuole fermare i migranti in Libia nelle mani degli assassini e degli stupratori (e non rivendica di averlo fatto “di più e meglio”); venga in piazza chi considera indecente e illegale – qualunque cosa si pensi dell’Europa – usare la vita delle persone come arma di ricatto; venga in piazza chi si batte per corridoi umanitari sicuri, chi vuole un’Europa aperta al Mediterraneo e al mondo, chi rivendica il diritto delle persone – ben prima delle merci – di muoversi liberi e sicuri, di provare a migliorare la propria esistenza. Come si vede, per quanto mi riguarda: nessuno steccato, ma nessuna ambiguità, proprio perché la posta in gioco è troppo importante. Voglio dire ancora una cosa ai tanti elettori del Movimento 5 Stelle che – lo so per esperienza diretta – vivono con disagio questa subalternità: cosa deve ancora accadere, perché la vostra coscienza abbia un sussulto, perché il disagio diventi protesta? Questo è il momento, dopo sarà davvero troppo tardi.

Credo che le forze politiche della sinistra, il movimento sindacale, le associazioni, i tanti comitati locali e nazionali, debbano raccogliere, rilanciare, organizzare l’appello lanciato da il manifesto. Ma mi piacerebbe che facessimo di più: da qui alla manifestazione (qualunque sia la data scelta e condivisa), dovremmo organizzare, in ogni regione, in ogni territorio, iniziative di preparazione, di costruzione di questo appuntamento; cerchiamo di incontrare le persone, soprattutto quelle più deboli, quelle più “arrabbiate”, quelle delle tanto citate periferie; cerchiamo di far capire loro che i nemici non viaggiano sui barconi, viaggiano in business class, non dormono nelle baracche e non si distinguono dal colore della pelle. Che, in sintesi, la guerra tra i poveri la vincono i ricchi. Cerchiamo di avere almeno un po’ del coraggio e della forza di chi attraversa il Sahara e il Mediterraneo.

il manifesto 4 settembre 2018

Bentornati a Weimar

I paragoni storici possono essere fuorvianti, d’accordo; ma solo se utilizzati male, in forma passiva, descrittiva o pedagogica. Se invece – come insegnava Benjamin, un pensatore a me caro – servono a cogliere costellazioni critiche, aiutano ad alzare la testa dalla cronaca, a comprendere il tessuto profondo; servono anche ad uscire da quella specie di comfort politico di chi, sdraiato in una inesistente normalità, crede che il pescecane sia ancora nell’acquario della democrazia.

Provare a leggere le tracce sarebbe troppo lungo, sono tante; e persino le obiezioni di chi, magari sorridendo, dovesse considerarle eccessive, ci ricordano proprio una delle ragioni della sconfitta di allora: la rimozione della sostanza violenta della storia, l’adagiarsi in visioni evolutive. Sono segni tendenziali, certo, non copie conformi; la storia è una cosa seria e tragica, non è un museo delle cere.

Qualche nome ci può aiutare a capire meglio ciò che Éric Fassin ha già detto, con illuminante chiarezza, qualche giorno fa; cioè che le élite neoliberiste stanno testando – qua e là, in contesti diversi ma con valenza globale – se vogliamo usare un eufemismo, il prosciugamento autoritario delle democrazie: Nethanyau, Orban, Salvini, Seehofer, Erdogan e, naturalmente, Trump.

Fassin fa riferimento, soprattutto, ad uno dei livelli più difficili: quello relativo al grado, potremmo chiamarlo, di “disumanità tollerata”. Qualche traccia aggiuntiva? La Lega che, a Macerata, un mese dopo la sparatoria di Traini, passa dallo 0,7 al 20% circa; un commando (come altro lo vogliamo chiamare?) che spara su un gruppo di giovani Rom e ferisce gravemente una bambina; prima ancora, l’omicidio di Emmanuel a Fermo (ma soprattutto la rimozione o, peggio, la giustificazione di una parte consistente della città); poi l’intimidazione fascista a Como, contro un’associazione di volontariato; le ripetute intimidazioni contro un sacerdote a Pistoia (a Pistoia!). Tranne uno, ho scelto tutti esempi che precedono l’insediamento del governo Salvini. Poi è arrivata la campagna d’estate del Ministro plenipotenziario. Ampiamente preparata dalla politica di Minniti. Questi ultimi sono i test di Governo. Ma, presi nel loro insieme, da almeno due anni stiamo vedendo la violenza reale saltare fuori da quella del web; una “notte dei cristalli”, diciamo così, a bassa intensità.

