Le mucche a Capalbio

C’era un monologo in cui Giorgio Gaber immaginava – richiamando Buñuel – delle mucche che, volando sopra un campo da tennis, “bombardavano” con le loro deiezioni due borghesi e la loro ipocrisia. Non era una tirata contro il tennis, ovviamente, ma contro certi ambienti, circoli, modi di essere e (come avrebbe detto De Gregori, anni dopo) “uno stile di vita e un certo modo di non sembrare”. Ho ripensato a questo testo esilarante, quando ho letto le parole (quasi il volgare rumore corporale) di Chicco Testa (sì, quello che stava nella F.G.C.I., poi in Legambiente, passato dopo, armi e bagagli, in altri lidi), sui profughi che non devono “bighellonare” sulla spiaggia di Capalbio.

Non ho perso tempo a ragionare sul fatto che profughi e richiedenti asilo fuggono da tragedie certo non comparabili con la perdita di campo del cellulare e la fine della crema solare. Non ho sprecato energie a pensare alla psicologia dei “convertiti” (o, forse, di quelli che sono sempre stati così, ma in quell’altra epoca era trendy essere di sinistra); ho subito immaginato le mucche di Gaber che, volando surrealisticamente, sulla spiaggia di Capalbio, la “bombardano” (pacificamente e pedagogicamente) di cacca. Magari a chilometro zero (in omaggio alla vecchia militanza di Testa), prodotto della Maremma. Lo so, non è un’immagine politicamente corretta, non sarà educata; a qualcuno potrà persino apparire violenta. Ma – a parte che mi sembrano molto più volgari e violente le frasi di qualche “bighellone di regime” – i ricordi involontari vengono dall’inconscio; e quello, si sa, se ne impippa delle sovrastrutture. Lo so, certi istinti non vanno “agiti”, vanno repressi e ricondotti nell’alveo – spesso triste e meno immaginifico – della realtà. E lì le mucche, purtroppo, non volano.

Un passo avanti

L’ assemblea nazionale di Sinistra Italiana (comunque deciderà di chiamarsi al congresso fondativo) ha rappresentato un passo avanti – nonostante gli scetticismi non del tutto immotivati di questi mesi  – verso la costruzione di un soggetto politico, il più unitario, aperto e riconoscibile. Sono troppo ottimista? Può darsi, ma (lo dico onestamente) ne ho bisogno, e secondo me non sono il solo; perché quest’assenza  di forza sociale, culturale e politica è, di fatto, una “concausa” della degenerazione della società italiana.

Mi sembra siano emersi – in particolare nell’ottimo intervento di Fratoianni, ma anche nella relazione introduttiva – due elementi importanti di consapevolezza; condivisi forse non da tutti, ma, mi pare, dalla grande maggioranza.

Il primo ci dice che il soggetto di cui abbiamo bisogno non è, ancora, quello che abbiamo visto finora; che, cioè, il processo costituente deve conoscere non solo un’accelerazione (ovviamente necessaria), ma un salto di qualità da diversi punti di vista. Nella capacità di nutrirsi della vita reale e sociale del Paese, dei suoi territori e di movimenti e mondi associativi che esistono e resistono;  nello sforzo paziente di coinvolgere – di tornare a coinvolgere, nonostante le lacerazioni di questi mesi – tutto ciò che esiste a sinistra, senza però essere prigionieri  di feticismi di appartenenza; nella necessità di essere ed apparire eredi di una storia, declinandola nelle contraddizioni, nelle figure sociali e nei linguaggi della contemporaneità. Costruire una forza politica, insomma, non identificata col teatrino cui si è ridotta la politica italiana e non schiacciata, sul nascere, da posizionamenti personali o correntizi. Un’impresa titanica, certo, ma più passa il tempo, più diventa difficile; non ci saranno cataclismi futuri o palingenesi a renderla più agevole; in assenza di soggettività e forza politica della sinistra, tutti i cataclismi sono solo regressivi. No, non tutte queste necessità inderogabili sono risolvibili da qui all’autunno; non si possono ribaltare ritardi e derive pluridecennali, in pochi mesi. Ma mi è sembrato di avvertire la consapevolezza che, se non si parte col piede giusto, se non si allarga il processo costituente, si torna più indietro della casella di partenza.

Il secondo aspetto riguarda l’autonomia del disegno politico, di questa forza; senza giri di parole:  il PD e il defunto centro-sinistra. Questo chiarimento era quanto mai necessario; non per sospetti o equilibri interni che, a questo punto sarebbero quasi surreali, ma perché un soggetto politico non può nascere, né bene né male, sbagliando clamorosamente la lettura del quadro  politico. Non si tratta nemmeno di inseguire altri nel rifiuto preventivo di una strategia di alleanze. Ti allei (se serve) quando  hai un profilo e una strategia, una forza, un seguito, cioè quando esisti politicamente; altrimenti sei inglobato, non alleato. Ma in questo caso il problema non si pone, perché il PD ha decretato la morte del centro sinistra ben prima che arrivasse Renzi (il quale è, tra l’altro, anche una conseguenza di quelle scelte). Ma ancora più a monte – lo ha sintetizzato bene Fratoianni e lo ha spiegato Luciana Castellina su queste colonne – le politiche concrete di quel partito sono coerenti con le alleanze che persegue (da Alfano a Verdini, passando alla bisogna per Berlusconi); ne esprimono, cioè, l’approdo identitario che l’ “occupazione di una storia” non riesce più a nascondere. E, lo dico per inciso, non è solo una tendenza “nazionale”; il mutamento genetico riguarda (magari con leggere sfasature temporali o modalità espressive) anche l’insediamento territoriale, qualche volta persino in forme peggiori; non solo sul piano etico, ma nelle politiche urbanistiche, ambientali, sociali, nei processi di smantellamento privatistico di servizi e beni comuni. Qualunque cosa succederà nel PD o del PD (ammesso che succeda qualcosa), non può e non deve essere  il perno, ma neanche un capitolo (tutt’al più un’appendice) della costruzione di Sinistra Italiana (o come si chiamerà). Semmai il perno deve essere la formazione di un fronte ampio e radicato di lotta contro quelle politiche, che neoliberiste lo sono non per etichetta, ma per sostanza ed effetti sulla vita di chi dovremmo rappresentare, organizzare e rendere protagonista. Non dunque improbabili alleanze, ma la ricostruzione di un fronte sociale, di un orizzonte culturale e di una forza autonoma e radicata dentro i problemi e le figure sociali della modernità, questo vorrei avesse come centro il congresso fondativo; un congresso costruito con un’apertura reale al mondo che ancora si muove e che spesso è lontano persino dal voto. Vorrei poter leggere documenti, magari alternativi, ma veri e chiari, sui problemi della vita e del mondo; comprensibili anche dai miei studenti, perché se non si rivolgono anche a loro, non servono a molto.

