Quel vago sentore di Weimar

Sarebbe storiograficamente privo di senso costruire parallelismi rigidi, e, dunque, politicamente fuorvianti. Tuttavia, sul piano delle emozioni e del “senso comune”, quello che sta accadendo in Italia non può non far riemergere qualche miasmo degli ultimi anni di Weimar. Il senso comune che Daniel Goldhagen in un capolavoro analitico (I volonterosi carnefici di Hitler) chiamava la “conversazione sociale”, la ripetizione di banalità e falsità che la comunicazione di massa trasforma in verità, appunto, in senso comune. Le cose che accadono contro i migranti, quelle che si leggono su alcuni giornali e sui social, quelle che si ascoltano in tv o nei bar, diciamoci la verità, fanno paura. Paura degli “spaventati” che la mancanza di punti di riferimenti critici, la regressione civile, rende disumani; che le campagne politiche e giornalistiche galvanizzano, deviando il corso della rabbia e dell’insoddisfazione, amplificando l’egoismo, e il bisogno mimetico di “prendere le distanze” dal destino dei poveri. Fa paura, sono sincero, che un iniziale “xenofastidio” divenga, giorno dopo giorno, ruggito violento (spesso “da tastiera”, d’accordo, ma sempre più agito ed eccitato ); che sempre meno si senta il bisogno di mascherare il proprio razzismo sostanziale; e che sempre più il neofascismo organizzato alzi la testa, la voce, qualche volta le mani. D’altra parte – sempre con la dovuta prospettiva storica – chi poteva pensare che alla fine degli anni venti tranquille cittadine tedesche, che votavano per la SPD, si riversassero in massa a sostegno degli squadristi? Tante cose sono diverse, l’ho già detto, ma certe dinamiche di fondo danno i brividi: la sostituzione delle reazioni sociali (o di classe) della crisi e del malessere, con letture etniche e identitarie che creano un simulacro di sicurezza, la “proiezione dell’ombra” su minoranze deboli, fino ai governi che – nella fragilità strutturale della democrazia – si accodano all’onda montante e, magari col pretesto di arginarla, la cavalcano, fino a scatenare i manganelli.

Credo che le recenti esternazioni di Minniti debbano essere lette in questo contesto. Guido Viale ha scritto, giorni fa a questo proposito, cose giuste e importanti. Ne voglio aggiungere qualcuna altrettanto diretta.

Che Marco Minniti (alla Festa della ex Unità di Pesaro e in altre occasioni pubbliche) abbia sentito il bisogno di giustificare le sue politiche sull’immigrazione, è già indicativo. Ha detto, in sintesi che, di fronte alle barricate dei cittadini contro i migranti, di fronte al rifiuto dei rifugiati, da parte di alcuni Sindaci, ha “temuto per la tenuta democratica del Paese” ed ha sentito il “bisogno di governare questo processo”. Facendo violenza a me stesso, prendo sul serio questa argomentazione, e faccio qualche domanda di merito: in che modo i suoi decreti avrebbero arginato l’onda razzista e xenofoba? Non ritiene il Ministro che l’abbiano ulteriormente sdoganata? Quanti e quali Sindaci avrebbero – dopo i suoi decreti – cambiato posizione sull’accoglienza? Come spiega, il Ministro, che dopo di essi, alcuni Sindaci del suo Partito hanno manifestato l’intenzione di sanzionare chi accoglie migranti e rifugiati? Si è accorto il Ministro che il Sindaco (area PD) di Predappio, ha sostenuto, che bisognerebbe sciogliere l’ANPI, che un altro ha intitolato una strada a Rauti, tra una selva di croci celtiche, e un altro ancora ha celebrato le spie fasciste? Quanti italiani, in virtù dei suoi decreti, hanno superato, almeno in chiave riflessiva, la propria xenofobia? Attenzione, non sto chiedendo quanti razzisti, più o meno consapevoli, pensino che, tutto sommato, possono anche votare PD (che è ciò che, probabilmente, sta a cuore a Minniti). Ancora: “governare il fenomeno”, per lui significa finanziare le bande armate libiche, perché moltiplichino i lager per i migranti? Dare copertura politica all’attacco alle ONG e favorire, quanto meno oggettivamente, l’annegamento nel Mediterraneo di un numero ancora maggiore di esseri umani, è parte del suo illuminato “governo del fenomeno”? E in che modo l’aumento dei CAS favorirebbe le politiche d’integrazione e aiuterebbe la “tenuta democratica”? E dello stesso progetto riformista sarebbe parte anche la rinuncia a cancellare il reato di immigrazione clandestina, e il rinvio, sine die, dello ius soli? In sintesi, ministro Minniti, in cosa questo “governo del fenomeno” si distinguerebbe da quello dei governi Berlusconi, se non in peggio e per il dato aggravante che lei lo attua con ancora l’alone di una storia che non rappresenta più da tempo? E infine: ha tenuto conto, Ministro – nel suo raffinato macchiavellismo – dei costi umani, civili, culturali e di diritto di questa sua strategia?