Ma il test (che non si limita a registrare, bensì contribuisce a determinare un clima) non verifica solo il senso comune di massa; riguarda anche la capacità di reazione delle istituzioni democratiche nazionali ed europee, che sono l’oggetto principale della cura; un po’ come fu la guerra di Spagna per Francia e Inghilterra. La sostanza è nel passaggio dalla violenza predicata a quella agita; così si misura il livello di indifferenza e abitudine, per molti versi persino più importante del consenso esplicito.

Dunque c’è una crisi (in questo caso, una crisi ed una ristrutturazione epocale dei processi produttivi) che frantuma il movimento operaio; una sinistra che – non per colpa del destino – perde la propria capacità di rappresentanza dei ceti deboli; c’è una massa di sfruttati da un lato; una piccola borghesia sempre più frustrata, dall’altro; c’è un nemico inventato contro cui scagliarle, per evitare che si scaglino contro chi le ha impoverite e precarizzate. Ma c’è anche una mutazione genetica delle forze del socialismo, ossessionate dal consenso e talmente, ormai, prive di chiavi di lettura materialistiche, da pensare che lo si ottenga inseguendo la corrente, non contrastandola (come non ricordare il voto ai crediti di guerra, nei Parlamenti del 1914?); peggio ancora, convinte che governare significhi trovare il plauso dei salotti buoni. Certo, ogni epoca ha un cedimento di diversa qualità; ma la sostanza, anche in questo caso, mi sembra la stessa. C’è, certo, anche una sinistra che cerca una strada per contrastare e invertire il senso e il corso delle cose, ma è ancora molto debole e molto divisa e deve liberare la parola sinistra da una storia pluridecennale che evoca il contrario.

E c’è la banalità, ripetuta, del male; quella che, diceva Goldhagen, diventa “conversazione sociale”, senso comune radicato, quello che – per citare Brecht, visto che siamo in tema – “gli argomenti li ascolta con l’orecchio della spia”. A proposito, c’è anche (come poteva mancare?) il disprezzo verso gli intellettuali, ieri giudaico-massonici, oggi radical-chic. Il passaggio da quello che ho definito lo “xenofastidio”, al razzismo esplicito e senza più freni inibitori, è parte di quella “galvanizzazione delle masse” (secondo, ancora una volta, la definizione di Benjamin) che, scaricandosi sui più deboli, da un senso attivo alla loro subalternità. Se non si ha il coraggio di agire, si applaude chi agisce; o si trasforma la parola in atteggiamento, forti del senso comune, legittimati dagli atti e dalle parole del potere.

Poi c’è il terreno di coltura dell’ambiguità. Ha un ruolo importante: raccoglie ciò che la sinistra non sa più rappresentare e, attraverso un ponte antropologico – pseudo sociale e moralistico – offre giustificazioni e, mi verrebbe da dire, una fase di adattamento, alle mutazioni personali e collettive (De Gregori direbbe: “hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare”); in molti casi passano dall’imbarazzo all’inquadramento orgoglioso. Ha avuto gioco facile, perché chi doveva incarnare politiche sociali e questione morale ha fatto il contrario; ma la loro subalternità è, ormai, un dato evidente. Come per il Pd, anche per i 5 Stelle, quando non si ha un’identità, c’è qualcuno che ti offre la sua. Al Presidente Fico, a questo proposito, mi piacerebbe chiedere perché voglia essere, insieme al suo movimento, il vettore transitorio per chi – estraneo alle radici della democrazia – intende snaturarla, slabbrarla (non rinnovarla, anche radicalmente); di chi vuole cavalcare e consolidare un’onda disumanante e antidemocratica, per andare, subito dopo, all’incasso, da solo, e riscrivere, nelle forme del XXI secolo, una pagina buia, che abbiamo già vissuto. Vale anche per il Movimento 5 Stelle, come per il Paese, Presidente Fico, la famosa parabola della rana che, contenta del tepore dell’acqua, troppo tardi si accorge di essere bollita. E che, senza un’identità, si possa bollire anche governando, lo dimostra chi vi ha preceduti.