Responsabilità, mi sembra una delle parole-chiave che dovrebbero guidarci. Il contrario, oggi, del moderatismo politicistico. Responsabilità verso i cittadini, verso la storia che rappresentiamo, verso la democrazia, in disfacimento tanto sul piano nazionale che planetario. Se penso a Nizza, a Monaco, al Medio Oriente – ma anche, in piccolo, a quanto accaduto nella mia città (Fermo) – percepisco che il disfacimento dei soggetti politici (quindi della gestione e della razionalizzazione collettiva del conflitto), rende liquida – atomizzata e globale – la rabbia, la frustrazione, e rende egemone persino la follia più o meno ideologizzata. E’ accaduto, può tornare ad accadere; per molti versi sta accadendo. Troppa responsabilità sulle spalle di un soggetto nascente? Senz’altro, ma questo dev’essere l’orizzonte e lo spessore: i caratteri del XXI secolo; altrimenti nascerà un altro partitino utile solo a qualche “giro di giostra” in istituzioni che contano sempre meno. Questo strabismo tra l’immediatezza e il lungo periodo è, oggi più che mai, necessario; ma serve anche non dividersi tra esigenza del partito politico e ricostruzione di movimento, prassi concrete e locali, pazienza e urgenza. Servono entrambi i livelli ed un rapporto solidale tra loro, che è come dire “una cura da cavallo” per i mali endemici che ci portiamo dietro. Un piccolo passo avanti è stato fatto; la responsabilità è sapere che non basta e, al contempo, che non va vanificato.

La provincia e l’orrore globale

 

A proposito di questa vicenda tragica, accaduta nel posto dove vivo, ha ragione Don Vinicio Albanesi (della Comunità di Capodarco) quando dice che spesso: “la provincia è infida”, perché copre, smorza, nasconde anche ambienti violenti, che andrebbero fatti emergere e contrastati con decisione. Quegli ambienti in cui la sottocultura razzista e neonazista viene spesso tollerata, considerata un puro fenomeno di costume. Finché non uccide. Non è il primo episodio nelle Marche, non lo è a Fermo: nei mesi scorsi, le esplosioni davanti a chiese i cui parroci sono impegnati in accoglienza e solidarietà; l’uccisione di due lavoratori dell’est (che rivendicavano di essere pagati), da parte di un imprenditore della zona (che poi si è tolto la vita in carcere); tre anni fa, l’aggressione (sempre da parte di soggetti dello stesso ambiente fascistoide) contro un ragazzo Eritreo; ancor prima, le scritte razziste contro la mensa della Caritas. Un crescendo preoccupante. Ma l’ambiente di provincia attenua, copre. Per questo sono inopportuni gli inviti ad “abbassare i toni”, quando serve invece affrontare le contraddizioni, farle emergere. Qualche anno fa ho sentito, qui a Fermo, a proposito della penetrazione mafiosa, ripetere da voce autorevole il luogo comune dell’”isola felice”, degli “episodi”. Che altro deve succedere ancora, per capire che, soprattutto nella società globale, le isole felici non esistono e, semmai, l’ambiente di provincia presenta più rischi di coltivazione, proprio perché i “toni bassi” coprono e nascondono? Viene da dire che nelle nostre piccole città la “banalità del male” è ancor più banale, perché più protetta, imbozzolata. Di fronte agli episodi (che, quando sono più di uno, cessano di essere tali), una parte della società civile reagisce, non c’è dubbio, ma un’altra si precipita ad omaggiare Salvini, che aveva appena attaccato i progetti Sprar e l’accoglienza dei rifugiati. C’è chi ha ucciso Emmanuel, ma c’è chi ha soffiato per anni sul fuoco mediatico e globale del razzismo. E ci sono ambienti sventati e malamente ideologizzati, nutriti da questa sottocultura dell’intolleranza e, appunto, della banalità disumanante, spesso “coccolati” da alcuni ambienti politici; non lo scrivo solo sulla base di un’analisi generale, ma perché conosco personalmente l’aggressore (in provincia ci si conosce, quasi tutti). Questi soggetti assorbono e agiscono, senza avere gli strumenti per la mediazione necessaria; e se la responsabilità giuridica è personale e grave, quella politica e morale non è solo individuale. Nessuna città è, in sé, razzista; Fermo, in particolare, è stata una culla di solidarietà, come la stessa Capodarco dimostra; ma senza una controffensiva culturale dura e decisa (altro che “abbassare i toni”!) tutte possono diventarlo; perché quella sottocultura è egemone, e lo è diventata anche grazie ai cedimenti progressivi e generali. Mercoledì davanti al Seminario di Fermo, alla veglia per Emmanuel, mentre Chimiary, distrutta da questa tragedia e da quelle che l’hanno preceduta nella sua giovane vita, ha cantato in lingua Igbo parole per il suo sposo ucciso, senza il quale non sa come continuare a vivere, ho pensato che se gli aggressori di San Benedetto del Tronto avessero chiesto a lei del Vangelo, avrebbe potuto spiegarglielo in due o tre lingue. Quando al mattino, davanti al reparto di rianimazione, l’ ho conosciuta e abbracciata, ho sentito addosso tutta l’impotenza dell’Europa e della sua storia; ho toccato con mano, sentendo quelle lacrime, ciò che già sapevo perfettamente: che questo Paese è peggiorato tanto e continua a peggiorare. Vedo la rabbia avvilita intorno a me, di quelli che tutti i giorni cercano di costruire accoglienza e diritti, e sento che l’avvilimento sarà più forte della rabbia (e persino della coscienza) se non si ricostruisce un fronte, uno strumento politico vero. Il pericolo che persino l’indignazione diventi minoritaria è reale, spinta ai margini. Perché episodi come quello di Fermo sono destinati a crescere, se la cultura dell’umanità e dei diritti continua a farsi schiacciare in un angolo nobile, se non reimpara ad educare le masse (parole vetuste, lo so, anzi arcaiche; ma non è forse arcaica anche la violenza assassina?). Bisogna, forse, imparare a passare dalla pancia, per arrivare di nuovo alle teste. Con la stessa forza (purtroppo impotente) con cui ho sperato che Emmanuel sopravvivesse, spero ora che il suo sacrificio segni una linea. Ci sarà il suo funerale domenica; stasera un presidio antirazzista nel luogo in cui è stato ucciso; l’ANPI, il Sindacato e tante associazioni hanno indetto una manifestazione di tutti i cittadini per martedì prossimo. La gravità di un assassinio a sfondo razzista richiede che i toni li alzino, di livello, sia i cittadini che le istituzioni. Cominciando dall’antifascismo, che non è una espressione del sanscrito  antico, ma una cultura dei diritti, una necessità del presente, anzi del futuro, con l’aria che tira da Fermo alle metropoli europee ed americane. “Restiamo umani”, condivido, ma non inermi o, peggio ancora, indignati ma inerti.

il manifesto sabato 9 luglio 2016

 