Se non se ne fosse accorto, la sua politica alimenta questo sempre più palese mostrare la zanna del neofascismo. Forza Nuova – dopo la vergognosa intimidazione, in chiesa, a Pistoia (cioè in una città in cui la forza del PCI e della sinistra è stata imponente per tutta la storia repubblicana, e che ora è governata dalla destra) – è arrivata al punto di provare a “celebrare”, il 28 ottobre prossimo, la marcia su Roma; manifestazione che, dopo una sacrosanta reazione democratica, pare non sarà consentita. E’ un segnale serio, preoccupante, che mostra come la lunga sottovalutazione del neofascismo e la debolezza nel contrastare il “senso comune” xenofobo – che progressivamente si sposta dalla pancia all’epidermide del Paese – stanno favorendo una saldatura, distruttiva non solo per le regole della democrazia, ma per la sua essenza solidaristica, culturale; per le sue radici popolari.

Per questa ragione – indipendentemente da cosa faranno Governo, Magistratura e forze dell’ordine, dal fatto stesso che quella manifestazione si faccia o, come fortunatamente sembra, sarà proibita – conta assai di più quanto dovranno fare democratici e antifascisti; sarebbe importante che, il prossimo 28 ottobre in tutta Italia si svolgessero iniziative antifasciste, possibilmente non solo ricordi di quell’ “allora”, ma lezioni ai giovani, presentazioni di libri, manifestazioni e riflessioni su “allora e oggi”, che diventi, insomma, una giornata di antifascismo contemporaneo; perché il fascismo è dentro le forme della contemporaneità e in quelle vesti rappresenta un pericolo dell’oggi. Ora come allora è uno strumento al servizio dei forti, contro i deboli. Una sinistra popolare si costruisce solo se si ricostruisce una coscienza solidale di popolo, in cui i deboli, i poveri, al di là delle loro origini etniche, tornano ad unirsi su un’idea universale dei diritti, e riconoscono nella Costituzione, nella vigilanza di una democrazia agita e partecipata, la risposta ai loro comuni bisogni, la garanzia di una concreta prospettiva di vita diversa e dignitosa, per tutte e per tutti. In sintesi, l’idea dei padri costituenti che l’agire democratico è, dentro e oltre le forme, una grande formazione di massa ai principi di quella Carta, antifascista perché profondamente umana. Il contrario di questo indegno mercato del consenso.

Ecco perchè la spiegazione di Minniti una cosa la spiega con chiarezza e lucidità: e cioè che il “governo dei processi” per il PD è ormai il “nuotare con la corrente”, cavalcare la pancia; altra, forse iperbolica ma sicuramente impressionante, similitudine con quei tempi bui. Questi giocolieri sono ormai antropologicamente estranei all’idea gramsciana che l’egemonia e il “governo dei processi” si costruiscono nel conflitto e non nell’assunzione – neanche tanto mimetica – del punto di vista altrui. Questo Ministro e il suo Partito sembrano galleggiare (direi sguazzare) nella celebre espressione manzoniana secondo cui “il buon senso si nascondeva, per paura del senso comune”.