Dunque Weimar può essere considerata un’iperbole (e in parte lo è, perché non mi sfuggono, certo, differenze epocali); oppure, appunto, una costellazione critica. In questo secondo caso serve – soprattutto a chi vuole costruire un senso comune di massa diverso e alternativo, una forza che ridia respiro e radici alla sinistra – ad avere presente la radicalità dello scontro e della posta in gioco.

Come per i confronti storici, anche i riferimenti al mondo ecclesiastico possono apparire fuorvianti e non vanno mai “tirati per la giacca”; tuttavia anche quelli sono segni di un allarme che non mi è sembrato mai così esplicito. Un Vescovo meridionale, oggi nelle Marche, in un’omelia nella sua città d’origine ha detto: “ Il primo dato, allora, è muoversi…Non si tratta semplicemente di mettere in cantiere iniziative, né di opere da costruire, ma innanzitutto di uscire fuori dal torpore delle nostre precomprensioni, dei nostri pregiudizi, della nostra idea di Chiesa nel mondo, sempre a rischio di intimismo e di evasione dalle sue responsabilità…Come non interrogarsi oggi, per esempio, sulle storie disperate dei migranti, respinti in mare con la prospettiva quasi certa di morire?… Il Papa li definisce la carne sofferente di Cristo. Muoversi ed accogliere sono due atteggiamenti che sicuramente ci fanno incontrare il Signore…Non lasciamoci ingannare da promesse di benessere e di pace che nascono da chiusure: sono destinate a generare tristezza…Maria comincia a vedere la storia con gli occhi di Dio, che può ribaltare la situazione politica (saranno invertiti i rapporti di forza tra potenti e deboli) e sociale (ribaltate le condizioni del benessere). Il nuovo ordine è un inno a nome di tutti i poveri”. Lo cito perché mostra quanto diffusa sia, nella chiesa italiana – tra quelli che, nel nostro mondo chiameremmo “i quadri intermedi” – la consapevolezza della straordinarietà e del pericolo. Mi sembra che di questo livello, del resto, abbia piena consapevolezza la CEI, che coglie – come già aveva fatto Bergoglio, in particolare intervenendo a Strasburgo – il legame tra disumanizzazione e pericoli per le democrazie.

Ammesso che nella storia esistano, questo non è certo un momento ordinario; tutto ce lo dice da tempo e molti lo sanno. Serve, presto ma bene, una forza straordinaria, una sinistra che ribalti, prima di tutto, se stessa, i propri limiti ed errori, che tenga a debita distanza chi questa consapevolezza del ribaltamento necessario mostra di non saperla o non volerla avere. La storia può accelerare e cambiare rapidamente le forme della convivenza; la direzione – almeno per me, marxista inveterato – dipende dallo scontro tra le forze materiali, tra i soggetti in campo. Da troppo tempo ce n’è uno solo, non aspettiamo risvegli peggiori.

La rana del Mediterraneo

Dopo Aquarius, che segna una delle peggiori vergogne nella storia di questo Paese, altri 800 migranti nel Mediterraneo e ancora la sfida irresponsabile e disumana del Ministro Salvini.

In molti, pur non condividendo il merito, abbiamo considerato legittimo (in forza dell’Articolo 92 della Costituzione) il diniego del Presidente Mattarella alla prima nomina di Paolo Savona, respingendo come totalmente infondata – e tale era – la richiesta di impeachment. Credo che ora, invece, sia il momento in cui il Presidente della Repubblica dovrebbe far sentire, alta e forte, la sua voce autorevole. Lo dico con sincero rispetto per il ruolo delicato del supremo garante della Costituzione e dell’unità del Paese: non crede, il Presidente Mattarella, che la condotta del Ministro dell’interno stia arrecando danni gravi proprio all’unità e alla tenuta democratica dell’Italia, alla sua storia repubblicana e ai valori che l’hanno tenuta in piedi in questi 70 anni pur difficili? Siamo, ovviamente, certi che egli è in grande apprensione per la vita di migliaia di esseri umani; e se ha utilizzato le sue prerogative di fronte alla preoccupazione dei mercati per la nomina di Savona, non crede che, assai di più, sia necessario oggi un suo intervento? Non di interdizione, certo, ma almeno di monito.