Il recinto e l’orrore

Il “pentito” eritreo, della tratta dei migranti, che ha rivelato come chi non riesce a pagare viene venduto al mercato degli organi, oltre a inorridirci, deve spingerci oltre l’orrore. In verità, la letteratura ce lo aveva anticipato (o rivelato) da due decenni; Camilleri lo racconta, senza troppe differenze dalla realtà, in Gita a Tindari; così come ci fa capire tutto quello che c’è da capire sul rapporto tra tratta e mafie. Lascia attoniti, è indubbio. Ma, come per i lager, l’orrore va analizzato e, così, diviene il rivelatore di un’essenza neanche troppo nascosta: quella del capitalismo che no ha più limiti, perché viene percepito senza alternative; dunque portato alle sue estreme (ma insite) conseguenze: esseri umani poveri e disperati, usati come “pezzi di ricambio” per altri esseri umani ricchi, “consumatori” inconsapevoli (o distratti) dell’origine della “merce”. In mezzo, “stimati professionisti” e cliniche “rispettabili”, che contribuiscono all’impalpabilità del mercato. E, naturalmente, il profitto, i “piccioli”, una massa enorme di piccioli. Nessuno stupore, dopo “Mafia capitale”, che una delle centrali organizzative fosse un altrettanto “rispettabile” negozio di Roma, il cui proprietario, immagino, si sarà lamentato con i clienti per il peso insostenibile delle tasse, che “non ti lascia campare”. Parafrasando il poeta: “Questo è il Paese, onde cotanto ragionammo insieme?”. Quest’orrore che conoscevamo in Brasile o in Guatemala, avviene (non da oggi, mi pare evidente) a poche centinaia di metri (almeno metaforicamente) dalle stanze del Nazareno. E’ un’iperbole, lo so. Eppure, leggendo questa notizia terribile e i resoconti della performance del PD (ma quale Direzione, siamo seri!), non ho potuto non pensare al divario insostenibile tra ciò che c’è e ciò di cui ci sarebbe bisogno. Cuperlo ha invitato Renzi ad “uscire dal talent”. E’ una trovata carina, ma è una trovata e chi l’ha pronunciata dovrebbe esserne consapevole. Per tante ragioni: perché la politica è stata ridotta a talent (e non solo da Renzi); perché il renzismo coincide integralmente  e geneticamente con questa idea della politica; perché Renzi, ormai, è il PD e piuttosto che lasciare il timone della nave, finirebbe con l’affondarla. Mi sembra, dunque, che è Cuperlo che dovrebbe uscire dal “gioco di ruolo” di una minoranza che, come un botolo, abbaia al padrone; abbaia anche cose giuste, ma lo fa dentro il recinto del talent. Lì dentro non ci sono né volontà, né energie etiche e politiche per quella ricostruzione morale della cittadinanza e del Paese che, sola, può arginare una deriva che riguarda la vita di milioni di persone. Anzi, di miliardi; perché la sinistra italiana ha conosciuto una propria funzione mondiale, tanto tempo fa. Non so se, allo stato delle cose, sarà più possibile (almeno in tempi storicamente percepibili) ricostruire una forza che ponga al centro le persone e i loro diritti (invece di venderli a pezzi, persone e diritti), ma di certo no accadrà dall’interno di quel recinto. Fuori dall’iperbole, per non confondere l’orrore e la critica, la fiction politica sta distruggendo quel minimo di anticorpi etici e culturali che ancora sopravvivono nella società italiana; il PD è intriso di questa fiction; se si vuole costruire una stagione nuova della democrazia, cioè della civiltà, occorre rompere, non con un “cerchio magico”, ma con l’intero recinto; non per andare in un altro più piccolo e rassicurante, ma per cambiare la cultura dominante e i rapporti di forza, sociali assai prima che politici.

Il buco della serratura

Come si dice di certi motori, la strategia renziana “batte in testa”. Non sfonda sul piano dell’autosufficienza, non riesce a recuperare a destra quello che perde a sinistra o cede all’astensione, vince solo (e poco) dove, in qualche modo è alleato a sinistra. Ma, la storia e il radicamento della sinistra italiana li sta liquidando; in questo balletto di numeri, non sfuggano i risultati della Toscana. Nella sua regione, tranne Sesto fiorentino, dove vince Sinistra Italiana, il PD cede roccaforti importanti, storiche appunto, come Grosseto o Cecina, alla destra e alla Lega; lo stesso accade a Crotone e lo stesso risultato di Bologna, insieme alle parole chiare e critiche di Merola, dovrebbe preoccupare il Presidente del Consiglio, che farebbe bene a guardare in faccia i risultati, piuttosto che sottovalutarli. Renzi ha dichiarato che vince dove ha rinnovato lui; ma basta il dato di Napoli, la disfatta di una sua candidata, imposta e difesa da tre o quattro ricorsi, a smentirlo palesemente. Per non parlare di Roma, dove ha mandato a casa Marino preparando la disfatta sua e di Orfini.

Vi dico la verità, vedere Raggi e Appendino, sentire le loro dichiarazioni domenica sera, mi ha emozionato, non perché sia sicuro di come faranno le Sindache, ma per il tono e il senso di quel loro contenuto e consapevole entusiasmo; per il messaggio semplice e partecipativo, perché mi sembra esprimano la consapevolezza che il problema è rifondare la democrazia. Confesso anche che – con una storia tutta nel PCI, poi nel PDS e nel PD, fino a quattro anni fa – al ballottaggio le avrei votate, senza i turbamenti che, pure, ho sentito in certe dichiarazioni. Perché serviva una scossa ed è arrivata, perché se la sinistra non è (ancora) in grado di costituire un’alternativa credibile, non è rafforzando il PD, né stando a guardare che se ne aiuta la ricostruzione, ma facendo spazio rispetto ad un sistema di potere, che a Roma ha fatto danni politici e morali incalcolabili. Merola ha detto cose significative, anche se è destinato a sperimentarne, probabilmente, la velleitarietà; perché Renzi non tornerà indietro, ha avvelenato i pozzi e non può farlo senza un suicidio politico, né la minoranza PD è in grado di spegnergli il lanciafiamme. No, non è guardando ancora al loro dibattito interno che si apriranno vie nuove a sinistra. La Direzione di venerdì lo confermerà, credo.

La sinistra deve andare oltre la propria, ormai cronica, ininfluenza; può farlo solo alzando il livello del conflitto sociale e provando a vincere il Referendum d’ottobre, il cui esito, oggi ancor più, non è scontato. Ci sono, tra i milioni di cittadini che non hanno votato, al primo turno e ai ballottaggi, fasce di malessere (non solo quelle, certo), giovani non raggiunti dal senso della politica e della democrazia, uomini e donne di una sinistra potenziale, che non debbono essere conquistati come elettori, debbono essere mobilitati e ascoltati come cittadini, come portatori di bisogni e di diritti. Hanno bisogno di sapere cos’è e a che serve la democrazia, la partecipazione; oppure di riscoprirlo, assai prima di chiedergli il voto. C’è bisogno di tempo e di non perderne più appresso ad alleanze improbabili, perché hanno senso solo se si esprime una forza determinante o, almeno, condizionante. Il PD è assai più debole e, se la sinistra non è più forte, di sicuro ci sono più spazi ed il disegno autoritario, di ristrutturazione della democrazia, non è avanzato domenica. Bisogna approfittarne.