Il terremoto e gli equilibristi del nulla

Torniamo a parlare di terremoto, non solo per ragioni cronologiche, ma perché sempre più spesso si varca la soglia della decenza. Dietro le parole (colpevolmente) vacue del Ministro Del Rio, ci sono i fatti (purtroppo) assai più concreti: le dimissioni di Errani, al di là delle motivazioni formali, pongono il sigillo evidente al fallimento della gestione del dramma da parte dei governi Renzi e Gentiloni e – quale più, quale meno – dei governi regionali coinvolti; nelle regioni colpite dal sisma (un anno e poi dieci mesi fa, non uno, due, tre mesi!), ci sono ancora tonnellate e tonnellate di macerie; nelle Marche, ad esempio, rispetto ad alcune migliaia (circa quattro mila, se non vado errato) di casette necessarie, ne sono state consegnate poco più di quaranta (ripeto, 40); aziende ed attività economiche sono ferme o in estrema difficoltà, in zone già estremamente critiche, a causa di un modello di sviluppo che le aveva spopolate ampiamente, scaricando il mitico “sviluppo” sulla costa o a fondo valle; decine di migliaia di persone sono sfollate; non esiste uno straccio di strategia o di disegno per la ricostruzione. Praticamente è al collasso un’area enorme dell’Appennino centrale, città con una storia, un patrimonio artistico e civile, con un potenziale turistico molto grandi.

Mentre il suo partito, nelle città e nelle Regioni in cui governa, continua a sfornare varianti urbanistiche, piani casa e leggi urbanistiche espansive e speculative, Del Rio ha avuto la faccia tosta di dichiarare che: “ si è costruito troppo”. Ecco, “troppo” è l’unico avverbio che condivido: è davvero troppo; troppa incapacità, troppa ipocrisia, troppo affarismo, troppa distanza dalle comunità e dai loro problemi reali.

Nel programma di governo della forza che (spero) scaturirà dall’assemblea di giugno al Brancaccio, vorrei che un punto si intitolasse “Appennino”; la più grande opera pubblica necessaria per questo Paese (di cui l’Appennino, appunto, è la colonna vertebrale storica e geologica); un programma fatto di progetti di ripopolamento delle aree interne (senza impatto ambientale, né consumo di suolo, anzi, con piani di recupero dei centri storici), di messa in sicurezza delle strutture e piani di comunità per la cura dei fiumi, dei bacini idrici, del paesaggio, dei parchi. Anche a questo, tra l’altro, dovrebbero servire le istituzioni europee, non solo ad imporre politiche di austerità che strozzano i Comuni e li costringono a privatizzare beni pubblici ed aggravare i loro problemi.

E vorrei una sinistra che, dalle Alpi alla Sicilia (tanto per essere chiari) non avesse niente a che fare con questi pericolosi equilibristi del nulla; non solo nei documenti, ma nei fatti e, ancor più, nella coscienza della gente.

Una domanda semplice

Da qualche parte c’è un aforisma di Oscar Wilde, che dice più o meno: “non c’è niente di male in ciò che si fa; ma c’è molto di male in ciò che si diventa”.

E’ sufficiente mettere in fila poche scelte, fatti, posizioni – sulla questione centrale delle migrazioni – per definire cosa il PD sia diventato e anche per capirne il perché: i decreti Minniti, il suo “codice” per le ONG, gli accordi con un pezzo di Libia e la relativa “missione”, il rinvio della legge sullo ius soli, le dichiarazioni di Serracchiani sugli stupri, quelle della Sindaca emiliana sugli affitti ai migranti. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare il jobs act, l’attacco alla Costituzione, o le affermazioni dei miei due conterranei marchigiani su Carlo Giuliani e sull’omosessualità; sarebbe un eccesso di zelo.

Dire che siano “scelte” di destra è riduttivo. Ciò che è profondamente di destra è la cultura che ormai imperversa in buona parte dei suoi “quadri” periferici e nazionali. Non importa da dove provengano o cosa votassero anni fa; importa cosa dicono, fanno e votano oggi. Non è che non facciano argine all’ondata xenofoba e razzista, che rischia di travolgere umanità e democrazia; sono parte integrante di quell’onda. E non solo per i contenuti (morali e politici), ma perché, quanto la Lega e i 5 stelle, si sono allocati nell’intestino del Paese, e da lì producono tossine che ne obnubilano la ragione. Fanno della politica il mercato indecente del consenso; non si limitano a “nuotare con la corrente”, la producono.

Qui, sulla questione dei migranti, è in gioco il futuro della democrazia; sia per il nesso tra procedure e fini, tra l’universalismo delle regole e la centralità dell’essere umano; sia per l’idea stessa del consenso, che nel corso del Novecento è stato terreno di scontro, tra galvanizzazione delle pulsioni e crescita della coscienza critica, della soggettività cosciente. Quest’ultima (la Costituzione ce lo fa capire benissimo) è la sostanza della democrazia; l’altra, che sempre si serve del populismo come grimaldello, ne è la tomba.