La china conflittuale, la divaricazione dai principi fondanti la Repubblica, verso cui la condotta di Salvini e l’imbarazzato “voltarsi dall’altra parte” dei suoi alleati di governo (ad oggi, verrebbe da dire vassalli già molto più deboli) sta trascinando il Paese alle sue prime prove reali, è preoccupante, e non può non suscitare reazioni dure e laceranti.

Sono tra quelli che hanno apprezzato le parole del Presidente della Camera, Fico, sulla vicinanza delle Istituzioni verso chi aiuta i più deboli. Parole importanti, che onorano il ruolo che ricopre. Ma alle parole devono seguire fatti istituzionali e politici; egli è, in quella maggioranza, probabilmente tra i più consapevoli di quanto mortale possa essere quell’abbraccio, sia per il tessuto democratico, che per il suo movimento. Nessuno si aspetta, razionalmente, che egli lo espliciti; ma qui sono in gioco migliaia di vite umane e il rischio di uno strappo del tessuto civile del Paese di cui è la Terza carica. Non credo che egli voglia essere, insieme al suo movimento, il vettore transitorio per chi – estraneo alle radici della democrazia – intende snaturarla, slabbrarla (non rinnovarla, anche radicalmente); di chi vuole cavalcare e consolidare un’onda disumanante e antidemocratica, per andare, subito dopo, all’incasso, da solo, e riscrivere, nelle forme del XXI secolo, una pagina buia, che abbiamo già vissuto. Vale anche per il Movimento 5 Stelle, come per il Paese, Presidente Fico, la famosa parabola della rana che, contenta del tepore dell’acqua, troppo tardi si accorge di essere bollita.

Se LeU non resiste alle sirene del PD

La crisi della democrazia italiana, aperta da due decenni, si è avvitata in una spirale brutta e pericolosa, da qualunque punto di vista. Le responsabilità sono molteplici, ma la causa – per certi versi – è unica e va ben oltre i confini nazionali.

Le responsabilità principali sono, per quanto mi riguarda, del PD, che in un decennio di governo e di maggioranza, a vario titolo, ha lasciato, con le proprie politiche, il campo dell’egemonia e del consenso alla destra estrema; più si identificavano con le politiche neoliberiste o securitarie e più quella cresceva, prima sotto pelle, poi nelle urne. Un partito che – sull’altro versante – in dieci anni di governo ha visto e fatto crescere una forza come il Movimento 5 Stelle, regalandogli milioni di elettori, perde per manifesta incapacità.

Nei tempi più ravvicinati, è del tutto evidente che la Lega (usando il nome di Savona) ha giocato con istituzioni democratiche di cui non si sente parte, che voleva e vuole destrutturare; ha usato (e forse continuerà ad usare) quelli che volevano aprirle come una scatoletta, per provare a sfasciarle definitivamente. E il Presidente della Repubblica non ha fatto altro che servire a Salvini, su un piatto d’argento, questa opportunità ulteriore; ma, soprattutto, non ha fatto nulla di diverso da quanto aveva già fatto il suo predecessore, continuare, cioè, in una politica di subalternità sostanziale al mercato liberista e alle sue compatibilità (come se lo spread fosse, se non un dato naturale, un principio costituente), determinando un vittimismo anti istituzionale di massa; mentre quel “governo del cambiamento” avrebbe fatto i conti, prima di tutto, con le proprie contraddizioni e con l’impraticabilità di un compromesso sommatorio. E’ una critica politica al Presidente, niente a che vedere con gli attacchi fascisteggianti o con le richieste di impeachment, talmente ridicole che rientreranno da sole.