Anche all’esperienza dei 5 Stelle, senza sconti o crediti eccessivi, serve tempo; serve non dare per scontato che una maturazione politica sia impossibile. La verifica vera sarà il loro impegno nel Referendum; sono una forza decisiva per l’ottobre, ma possono essere tentati dal giochetto politicista dei premi di maggioranza, sottovalutare la loro funzione potenziale e accontentarsi di un autocompiacimento narcisista. Non me lo auguro, ma non lo escludo. Anche in questo caso, non è indifferente il clima sociale del Paese, il tasso di conflittualità che saremo in grado di riaprire. Sono mesi decisivi e, dalla nascita di Sinistra Italiana, è già passato troppo tempo, senza che il disegno di un processo costituente di massa sia nemmeno visibile. Bisogna ricostruire e schierare un popolo, in pochi mesi, non lo faremo continuando a guardare dal buco della serratura del Nazareno; lo faremo solo nei bar, nei luoghi di lavoro e nelle piazze; lo abbiamo fatto sempre e non vedo perché dovremmo essercelo dimenticato. O le nostre biografie sono così cambiate?

L’ assedio di Diyarbakir

Dal Kurdistan a Roma, “Sotto assedio”. Un convegno, al dipartimento di Architettura di Roma 3, lunedì prossimo, 30 maggio, tornerà a mettere al centro il carattere paradigmatico e globale della questione curda. “Guerriglia urbana, gentrificazione e sviluppo neoliberale” è il tema dell’incontro; ne parleranno: Francesco Careri e Giorgio Ortolani (Università Roma 3), Fatma Gülmez (Centro culturale curdo Ararat), Peter Lang (autore di Mortal cities), Xerip Siyabend (autore del documentario Nekuje) e Francesco Marilungo (Università di Exeter). Ed è proprio con quest’ultimo che ne parlo (a Porto San Giorgio, nelle Marche, la città dove entrambi viviamo) e, oltre che di questo appuntamento, Francesco mi racconta della sua storia e del suo lavoro, in Kurdistan e per quella rivoluzione che è, oggi, una trincea internazionale ed il vero obiettivo militare del sultano di Ankara.