Alzare lo sguardo dai singoli “episodi” significa leggere la tendenza e contrapporle una politica. E su quella costruire una coscienza “altra”, un consenso “altro” ed una partecipazione. Questo, mi sembra, ci ha detto e continua a dirci il Brancaccio. Un conflitto aspro e difficile ma indispensabile, e non per forza minoritario; rispetto al quale, le elezioni sono un termometro, non la terapia. Un conflitto da accentuare subito, sulla difesa delle ONG, ma soprattutto degli esseri umani che salvano.

Non la faccio lunga, perché non è necessario. Ma ho una domanda, per i compagni di Articolo 1, franca e diretta: da che parte state? Nei voti in Parlamento, nelle alleanze nazionali e periferiche, nelle scelte politiche e culturali, nel vostro orizzonte c’è il PD (e in questo caso dovreste spiegare, non essendo riusciti a cambiarlo dall’interno, perché dovreste riuscirci da fuori), o c’è la costruzione di una sinistra nuova e, di nuovo, popolare? Perché le due cose sono inconciliabili; in mezzo c’è solo un tatticismo che è parte del problema. E visto che ho aperto con Wilde, chiudo con lui: “Le domande non sono mai indiscrete. Lo sono, talvolta, le risposte.”

Una buona rotta

La Direzione del PD dovrebbe aver tolto ogni dubbio anche ai più incalliti nostalgici del “centro-sinistra”, delle alleanze da Transatlantico e dei tatticismi. Se si volesse misurare fino a quanto la politica possa divenire autoreferenziale e separata dalla vita reale, quella discussione sarebbe un laboratorio privilegiato. Nessuna corrente democristiana, neanche nei periodi peggiori, si sarebbe sognata di considerare, così esplicitamente, le elezioni, persino un congresso, come oggetti disponibili per i propri posizionamenti.

Nei giorni (tanto per fare qualche esempio) in cui la CGIL lancia la campagna referendaria sui diritti del lavoro, in cui un giovane precario si toglie la vita, gli studenti bolognesi vengono presi a manganellate, la città di Genova reagisce alla presenza dei neofascisti europei e la Romania è in piazza senza sosta, quella Direzione ricorda le brioches di Maria Antonietta, più che i rottamatori. Spesso in questi anni, sentendo parlare Renzi (o qualche suo clone o persino qualche semi-oppositore interno) mi è tornato in mente un verso di Silvio Rodriguez: “un servidor de pasado in copa nueva”, ma qui non è nuova neanche la tazza. Tra l’altro, migliaia, forse decine di migliaia, di ostinati elettori di quel Partito esprimono un livello di dibattito e di consapevolezza dei problemi di gran lunga maggiore rispetto a quello che dovrebbe essere il loro “gruppo dirigente”. Anche quella scissione – che oggi sembra più vicina e che è figlia, soprattutto, del Referendum costituzionale – può avere un senso produttivo solo se i suoi protagonisti mostreranno (assai più di quanto hanno fatto in questi anni e i questi giorni) la consapevolezza delle ragioni di fondo di tale rottura, fuori dalla cronaca e dentro la storia; la coscienza autocritica di uno scivolamento a destra, di un mutamento genetico che comincia assai prima di Renzi.