Quello che emerge dal fondo di questa vicenda è, però, altro. E cioè che la fine dell’età del compromesso sociale – per l’assenza di mondi antagonisti e per la maggiore ristrettezza della coperta – spinge le élite a comprimere e a subordinare gli spazi di democrazia, per certi versi a sospendere la democrazia rappresentativa. Può apparire più chiaro di come ce lo spiega la vicenda di queste ore? Non in Grecia (dove pure si sono consumati ricatti gravi ed espliciti), ma in uno dei Paesi, almeno sulla carta, più determinanti dello scenario economico-politico. In assenza di una terza via – tra sovranismi razzisti e sostanzialmente neofascisti e difesa dei privilegi delle élite – è inevitabile che la democrazia venga schiacciata o ridotta a un simulacro che ratifica senza decidere. Ecco perché serve, con urgenza, definire un programma della sinistra semplice, chiaro, radicale; che recuperi rapidamente terreno tra le masse esasperate ed egemonizzate dalla destra; che ponga la questione della trasformazione dell’Europa come priorità assoluta e della sovranità democratica come unica possibile via. E’ una porta stretta, strettissima, ma non ce ne sono altre. Parlare chiaro, perché (si perdoni la metafora) mentre la sinistra giocava al San Paolo (e litigava sulla tattica, sull’allenatore, sui convocati), il campionato vero – quello della comunicazione semplificata, della pancia e delle urla – si giocava, da anni, a San Siro e che gli spalti a Napoli fossero vuoti era inevitabile.

Se LeU saprà aprire questo sentiero difficile, oggi fino al voto e fino alle europee e negli anni a seguire, avrà un senso. Altrimenti il ciclo storico si chiuderà in modo definitivo e nel peggiore dei modi.

 

Cronaca e Storia

Non credo si debba scomodare l’aggettivo storico per definire il risultato del 4 marzo; anche perché – è la mia impressione – più si nomina la storia e più si fa fatica ad alzare la testa dalla cronaca. In realtà, queste elezioni (viste tanto da sinistra, quanto dallo sguardo poliedrico del Paese) stanno dentro un ciclo assai più lungo, esso sì storico. Quello che dal reaganismo, dalla ristrutturazione del capitalismo mondiale, ha fatto esplodere il bubbone avariato del socialismo reale, ha progressivamente spazzato via le politiche di compromesso sociale, ponendo sostanzialmente fine alle democrazie del Novecento; ha messo fuori corso la sinistra politica e le sue basi sociali, spingendola (cosa quanto mai facile) a dividersi tra subalternità (riottosa o entusiasta) e minoritarismo identitario.

Ciò non vuol dire che non vi siano stati errori recenti o contingenti; l’elenco sarebbe lungo e, in parte, viene ripetuto da più voci. Ciò che, invece, credo, ci debba impegnare più seriamente è una riflessione sulle ragioni profonde di questi errori; da un certo punto di vista, essi non sono nemmeno rubricabili come tali, semmai mi sembrano più il portato di una coazione a ripetere, il prodotto di una mancata autocritica profonda, sulle ragioni per cui, ad esempio, il PD non da oggi ha cambiato pelle e sostanza o le grandi forze del socialismo europeo sono divenute impotenti o mere esecutrici delle ristrutturazioni neo liberiste. O, per altro verso, sul perché tutto ciò che sta e stava alla sua sinistra non supera, non da oggi, il milione e mezzo di voti e, soprattutto, non detta, se non in forma sporadicamente difensiva, nulla dell’agenda politica, sociale e culturale del Paese e del continente. Attardarsi sui singoli errori, senza comprendere di quale cultura del cedimento siano figli, serve a poco; così come sono fuorvianti i continui tentativi di palingenesi della sinistra, senza uno sforzo sincero e profondo di comprensione del suo snaturamento. Credo – lo dico con rispetto, ma con chiarezza – che, ad esempio, chi ha condiviso o subito, fino a meno di un anno fa, decisioni e politiche nel PD, debba riflettere un po’ più a fondo sulle ragioni di quella trasformazione e della stessa propria fuoriuscita.  L’autocritica non è un atto formale o espiativo; è uno strumento di analisi e un antidoto – neanche miracoloso – per evitare di riprodurre dinamiche ed errori. Ed è un esercizio che serve a tutta la sinistra europea. E se qualcuno pensa di attardarsi (ancora?!) a vedere cosa accadrà nel PD, significa che non ne è mai uscito veramente e, davvero, non è un interlocutore utile.