La gentrificazione – cioè la trasformazione urbanistica, intesa a tramutare le aree popolari delle città in zone abitative e commerciali per le classi più abbienti – è, per il neoliberismo imperiale dei nostri tempi, ciò che fu la haussmanizzazione di Parigi e delle città francesi nel secondo impero; oggi in Kurdistan, come altrove, la devastazione bellica non è solo strumento di dominio ed annientamento politico-militare di un popolo, ma contestualmente è un’ opportunità speculativa e di riscrittura antropologica ed urbanistica. Il caso di Diyarbakir (di cui Francesco parlerà al convegno) è emblematico del modello di sviluppo e di dominio neoliberista. “E’ la ‘capitale ufficiosa’ del Kurdistan e non solo di quello ‘turco’; è riconosciuta da tutti i curdi come simbolo e punto di riferimento politico. Una storia antica e dolorosa (è stata, tra l’altro uno dei centri logistici, nel 1915, del genocidio armeno); ha, oggi, circa un milione di abitanti, molti dei quali profughi dai villaggi rurali distrutti ed evacuati dai turchi negli anni ’80 e ’90.  Il suo ‘centro antico’ (finora uno dei meglio conservati della Mesopotamia e del Medio Oriente e, dal luglio scorso, patrimonio UNESCO) ha subito danni enormi dall’aggressione turca degli ultimi mesi.” Marilungo riflette un attimo, ed io lo incoraggio a continuare: “Questi danni sono incalcolabili ed imperdonabili, certo; ma non è solo di questo che vogliamo parlare il 30. Ciò che ci preoccupa è il destino degli abitanti della ‘città vecchia’; l’80% di loro vota per il partito curdo, sono, per lo più, giovani, disoccupati, poveri e la gentrificazione, in questo caso, come in altri, vede coincidere la distruzione politico-culturale dei curdi, con l’apertura di processi speculativi dei ‘compagni di merende’ di Erdogan, con l’islamizzazione e la ‘turchizzazione’ nazionalista. Da un anno a questa parte, la situazione nel Kurdistan turco sta precipitando (mentre la “fortezza europea”, che ha bisogno dell’ “amico” Erdogan, a cui ha delegato la gestione dei profughi, tace complice e finge di non vedere la sua guerra sporca, non all’Isis, ma ai curdi); non solo non si parla più di alcun ‘processo di pace’ tra lo stato turco e il PKK, ma la questione del califfato islamico è utilizzata –come ben sa chi legge questo giornale – da Erdogan, per una sorta di “soluzione finale” della questione curda. Diyarbakir è parte essenziale di questo progetto, non solo per il valore simbolico e identitario, ma anche perché è uno dei centri in cui il PKK è forte, è “sceso dalle montagne”, portando la guerriglia e la rivoluzione in città. La reazione turca è stata di una violenza impressionante e, oggi, coglie la palla al balzo per ottenere, contestualmente, una vittoria militare e la “de-curdizzazione” della città. E’, appunto, un esperimento di gentrificazione; da ciò che inizia a trapelare dei piani governativi e secondo molti analisti, la ricostruzione di Diyarbakir  vedrà la cancellazione, sul piano urbano, dell’identità curda; sarà tutta in chiave “turco-islamica”, un annientamento del tessuto demografico ed urbano della ‘città vecchia’, i cui abitanti curdi e appartenenti alle classi subalterne saranno ‘ricollocati’ in altri siti, in palazzoni speculativi”. Francesco parla con passione di una realtà che conosce direttamente. In realtà lui è un “letterato” prestato alla storia politica; ma un “Comenius” nel 2011 (dopo uno stage ad Istanbul), gli ha consentito di vivere e lavorare, per due anni, a Diyarbakir “questa città affascinante e sofferente, come – aggiunge – le sue mura di basalto; ma irrequieta e viva, teatro (ieri ed ancor più oggi) di un conflitto politico e culturale fortissimo; con scontri di piazza all’ordine del giorno, con quasi la metà della sua estensione occupata da strutture militari e sede di una delle peggiori prigioni politiche del mondo, che dopo il golpe degli anni ’80 fu tristemente conosciuta per le torture riservate ai prigionieri curdi. Mehmed Uzun (capostipite della letteratura curda contemporanea) l’ha definita ‘la capitale di un popolo oppresso’. Tuttavia resiste, vive di partecipazione quotidiana, di raduni musicali e festival cinematografici, di reading letterari in curdo, di forum dei popoli oppressi di tutto il mondo (baschi, palestinesi, indios, tamil, irlandesi)”. In quel periodo, in una città in cui non può più tornare (perché dichiarato indesiderato dal governo turco), Francesco, mentre faceva da guida a giornalisti e fotoreporter europei e di tutto il mondo, ha conosciuto un’altra realtà ed un’altra drammatica minaccia: Hasankeyf, sulla stessa sponda del Tigri. Un gioiello incastonato nella pietra, con oltre diecimila anni di storia. “Una diga – progettata negli anni ’60 e ormai ultimata- ne minaccia la distruzione. La città è abitata da curdi ed arabi e il governo del “sultano” ha già costruito una new town in cui deportare gli abitanti, costringendoli ad indebitarsi per comprare le nuove case”. Da quella esperienza, con due amici italiani, è nato un documentario – This was Hasankeyf  (per la regia di Tommaso Vitali) – che sta girando diversi festival internazionali. Lo stesso progetto di ricerca che Marilungo sta sviluppando, per l’Università di Exeter (nel Devon, zone amate sia da Virginia Wolf che, per tornare alle sue origini fermane, da Joyce Lussu)  – “uno dei pochi atenei al mondo ad avere un dipartimento di Studi Curdi” mi dice – riguarda le rappresentazioni letterarie di Diyarbakir e lo scontro di “appropriazione” di quella città. “Dai riti nazionali turchi, alle scuole intitolate ai soldati caduti nella guerra contro i ‘terroristi’ curdi, ai monumenti ad Ataturk ‘padre della Patria’, tutto racconta del vestito nazionalista che la Turchia ha, da sempre, cercato di cucire attorno ad una città plurale, al fine di cancellarne la sua identità ‘altra’; e Erdogan – alleato e finanziato dall’Unione Europea – continuando sulla stessa strada, trasformando il cuore urbano del blocco sociale che è il suo principale oppositore, in un Eldorado degli investimenti neoliberali in salsa neo-ottomana. La Municipalità – eletta da una schiacciante maggioranza curda – risponde, a volte, con altrettanta retorica nazionale ed identitaria; cerca di trasformare il volto della città in maniere più affini ai suoi abitanti, riscopre il patrimonio multietnico della città – in particolare quello armeno – sdogana l’uso della lingua curda, attraverso monumenti e ritualità costruisce una rappresentazione spaziale della memoria traumatica del popolo curdo. Orgoglio, repressione e, oggi, la guerra sempre più devastante, dominano lo spazio urbano. La letteratura turca rappresenta Diyarbakir, orientalisticamente, come una città esotica ma arretrata, da ‘civilizzare’” con l’ottica, cioè, tipica del colonialismo che, da sempre, unisce i due volti del paternalismo e della violenza repressiva; “del resto – mi suggerisce Francesco – anche i sionisti dipingevano così la Palestina, ancor prima di impossessarsene, come una donna bella, ma “sposata ad un altro uomo”, per citare il famoso libro di Ghada Karmi. La letteratura curda, invece, tenta di coglierne il cuore anticoloniale; qui Diyarbakir diventa luogo della repressione e dell’assimilazione, ma anche dell’orgoglio e della redenzione.” Periferia da normalizzare, per i turchi, insomma, e cuore vitale della nazione, per i curdi. Marilungo, che lavorerà, nei prossimi mesi, a tradurre romanzi e poesie della letteratura curda contemporanea (“che circolano pochissimo in Europa e per niente in Italia”, mi dice), ha tradotto, l’anno scorso, un libro di Arzu Demir, La rivoluzione del Rojava , per la Red Star Press (una piccola, ma combattiva Casa editrice). Demir è una giornalista – una delle tante – che è oggi sotto processo e che, nella spirale autocratica di Erdogan, rischia moltissimo (“Il testo è stato proibito e ritirato da tutte le librerie del Paese”). “E’ un testo importante – dice Marilungo – aiuta a capire anche gli aspetti amministrativi del Rojava, ne illumina i nodi ideologici e storici. Nello stesso contesto in cui Assad, l’ISIS, la Turchia e gli interventi imperialisti (tanto americani, quanto russi) si fronteggiano e, a volte, sotto pelle si alleano, hai anche uno degli esperimenti politici rivoluzionari più interessanti della Terra. Nel vuoto di potere siriano, il marxismo partecipativo di Ocalan, sempre più ispirato dall’anarchismo di Murray Bookchin, ha fondato radici di equità sociale, laicità culturale, uguaglianza di genere; attraverso fasi deliberative quasi maniacalmente attente alla partecipazione dal basso (dalle comuni di quartiere o di villaggio). C’è, certo (e per fortuna), l’eroismo delle guerrigliere che fronteggiano l’ISIS, ma è un processo radicato e complesso a dare forza a quella rivoluzione e lotta di resistenza. Il Rojava – come spiega benissimo Arzu Demir – sta ponendo, da una piccola regione del Medio Oriente, una questione assai più generale alle nostre democrazie, sempre più incapaci di rappresentanza partecipativa”. La lotta dei curdi oggi, insomma, come quella  palestinese negli ultimi decenni del Novecento, con il suo originale impasto di laicità e marxismo, con le questioni urbanistiche, identitarie e politiche, è un prisma essenziale del futuro, è una vera e propria rivoluzione e non una romantica e antistorica resistenza.

Mentre ascolto e guardo parlare questo ragazzo poco più che trentenne (nato mentre bloccavamo la base di Comiso, studioso, padre e, naturalmente, precario), sento la sua passione colta ed intelligente e non posso non pensare – anche per la dolcezza intelligente del sorriso – ad un altro giovane ricercatore che, su questo giornale, ci raccontava l’Egitto e le sue lotte sociali; le similitudini, per fortuna, si fermano qui. Sul numero de il manifesto di sabato 21 maggio, Francesco mi dice: “Sembra fatto per me, la crisi dei trentenni in prima pagina e le guerrigliere di Sinjar su Alias”. Ma di trentenni (o anche più giovani) che vogliono raccontare le lotte del mondo, ce ne sono tanti. Lui, Francesco Marilungo, nonostante sia padre da così poco tempo, non si vuole fermare e, spero, tra qualche mese potrà farci leggere in italiano una letteratura che ci aiuterà ad amare, ancor più, un popolo eroico, martoriato e capace ancora di guardare al futuro. Il convegno di Roma è una tappa utile e importante, che partendo dal Kurdistan turco, ci può spiegare i meccanismi di trasformazione antropologica del capitalismo del XXI secolo.