Tornando dal Congresso di Podemos, Nicola Fratoianni (che deve aver provato una notevole vertigine, riaprendo le pagine italiane) ha scritto, tra l’altro, che dobbiamo “scacciare il politicismo”. Credo che abbia ragione da vendere, che abbia colto appieno la radicalità contemporanea dell’esperienza del movimento spagnolo e abbia indicato una rotta, non facile ma solida, per il percorso fondativo di Sinistra Italiana. Non tanto per quello che è stato in questi mesi – e che, in parte, sarà fino a domenica – inevitabilmente troppo condizionato da una discussione interna e di vertice, politicista appunto; ma per quello che dovrà compiere nei prossimi mesi, anni, per quello – insomma – che dovrà essere. Non c’è una sinistra da unire, c’è una sinistra da ricostruire, nel tessuto sociale e del lavoro, nella coscienza di milioni di cittadini e cittadine, soprattutto giovani, nell’egemonia della cultura europea; “le vie non sono mai tracciate, bisogna farle” scrive un bravo e giovane cantautore di Carrara e così è, perché inedita e profonda è la crisi delle democrazie, tanto quanto le forme del capitalismo contemporaneo. Affinché grandi masse di popolo tornino a considerare la politica attiva come il luogo della soluzione collettiva dei problemi, del superamento della solitudine, della formazione della propria coscienza, occorre che la cesura con ciò che ha perduto per strada (se proprio non vogliamo dire tradito) questi presupposti deve essere netta, percepibile e credibile; perché indipendentemente dalle forme della politica, nessun soggetto può nascere senza un suo popolo che torni ad avere quella considerazione della politica. Non è il tempo del moderatismo, di cui l’ossessione parlamentare delle alleanze si nutre; questo, non solo qualche furbizia miope, rende obsoleto e impossibile il “centro sinistra”, e rende necessaria una sinistra di popolo, che solo in ciò può essere “di governo”. Non si governa senza radici e senza egemonia culturale; e l’una e l’altra sono da ricostruire. Pure nelle biografie dei futuri gruppi dirigenti e di molti di noi, troppo occupate dalle riunioni e dagli accordi, e troppo poco dalle lotte e dalle battaglie concrete. Sinistra Italiana può divenire questo precipitato di aspettativa e partecipazione collettiva, può essere protagonista attiva di una sinistra europea antiliberista; ma può anche non diventarlo e ripiegare sull’ennesimo esercizio di sopravvivenza. Molto dipende dall’agenda delle lotte e delle battaglie con cui uscirà dal Congresso e a cui darà una mano nei prossimi mesi; questo, non altro, la renderà potenzialmente aggregante. Quello “scacciare il politicismo” non è tutto, ma mi sembra una buona rotta.

Spintoni e Costituzione

Al cantiere navale di Ancona, pochi giorni fa, un lavoratore è rimasto schiacciato sotto una porta di mezza tonnellata che stavano montando a mano. Era un operaio del Bangladesh, che lavorava per una ditta in subappalto. Ora è fuori pericolo di vita, pur avendo riportato conseguenze gravi al bacino, alla cassa toracica e all’intestino. Si dirà: storie di ordinari “incidenti” sul lavoro. Naturalmente non sono mai solo incidenti e la presunta ordinarietà è il velo di rimozione che copre la condizione di decine di miglia di lavoratori – in prevalenza stranieri – delle ditte in subappalto. Non è cosa di oggi – Angelo Ferracuti ha raccontato in un bellissimo libro, Il costo della vita, la vicenda di Ravenna di quasi trent’anni fa – ma succede ancora oggi, nonostante battaglie e conquiste, perché la precarietà è dilagata e i diritti rimessi in discussione, tutti, nessuno escluso.

Tuttavia, in questo episodio non c’è solo l’aspetto tragico che ha colpito questo operaio e la sua famiglia. C’è anche la reazione dei lavoratori “stabili” e “garantiti” di Fincantieri. Le RSU – in questo caso la FIOM – insieme alla denuncia che ribadisce da tempo sulle condizioni di lavoro, ha lanciato ai lavoratori la proposta di una trattenuta volontaria in busta paga, a favore della famiglia dell’operaio gravemente ferito. Anche in questo caso, si potrà dire: storie di ordinaria solidarietà. No, non è così; non oggi, non in questo momento di brutale riscrittura della costituzione materiale e di quella giuridica. Non c’è nulla di “ordinario” in questo gesto, che è, invece, un atto politico (quindi umano) di conflitto contro il “diritto di spintone”; perché la rottura dei vincoli di solidarietà sociale è stata, in questi decenni, una parte integrante della battaglia neoliberista contro il mondo del lavoro. Questo gesto politico racconta una reazione contro l’accusa, in larga parte strumentale, rivolta al sindacato di “garantire solo i garantiti”, finalizzata a far apparire i diritti come privilegi, per spazzarli via. Tutto questo non ha nulla a che fare con il tentativo di stravolgimento della Costituzione repubblicana?