Non è materia da seminari, per quanto interessanti; e non sono certo risolutivi (per quanto possano aiutare) le riflessioni individuali, come le poche righe che sto scrivendo.  Se LeU, ad esempio, vuole provare a diventare una forza politica, plurale ma unita, capace di avere una identità, un profilo, un progetto di Paese e di continente, se vuole sperare di ricostruire un filo con il popolo italiano e con le classi subalterne, deve ripartire da una discussione seria su dove e perché quel filo si è spezzato; e non è certo quando è comparso Renzi. Un congresso? Una fase costituente? Purché sia una discussione vera, non un inutile corto circuito organizzativo del poco; o peggio una conta interna per qualche, sempre più improbabile, riposizionamento. Serve ascoltare chi ha votato a sinistra (in qualche caso obtorto collo), ma soprattutto chi ha votato per altri, le sue ragioni, persino le sue liquidità. Perché l’egemonia si ricostruisce non ascoltando sé stessi (i pochi), ma i molti; soprattutto quando non ti riconoscono la loro rappresentanza e, men che meno, lo sforzo del loro impegno. Le riflessioni gramsciane sull’egemonia nacquero dalla domanda su una sconfitta epocale; e quale lo è di più di una situazione in cui, da trent’anni almeno, le uniche operazioni egemoniche vengono da destra?

Per riuscirci serve una nave che, non solo non segua la corrente, ma che si diriga apertamente contro corrente, perché è l’unico modo per cambiare il corso della corrente stessa; un partito che, per radicamento, permeabilità  sociale e capillarità organizzativa, ricordi i partiti del Novecento; per flessibilità comunicativa, per semplicità nei linguaggi impari dai 5 Stelle (o, per evitare le allergie di qualcuno, da Podemos); non una forza “di governo” (riflesso condizionato di una stagione finita), perché chi governa lo decidono gli elettori; una forza popolare, perché solo quelle radici, tagliate e da ricostruire, danno autonomia, legittimazione e senso ad un governo democratico.

Non è una costruzione facile, né è scontato l’esito; ma è il problema che avevamo prima delle elezioni e che oggi si ripropone con gli interessi e senza più l’alibi della fretta.

Giuseppe Buondonno

Quel vago sentore di Weimar

Sarebbe storiograficamente privo di senso costruire parallelismi rigidi, e, dunque, politicamente fuorvianti. Tuttavia, sul piano delle emozioni e del “senso comune”, quello che sta accadendo in Italia non può non far riemergere qualche miasmo degli ultimi anni di Weimar. Il senso comune che Daniel Goldhagen in un capolavoro analitico (I volonterosi carnefici di Hitler) chiamava la “conversazione sociale”, la ripetizione di banalità e falsità che la comunicazione di massa trasforma in verità, appunto, in senso comune. Le cose che accadono contro i migranti, quelle che si leggono su alcuni giornali e sui social, quelle che si ascoltano in tv o nei bar, diciamoci la verità, fanno paura. Paura degli “spaventati” che la mancanza di punti di riferimenti critici, la regressione civile, rende disumani; che le campagne politiche e giornalistiche galvanizzano, deviando il corso della rabbia e dell’insoddisfazione, amplificando l’egoismo, e il bisogno mimetico di “prendere le distanze” dal destino dei poveri. Fa paura, sono sincero, che un iniziale “xenofastidio” divenga, giorno dopo giorno, ruggito violento (spesso “da tastiera”, d’accordo, ma sempre più agito ed eccitato ); che sempre meno si senta il bisogno di mascherare il proprio razzismo sostanziale; e che sempre più il neofascismo organizzato alzi la testa, la voce, qualche volta le mani. D’altra parte – sempre con la dovuta prospettiva storica – chi poteva pensare che alla fine degli anni venti tranquille cittadine tedesche, che votavano per la SPD, si riversassero in massa a sostegno degli squadristi? Tante cose sono diverse, l’ho già detto, ma certe dinamiche di fondo danno i brividi: la sostituzione delle reazioni sociali (o di classe) della crisi e del malessere, con letture etniche e identitarie che creano un simulacro di sicurezza, la “proiezione dell’ombra” su minoranze deboli, fino ai governi che – nella fragilità strutturale della democrazia – si accodano all’onda montante e, magari col pretesto di arginarla, la cavalcano, fino a scatenare i manganelli.

Credo che le recenti esternazioni di Minniti debbano essere lette in questo contesto. Guido Viale ha scritto, giorni fa a questo proposito, cose giuste e importanti. Ne voglio aggiungere qualcuna altrettanto diretta.