Il manifesto, sabato 28 maggio 2016

L’ architrave del futuro

E’ passata qualche settimana da un brutto 25 aprile e da un brutto 1 maggio; e non solo per ragioni meteorologiche. E’ l’aria che si respira nel Paese, che non è bella. La Costituzione è sotto assedio e non prende corpo una forza di popolo in grado di respingere l’attacco. Sono preziose le analisi di intellettuali seri e rigorosi che spiegano lucidamente che essa non è una “carta”, ma un architrave; e che le modifiche introdotte dalla sola maggioranza, unitamente alla legge elettorale, non modificano la sua seconda parte, ma destrutturano il suo principio basilare, quello della rappresentanza democratica. Renzi metterà in campo forza, denari e potere,  per ottenere quello stravolgimento; cosa metteremo in campo noi, per contrastarlo? Perché è una battaglia che non si vince, lasciando soli intellettuali straordinari e costituzionalisti impagabili,  senza schierare un popolo che va riaggregato, ricostruito e rimotivato; senza uno strumento che, letteralmente, divulghi il senso dello scontro in atto. Non c’è un prima e un dopo: prima il referendum, prima la raccolta di firme per gli altri referendum, dopo la ricostruzione di una sinistra di massa. Non funziona così.

Quello che sta avvenendo nel PD è impressionante e indicativo; e ha molto a che fare con lo stravolgimento della Costituzione. Perché quel partito non ha un problema di metodo o di “mele marce”; sta solo mostrando la sua identità di fatto che (al di là degli aspetti penali) è politicamente chiarissima: la trasformazione della politica e delle istituzioni – a livello centrale e periferico – in uno strumento di privatizzazione degli interessi e delle relazioni sociali; la mercificazione del consenso a – partecipativo, per garantire quegli interessi e quei poteri. Un regresso pre-costituzionale, mascherato da svecchiamento. Dunque, a questi “riformisti” non servono (né in Parlamento, né nei governi locali) assemblee di indirizzo e di controllo popolare, ma assemblee di soci che ratifichino decisioni di consigli di amministrazione (italiani o europei); dunque, serve loro un’altra Costituzione senza rappresentanza. E, poiché l’ Articolo 1 non era un accessorio,  serve loro il mondo del lavoro che stanno producendo: frammentato e diviso, privo di una soggettività politica e di una rappresentanza sindacale forte; privatizzato anch’esso e ricattabile. Perché chi tira i fili (compreso questo Presidente Emerito della Repubblica, con l’elmetto) sprovveduto non è e sa che con un mondo del lavoro in queste condizioni, è estremamente difficile mettere in campo un popolo e, dunque, sarà più facile governare senza popolo.

Il nesso, dunque, tra referendum sociali, quelli contro il jobs act,  la riforma Fornero e la cattiva scuola e quello costituzionale dell’autunno, dovrebbe essere chiaro; ma serve una lingua semplice, una  vulgata adatta ai processi di semplificazione imperanti. Anzi, tante lingue, che parlino chiaro nei mercati, nei bar, a vecchi e giovani. E servono subito, perché questa non è una battaglia come le altre; dopo, sarebbe tutto (se possibile) ancora più difficile.

Oltre ai Referendum e insieme ad essi,  la CGIL ha messo in campo un’altra battaglia importante: la Carta dei Diritti universali del lavoro. E’ una scelta che ha il senso della rottura di un accerchiamento e dell’uscita da una condizione puramente difensiva. Già non è poco, ma in realtà può essere molto di più. Per il merito e per il percorso partecipativo: consultazione straordinaria degli iscritti e raccolta di firme per la Legge di iniziativa popolare; può essere una occasione per tornare a motivare centinaia di migliaia di lavoratori, di tutti i settori, verso ciò che, con tutta evidenza, in questi decenni è andato affievolendosi e smarrendosi, cioè la fiducia nella forza collettiva del mondo del lavoro; il suo essere protagonista e motore della Repubblica e di ogni avanzata, più generale, dei diritti  di cittadinanza. Restituire loro la coscienza piena di questa funzione collettiva verso il Paese e verso le generazioni future; quella responsabilità che tanti cittadini e lavoratori non riconoscono più alla politica e alle istituzioni. Questa campagna, però, nel momento in cui si fa “iniziativa popolare” ed esce dal recinto in cui le offensive liberiste – e molti errori soggettivi – hanno chiuso il sindacato, potrebbe incontrare realtà, sensibilità, persone oggi lontane, scettiche, isolate; il mondo del lavoro e dei lavori, proprio sul terreno dei diritti materiali ed immateriali e su quello concretissimo della dignità delle persone, potrebbe costruire nuovo tessuto sociale e vitalità democratica, rilanciare una cultura contemporanea del lavoro in tante pieghe della società italiana, a cominciare dai giovani e dai giovanissimi (e dalle giovani e giovanissime), alle molteplici forme del lavoro intellettuale e dei saperi. Per cominciare a ricostruire, con loro, una coscienza collettiva e solidale. Quei referendum aggiungono alla Carta valore e sostanza; aiutano a ricostruire l’idea che il conflitto è l’essenza della democrazia.

L’universalità dei diritti – con cui la Carta  rilancia il valore della Costituzione e di ogni democrazia – è ciò che quotidianamente stiamo perdendo, nella frammentazione e liquefazione sociale che nascondono il nocciolo duro dei privilegi e delle ingiustizie. Per questo, la campagna può essere un passo deciso verso il radicamento del sindacato in mezzo a quei lavori precari e frammentati che esso è stato accusato di aver dimenticato e trascurato; in parte a ragione, indubbiamente, in parte, invece, rimuovendo la realtà materiale, la difficoltà di essere nei “ non luoghi” di molti lavori contemporanei, di contrastare la forza ricattatoria della precarietà. Il tentativo di dare concretezza giuridica a questa universalità è, probabilmente, il primo vero impegno di massa per la ricostruzione di questo rapporto, per riunificare, nei conflitti del presente, quel magma che l’ideologia dominante vorrebbe inevitabilmente inestricabile,  atomizzato e solo. E questa sfida di universalità, proprio per la concretezza delle questioni poste dalla Carta, non si riferisce solo alla linea di demarcazione (che tra l’altro il jobs act e la cancellazione dell’articolo 18  rende assai più labile) tra lavoro precario e lavoro “stabile”; ma anche all’emersione del lavoro nero, ai termini tradizionali e nuovi in cui il lavoro delle donne sfida l’organizzazione sociale nel suo complesso e quella dei processi produttivi, oltre, naturalmente alla piena (e lontana) applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, cioè al reale superamento della discriminazione di sesso; alla dignità e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori  immigrati. Ma ancora: il controllo a distanza, la sicurezza, la formazione, il sostegno al reddito e una grande quantità di altri diritti, problemi, contraddizioni. Non un elenco, ma un complesso di nodi di libertà e giustizia in cui il lavoro e la cittadinanza si intrecciano inestricabilmente nella vita di milioni di donne e uomini, giovani, adulti, anziani. La sostanza del vivere quotidiano di queste e delle future generazioni. Certo, non è scontato che sia così; che cioè questa campagna riesca a mettere in campo, a livello di massa, questo spessore e queste prospettive che la Carta contiene. Consultazione e raccolta di firme potrebbero anche essere gestite, al di là della volontà soggettiva, in modo riduttivo e burocratico, non incontrando i mondi che si evocano. Ma non può essere vissuto come un problema del solo sindacato.