Aspettando che cominciasse una riunione, un compagno – tra i più intelligenti, colti e curiosi che io conosca – ha trovato un libricino (custodito nella fornitissima Biblioteca di Storia contemporanea di Fermo), e mi ha letto il brano seguente: “Che cosa sta invece accadendo oggi? …Si riduce l’idea di solidarietà, e torna a farsi sentire l’aggressività del più forte. In forma strisciante ma tangibile questo costume, se dovesse consolidarsi, porterebbe a una riforma costituzionale perversa: avremmo l’abbandono dei deboli, degli emarginati, dei meno protetti al loro destino. Nella democrazia delle relazioni industriali questo fenomeno viene definito – secondo una teorizzazione e una pratica che ci vengono dagli Stati Uniti d’America – il “diritto di spintone”. Questa espressione significa che all’interno di una fabbrica, ma poi anche nella società, per fenomeno indotto, se c’è un licenziamento o qualunque altra cosa che finisce per costituire lesione della personalità, il lavoratore più forte è quello che da lo spintone al suo vicino più debole, meno tutelato, non protetto. Qui viene il secondo aspetto: la caduta della solidarietà sociale può cambiare la democrazia, che è anche e essenzialmente sistema di tutela delle minoranze, in strumento di oppressione da parte delle maggioranze. Potremmo non accorgercene, ma potrebbe essere così.” E’ un intervento del lontano 1989, pronunciato dal Senatore comunista Gianfilippo Benedetti per una ricorrenza della locale Società Operaia. Mi sembra che esso spieghi – oltre al balzo all’indietro della qualità intellettuale di tanto ceto politico – il regresso di coscienza critica, anzi più esattamente l’adeguamento assoluto (bene ha fatto Michele Prospero a ricordarlo) di tanti marxisti pentiti. Quelle parole colgono – così come sanno coglierlo i lavoratori del Cantiere navale di Ancona – che in questa riscrittura della Costituzione si nasconde (neanche troppo velatamente) un ribaltamento delle sue regole e finalità: la democrazia trasformata da terreno di conflitto progressivo, di formazione della coscienza sociale, a strumento di normalizzazione dello stato di cose esistente, del “diritto di spintone” dei forti verso i più deboli, riducendo il potere dei cittadini e dei parlamenti, a vantaggio di esecutivi sempre più controllati da lobby elitarie. A questi spintoni dall’alto , c’è bisogno di contrapporre, il 4 dicembre e dal 4 dicembre, una serie crescente di spintoni dal basso. Le democrazie devono realizzare i diritti, non solo “tutelarli” astrattamente, e regolano il conflitto; ma quando il conflitto viene solo dai più forti, si trasformano – assai più rapidamente di quanto si possa immaginare, soprattutto nelle società virtuali – in un potente strumento di oppressione sociale. Questa, non la “riduzione dei costi della politica” è la posta in gioco.

Le mucche a Capalbio

C’era un monologo in cui Giorgio Gaber immaginava – richiamando Buñuel – delle mucche che, volando sopra un campo da tennis, “bombardavano” con le loro deiezioni due borghesi e la loro ipocrisia. Non era una tirata contro il tennis, ovviamente, ma contro certi ambienti, circoli, modi di essere e (come avrebbe detto De Gregori, anni dopo) “uno stile di vita e un certo modo di non sembrare”. Ho ripensato a questo testo esilarante, quando ho letto le parole (quasi il volgare rumore corporale) di Chicco Testa (sì, quello che stava nella F.G.C.I., poi in Legambiente, passato dopo, armi e bagagli, in altri lidi), sui profughi che non devono “bighellonare” sulla spiaggia di Capalbio.

Non ho perso tempo a ragionare sul fatto che profughi e richiedenti asilo fuggono da tragedie certo non comparabili con la perdita di campo del cellulare e la fine della crema solare. Non ho sprecato energie a pensare alla psicologia dei “convertiti” (o, forse, di quelli che sono sempre stati così, ma in quell’altra epoca era trendy essere di sinistra); ho subito immaginato le mucche di Gaber che, volando surrealisticamente, sulla spiaggia di Capalbio, la “bombardano” (pacificamente e pedagogicamente) di cacca. Magari a chilometro zero (in omaggio alla vecchia militanza di Testa), prodotto della Maremma. Lo so, non è un’immagine politicamente corretta, non sarà educata; a qualcuno potrà persino apparire violenta. Ma – a parte che mi sembrano molto più volgari e violente le frasi di qualche “bighellone di regime” – i ricordi involontari vengono dall’inconscio; e quello, si sa, se ne impippa delle sovrastrutture. Lo so, certi istinti non vanno “agiti”, vanno repressi e ricondotti nell’alveo – spesso triste e meno immaginifico – della realtà. E lì le mucche, purtroppo, non volano.