Che Marco Minniti (alla Festa della ex Unità di Pesaro e in altre occasioni pubbliche) abbia sentito il bisogno di giustificare le sue politiche sull’immigrazione, è già indicativo. Ha detto, in sintesi che, di fronte alle barricate dei cittadini contro i migranti, di fronte al rifiuto dei rifugiati, da parte di alcuni Sindaci, ha “temuto per la tenuta democratica del Paese” ed ha sentito il “bisogno di governare questo processo”. Facendo violenza a me stesso, prendo sul serio questa argomentazione, e faccio qualche domanda di merito: in che modo i suoi decreti avrebbero arginato l’onda razzista e xenofoba? Non ritiene il Ministro che l’abbiano ulteriormente sdoganata? Quanti e quali Sindaci avrebbero – dopo i suoi decreti – cambiato posizione sull’accoglienza? Come spiega, il Ministro, che dopo di essi, alcuni Sindaci del suo Partito hanno manifestato l’intenzione di sanzionare chi accoglie migranti e rifugiati? Si è accorto il Ministro che il Sindaco (area PD) di Predappio, ha sostenuto, che bisognerebbe sciogliere l’ANPI, che un altro ha intitolato una strada a Rauti, tra una selva di croci celtiche, e un altro ancora ha celebrato le spie fasciste? Quanti italiani, in virtù dei suoi decreti, hanno superato, almeno in chiave riflessiva, la propria xenofobia? Attenzione, non sto chiedendo quanti razzisti, più o meno consapevoli, pensino che, tutto sommato, possono anche votare PD (che è ciò che, probabilmente, sta a cuore a Minniti). Ancora: “governare il fenomeno”, per lui significa finanziare le bande armate libiche, perché moltiplichino i lager per i migranti? Dare copertura politica all’attacco alle ONG e favorire, quanto meno oggettivamente, l’annegamento nel Mediterraneo di un numero ancora maggiore di esseri umani, è parte del suo illuminato “governo del fenomeno”? E in che modo l’aumento dei CAS favorirebbe le politiche d’integrazione e aiuterebbe la “tenuta democratica”? E dello stesso progetto riformista sarebbe parte anche la rinuncia a cancellare il reato di immigrazione clandestina, e il rinvio, sine die, dello ius soli? In sintesi, ministro Minniti, in cosa questo “governo del fenomeno” si distinguerebbe da quello dei governi Berlusconi, se non in peggio e per il dato aggravante che lei lo attua con ancora l’alone di una storia che non rappresenta più da tempo? E infine: ha tenuto conto, Ministro – nel suo raffinato macchiavellismo – dei costi umani, civili, culturali e di diritto di questa sua strategia?

Se non se ne fosse accorto, la sua politica alimenta questo sempre più palese mostrare la zanna del neofascismo. Forza Nuova – dopo la vergognosa intimidazione, in chiesa, a Pistoia (cioè in una città in cui la forza del PCI e della sinistra è stata imponente per tutta la storia repubblicana, e che ora è governata dalla destra) – è arrivata al punto di provare a “celebrare”, il 28 ottobre prossimo, la marcia su Roma; manifestazione che, dopo una sacrosanta reazione democratica, pare non sarà consentita. E’ un segnale serio, preoccupante, che mostra come la lunga sottovalutazione del neofascismo e la debolezza nel contrastare il “senso comune” xenofobo – che progressivamente si sposta dalla pancia all’epidermide del Paese – stanno favorendo una saldatura, distruttiva non solo per le regole della democrazia, ma per la sua essenza solidaristica, culturale; per le sue radici popolari.

Per questa ragione – indipendentemente da cosa faranno Governo, Magistratura e forze dell’ordine, dal fatto stesso che quella manifestazione si faccia o, come fortunatamente sembra, sarà proibita – conta assai di più quanto dovranno fare democratici e antifascisti; sarebbe importante che, il prossimo 28 ottobre in tutta Italia si svolgessero iniziative antifasciste, possibilmente non solo ricordi di quell’ “allora”, ma lezioni ai giovani, presentazioni di libri, manifestazioni e riflessioni su “allora e oggi”, che diventi, insomma, una giornata di antifascismo contemporaneo; perché il fascismo è dentro le forme della contemporaneità e in quelle vesti rappresenta un pericolo dell’oggi. Ora come allora è uno strumento al servizio dei forti, contro i deboli. Una sinistra popolare si costruisce solo se si ricostruisce una coscienza solidale di popolo, in cui i deboli, i poveri, al di là delle loro origini etniche, tornano ad unirsi su un’idea universale dei diritti, e riconoscono nella Costituzione, nella vigilanza di una democrazia agita e partecipata, la risposta ai loro comuni bisogni, la garanzia di una concreta prospettiva di vita diversa e dignitosa, per tutte e per tutti. In sintesi, l’idea dei padri costituenti che l’agire democratico è, dentro e oltre le forme, una grande formazione di massa ai principi di quella Carta, antifascista perché profondamente umana. Il contrario di questo indegno mercato del consenso.