Queste battaglie, nello scenario europeo poco incoraggiante che conosciamo, si configurano come la ricostruzione di un blocco sociale e politico di una sinistra contemporanea nei contenuti, nelle persone e nei linguaggi; mai, nella storia d’Italia questo obiettivo è stato altra cosa dalla conquista, dalla ricostruzione o dalla difesa della democrazia. Oggi, come agli inizi del secolo scorso, esso coincide con un passaggio d’epoca che non lascia davvero nulla di immodificato.

il manifesto sabato 14 maggio 2016

Forza e democrazia

L’articolo di Giuliana Sgrena, pubblicato oggi su Il manifesto, sgombra magistralmente il campo da alcuni equivoci legati alla lotta contro il terrorismo: dall’ambiguo e strumentale accostamento terroristi-profughi, al rapporto scandaloso dei Paesi europei con Erdogan e al cinismo con cui essi hanno comprato la deportazione, proprio in Turchia, di migliaia di essi.

Ma gli aspetti, a mio avviso, più importanti che Sgrena affronta, sono altri due. Il primo riguarda il fatto che la lamentela sull’inefficienza dei servizi – quasi fosse un dato puramente logistico, di efficienza tecnica (che pure c’è) – non fa i conti col vero problema politico che riguarda questa Unione Europea; il fatto, cioè, che essa non ha mai espresso una strategia politica comunitaria, capace di porre in secondo piano le furbizie e gli interessi economico-strategici dei singoli Paesi (e dei capitalismi di riferimento). Così, furbizie, omissioni, reticenze dei servizi segreti di ciascuna nazione, sono l’espressione di un vuoto politico, che espone i cittadini europei, anziché garantirli; e che si tenta di nascondere con spinte belliciste che – oltre alla loro inumana ferocia – tale insicurezza moltiplicano. E’, dunque, l’inesistenza politica dell’Europa, l’assenza di un progetto condiviso di democrazia planetaria e di visione del presente, a rendere impotenti le sfibrate democrazie europee; ciò di fronte all’attacco di un nemico, la cui determinazione fanatica qualcuno pensa – ripercorrendo vecchissimi schemi da realpolitik – di utilizzare per ristrutturare in chiave autoritaria gli equilibri del continente.

La seconda questione (la più spinosa, anche per la sinistra), riguarda l’uso della forza nella lotta al terrorismo. Perché il richiamo che Sgrena fa ad un utilizzo serio e coordinato delle competenze che parte dei servizi posseggono, chiarisce ciò che non sarebbe necessario chiarire, ma su cui l’ideologia dei guerrafondai e dei razzisti mesta nel torbido. Nessuna persona di buon senso, infatti, pensa che si possa combattere questo coacervo di modernità e medioevo, solo con una battaglia culturale, senza l’utilizzo di strumenti di intelligence e di polizia. Ma tali strumenti, innanzitutto, debbono escludere radicalmente nuove avventure militari: perché sono esattamente il terreno che il fondamentalismo cerca, perché sono palesemente inefficaci (com’è chiaro dall’Afghanistan in poi), perché sono funzionali solo ai riposizionamenti strategici dei nuovi colonialismi, e, ovviamente, perché producono solo la stessa morte e la stessa distruzione che si dice di voler combattere. In secondo luogo, l’attività dei servizi di intelligence serve non solo in funzione repressiva, ma soprattutto ad impostare una politica, una strategia costruita non su teoremi ideologici e strumentali, ma su una conoscenza reale dei territori, dei movimenti, delle culture; senza la quale l’elefante nella cristalleria (si chiami Bush o Hollande) provoca solo ulteriori disastri e indebolisce proprio quelle voci che, nello stesso mondo islamico, possono costruire nuovi equilibri. La democrazia deve difendersi, d’accordo. Ma deve difendere un’idea condivisa ed universale di democrazia; e la prima cosa da cui va difesa è il suo stravolgimento autoritario e bellicista, funzionale alla sicurezza di profitti e privilegi di pochi, non alla sicurezza ed alla pace di tutti. La democrazia è forte quando non tradisce se stessa, quando esprime un progetto comune della sicurezza e dei diritti universali, quando spinge i popoli ad avanzare nella coscienza del mondo; non quando usa la paura per farli regredire.

Non è dunque il volto della forza, ma la maschera miope della debolezza (la stessa, da Idomeni ai progetti di guerra in Libia), quella che i governi europei stanno mostrando. L’Europa non ha una strategia seria dei propri “servizi” di sicurezza, perché non ha un’idea della democrazia che dice di voler difendere o, addirittura, esportare. Isis, purtroppo, lo sa. E ce lo dimostra.

Vecchio stampo

L’intervento, in Senato, del Presidente Emerito Giorgio Napolitano sulla guerra in Libia, oltre a non stupire, contiene diverse conferme. La prima è che le argomentazioni sono, ormai, quelle del Partito della Nazione; in cui le parole, come per molta parte della ex sinistra europea, sono sostanzialmente espressione di un nazionalismo gollista assorbito, giorno dopo giorno, da anni. Le stesse argomentazioni che potremmo, senza più stupirci, ascoltare da un esponente di Forza Italia, neanche tra i più originali (ammesso che ce ne siano). La seconda è che Napolitano vede nel PD attuale – per i cui esiti ha lavorato alacremente – la perfetta realizzazione di un disegno di adeguamento alle logiche imperiali che dominano il mondo; una realpolitik in cui il realismo è solo la giustificazione della subalternità ed in cui la manifestazione ostentata della “fedeltà atlantica” esprime la sostanziale rinuncia all’ipotesi di un utilizzo progressivo della politica, come strumento per creare culture diverse e nuove relazione tra gli stati e le aree del mondo. Secondo uno schema già collaudato, il terrorismo viene utilizzato per determinare strappi verso destra che liquidino velleità di cambiamento; emergenza e guerra diventano la realtà necessaria, come necessaria diviene la loro conseguenzialità. Che non esista un disegno politico reale di stabilizzazione della Libia, che nessuna delle guerre – o, se preferisce, degli interventi militari – da Saddam in poi (passando proprio per la Libia), abbia prodotto altro che morte, disperazione, ulteriore violenza terroristica e fondamentalismo, viene liquidato, in questa logica realistica, come una fola pacifista; espressione, quest’ultima, pronunciata con una punta di commiserazione, assai poco adatta a chi è stato garante della Carta costituzionale e, dunque, anche del suo undicesimo articolo. In sostanza, il messaggio che gli interessava veicolare era: non possiamo escludere la guerra e – cosa ancor più importante, per lui e per il Governo Renzi – ogni resistenza ad una deriva di questa natura, non è una difesa coerente della Costituzione, non è la ricerca di nuove logiche di interpretazione e di gestione dei conflitti contemporanei, ma è – sono le sue parole testuali – “pacifismo vecchio stampo”. Tutto si tiene. Mentre il movimento pacifista (“vecchio stampo”, naturalmente), nelle vigne di Comiso, nel lontanissimo 1983, veniva preso a manganellate dalla Polizia e dai Carabinieri inviati da Craxi e Lagorio, Napolitano inseguiva con loro il disegno (ovviamente moderno) di quell’”Unità socialista”, contro cui   un’altra figura “vecchio stampo” , Enrico Berlinguer, si sarebbe battuto fino alla fine dei suoi giorni. Tutto si tiene. Bisognerà dimostrare, in queste settimane, che questo stampo vecchio non è stato buttato e che i cittadini sono i primi veri garanti della Costituzione.