Ecco perchè la spiegazione di Minniti una cosa la spiega con chiarezza e lucidità: e cioè che il “governo dei processi” per il PD è ormai il “nuotare con la corrente”, cavalcare la pancia; altra, forse iperbolica ma sicuramente impressionante, similitudine con quei tempi bui. Questi giocolieri sono ormai antropologicamente estranei all’idea gramsciana che l’egemonia e il “governo dei processi” si costruiscono nel conflitto e non nell’assunzione – neanche tanto mimetica – del punto di vista altrui. Questo Ministro e il suo Partito sembrano galleggiare (direi sguazzare) nella celebre espressione manzoniana secondo cui “il buon senso si nascondeva, per paura del senso comune”.

Il terremoto e gli equilibristi del nulla

Torniamo a parlare di terremoto, non solo per ragioni cronologiche, ma perché sempre più spesso si varca la soglia della decenza. Dietro le parole (colpevolmente) vacue del Ministro Del Rio, ci sono i fatti (purtroppo) assai più concreti: le dimissioni di Errani, al di là delle motivazioni formali, pongono il sigillo evidente al fallimento della gestione del dramma da parte dei governi Renzi e Gentiloni e – quale più, quale meno – dei governi regionali coinvolti; nelle regioni colpite dal sisma (un anno e poi dieci mesi fa, non uno, due, tre mesi!), ci sono ancora tonnellate e tonnellate di macerie; nelle Marche, ad esempio, rispetto ad alcune migliaia (circa quattro mila, se non vado errato) di casette necessarie, ne sono state consegnate poco più di quaranta (ripeto, 40); aziende ed attività economiche sono ferme o in estrema difficoltà, in zone già estremamente critiche, a causa di un modello di sviluppo che le aveva spopolate ampiamente, scaricando il mitico “sviluppo” sulla costa o a fondo valle; decine di migliaia di persone sono sfollate; non esiste uno straccio di strategia o di disegno per la ricostruzione. Praticamente è al collasso un’area enorme dell’Appennino centrale, città con una storia, un patrimonio artistico e civile, con un potenziale turistico molto grandi.

Mentre il suo partito, nelle città e nelle Regioni in cui governa, continua a sfornare varianti urbanistiche, piani casa e leggi urbanistiche espansive e speculative, Del Rio ha avuto la faccia tosta di dichiarare che: “ si è costruito troppo”. Ecco, “troppo” è l’unico avverbio che condivido: è davvero troppo; troppa incapacità, troppa ipocrisia, troppo affarismo, troppa distanza dalle comunità e dai loro problemi reali.

Nel programma di governo della forza che (spero) scaturirà dall’assemblea di giugno al Brancaccio, vorrei che un punto si intitolasse “Appennino”; la più grande opera pubblica necessaria per questo Paese (di cui l’Appennino, appunto, è la colonna vertebrale storica e geologica); un programma fatto di progetti di ripopolamento delle aree interne (senza impatto ambientale, né consumo di suolo, anzi, con piani di recupero dei centri storici), di messa in sicurezza delle strutture e piani di comunità per la cura dei fiumi, dei bacini idrici, del paesaggio, dei parchi. Anche a questo, tra l’altro, dovrebbero servire le istituzioni europee, non solo ad imporre politiche di austerità che strozzano i Comuni e li costringono a privatizzare beni pubblici ed aggravare i loro problemi.

E vorrei una sinistra che, dalle Alpi alla Sicilia (tanto per essere chiari) non avesse niente a che fare con questi pericolosi equilibristi del nulla; non solo nei documenti, ma nei fatti e, ancor più, nella coscienza della gente.