Lavoro e democrazia

In una delle fasi di maggiore frattura tra le istituzioni, di qualunque tipo e livello, e i cittadini; di più profonda solitudine dei lavoratori di fronte al dominio di una mercificazione delle relazioni e di svuotamento del senso stesso della partecipazione, la campagna della CGIL sulla “Carta dei diritti universali del lavoro” ha il senso della rottura di un accerchiamento e dell’uscita da una condizione puramente difensiva. Già non è poco, ma in realtà può essere molto di più. Per tante ragioni, che provo a riassumere.

Intanto, il percorso partecipativo: consultazione straordinaria degli iscritti e raccolta di firme per la Legge di iniziativa popolare; può essere una occasione per tornare a motivare centinaia di migliaia di lavoratori, di tutti i settori, verso ciò che, con tutta evidenza, in questi decenni è andato affievolendosi e smarrendosi, cioè la fiducia nella forza collettiva del mondo del lavoro; il suo essere protagonista e motore della Repubblica e di ogni avanzata, più generale, dei diritti di cittadinanza. Restituire loro la coscienza piena di questa funzione collettiva verso il Paese e verso le generazioni future; quella responsabilità che tanti cittadini e lavoratori non riconoscono più alla politica e alle istituzioni. Questa campagna, però, nel momento in cui si fa “iniziativa popolare” ed esce dal recinto in cui le offensive liberiste – e molti errori soggettivi – hanno chiuso il sindacato, potrebbe incontrare realtà, sensibilità, persone oggi lontane, scettiche, isolate; il mondo del lavoro e dei lavori, proprio sul terreno dei diritti materiali ed immateriali e su quello concretissimo della dignità delle persone, potrebbe costruire nuovo tessuto sociale e vitalità democratica, rilanciare una cultura contemporanea del lavoro in tante pieghe della società italiana, a cominciare dai giovani e dai giovanissimi (e dalle giovani e giovanissime), alle molteplici forme del lavoro intellettuale e dei saperi. Per cominciare a ricostruire, con loro, una coscienza collettiva e solidale.

Di questo percorso – e con la stessa convinzione ed unità – dovrebbero far parte anche i referendum; non solo perché ai contenuti del disegno di legge aggiungerebbero forza e sostanza; ma anche (e forse ancor più) perché non hanno una valenza esclusivamente elettorale. Con una spinta unitaria essi diverrebbero una ulteriore opportunità di battaglia culturale e civile: ricostruire l’idea che il conflitto è l’essenza della democrazia.

L’universalità dei diritti – con cui la Carta rilancia il valore della Costituzione e di ogni democrazia – è ciò che quotidianamente stiamo perdendo, nella frammentazione e liquefazione sociale che nascondono il nocciolo duro dei privilegi e delle ingiustizie. Per questo, la campagna può essere un passo deciso verso il radicamento del sindacato in mezzo a quei lavori precari e frammentati che esso è stato accusato di aver dimenticato e trascurato; in parte a ragione, indubbiamente, in parte, invece, rimuovendo la realtà materiale, la difficoltà di essere nei “ non luoghi” di molti lavori contemporanei, di contrastare la forza ricattatoria della precarietà. Il tentativo di dare concretezza giuridica a questa universalità è, probabilmente, il primo vero impegno di massa per la ricostruzione di questo rapporto, per riunificare, nei conflitti del presente, quel magma che l’ideologia dominante vorrebbe inevitabilmente inestricabile, atomizzato e solo. E questa sfida di universalità, proprio per la concretezza delle questioni poste dalla Carta, non si riferisce solo alla linea di demarcazione (che tra l’altro il jobs act e la cancellazione dell’articolo 18 rende assai più labile) tra lavoro precario e lavoro “stabile”; ma anche all’emersione del lavoro nero, ai termini tradizionali e nuovi in cui il lavoro delle donne sfida l’organizzazione sociale nel suo complesso e quella dei processi produttivi, oltre, naturalmente alla piena (e lontana) applicazione dell’articolo 3 della Costituzione, cioè al reale superamento della discriminazione di sesso; alla dignità e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati. Ma ancora: il controllo a distanza, la sicurezza, la formazione, il sostegno al reddito e una grande quantità di altri diritti, problemi, contraddizioni. Non un elenco, ma un complesso di nodi di libertà e giustizia in cui il lavoro e la cittadinanza si intrecciano inestricabilmente nella vita di milioni di donne e uomini, giovani, adulti, anziani. La sostanza del vivere quotidiano di queste e delle future generazioni.

Certo, non è scontato che sia così; che cioè questa campagna riesca a mettere in campo, a livello di massa, questo spessore e queste prospettive che la Carta contiene. Consultazione e raccolta di firme potrebbero anche essere gestite, al di là della volontà soggettiva, in modo riduttivo e burocratico, non incontrando i mondi che si evocano. Non mi pare, però, né che questa sia l’intenzione, né che il terreno unitario ritrovato, su questo, dentro tutta la CGIL, preludano ad approcci minimalisti. Piuttosto, credo ci sia la consapevolezza che questa è un’ opportunità di rinnovamento del sindacato stesso, dei suoi quadri, delle sue stesse strutture. Perché di questo ha molto bisogno.

Ma non dipende solo dalla CGIL. Dipenderà anche dalla capacità di tutta una parte della società italiana – anche molto al di là dei confini della sinistra – di comprendere che questa non è una sfida solo sindacale, né strumentale o recintata politicamente. Ma è una sfida di ristrutturazione delle basi di ciò che resta della democrazia italiana e, di più, disegna anche un’idea della democrazia europea, che vada oltre il fallimento cui assistiamo impotenti; per il fatto semplice che nessuna cittadinanza e nessun diritto reale è pensabile tornando dentro i confini dello stato-nazione.

Non si tratta neanche di una cattiva politicizzazione della Carta e dei movimenti che può attivare. Il problema è che oggi la CGIL, nelle sue articolazioni, resta l’unico soggetto democratico di massa della società italiana; una delle sue poche forze vive e collettive. E dunque, così la intendo, sta tentando di spostare in avanti il nesso inscindibile tra lavoro e democrazia, in uno scenario che non consente attese, né sottovalutazioni.