Un passo avanti

L’ assemblea nazionale di Sinistra Italiana (comunque deciderà di chiamarsi al congresso fondativo) ha rappresentato un passo avanti – nonostante gli scetticismi non del tutto immotivati di questi mesi  – verso la costruzione di un soggetto politico, il più unitario, aperto e riconoscibile. Sono troppo ottimista? Può darsi, ma (lo dico onestamente) ne ho bisogno, e secondo me non sono il solo; perché quest’assenza  di forza sociale, culturale e politica è, di fatto, una “concausa” della degenerazione della società italiana.

Mi sembra siano emersi – in particolare nell’ottimo intervento di Fratoianni, ma anche nella relazione introduttiva – due elementi importanti di consapevolezza; condivisi forse non da tutti, ma, mi pare, dalla grande maggioranza.

Il primo ci dice che il soggetto di cui abbiamo bisogno non è, ancora, quello che abbiamo visto finora; che, cioè, il processo costituente deve conoscere non solo un’accelerazione (ovviamente necessaria), ma un salto di qualità da diversi punti di vista. Nella capacità di nutrirsi della vita reale e sociale del Paese, dei suoi territori e di movimenti e mondi associativi che esistono e resistono;  nello sforzo paziente di coinvolgere – di tornare a coinvolgere, nonostante le lacerazioni di questi mesi – tutto ciò che esiste a sinistra, senza però essere prigionieri  di feticismi di appartenenza; nella necessità di essere ed apparire eredi di una storia, declinandola nelle contraddizioni, nelle figure sociali e nei linguaggi della contemporaneità. Costruire una forza politica, insomma, non identificata col teatrino cui si è ridotta la politica italiana e non schiacciata, sul nascere, da posizionamenti personali o correntizi. Un’impresa titanica, certo, ma più passa il tempo, più diventa difficile; non ci saranno cataclismi futuri o palingenesi a renderla più agevole; in assenza di soggettività e forza politica della sinistra, tutti i cataclismi sono solo regressivi. No, non tutte queste necessità inderogabili sono risolvibili da qui all’autunno; non si possono ribaltare ritardi e derive pluridecennali, in pochi mesi. Ma mi è sembrato di avvertire la consapevolezza che, se non si parte col piede giusto, se non si allarga il processo costituente, si torna più indietro della casella di partenza.

Il secondo aspetto riguarda l’autonomia del disegno politico, di questa forza; senza giri di parole:  il PD e il defunto centro-sinistra. Questo chiarimento era quanto mai necessario; non per sospetti o equilibri interni che, a questo punto sarebbero quasi surreali, ma perché un soggetto politico non può nascere, né bene né male, sbagliando clamorosamente la lettura del quadro  politico. Non si tratta nemmeno di inseguire altri nel rifiuto preventivo di una strategia di alleanze. Ti allei (se serve) quando  hai un profilo e una strategia, una forza, un seguito, cioè quando esisti politicamente; altrimenti sei inglobato, non alleato. Ma in questo caso il problema non si pone, perché il PD ha decretato la morte del centro sinistra ben prima che arrivasse Renzi (il quale è, tra l’altro, anche una conseguenza di quelle scelte). Ma ancora più a monte – lo ha sintetizzato bene Fratoianni e lo ha spiegato Luciana Castellina su queste colonne – le politiche concrete di quel partito sono coerenti con le alleanze che persegue (da Alfano a Verdini, passando alla bisogna per Berlusconi); ne esprimono, cioè, l’approdo identitario che l’ “occupazione di una storia” non riesce più a nascondere. E, lo dico per inciso, non è solo una tendenza “nazionale”; il mutamento genetico riguarda (magari con leggere sfasature temporali o modalità espressive) anche l’insediamento territoriale, qualche volta persino in forme peggiori; non solo sul piano etico, ma nelle politiche urbanistiche, ambientali, sociali, nei processi di smantellamento privatistico di servizi e beni comuni. Qualunque cosa succederà nel PD o del PD (ammesso che succeda qualcosa), non può e non deve essere  il perno, ma neanche un capitolo (tutt’al più un’appendice) della costruzione di Sinistra Italiana (o come si chiamerà). Semmai il perno deve essere la formazione di un fronte ampio e radicato di lotta contro quelle politiche, che neoliberiste lo sono non per etichetta, ma per sostanza ed effetti sulla vita di chi dovremmo rappresentare, organizzare e rendere protagonista. Non dunque improbabili alleanze, ma la ricostruzione di un fronte sociale, di un orizzonte culturale e di una forza autonoma e radicata dentro i problemi e le figure sociali della modernità, questo vorrei avesse come centro il congresso fondativo; un congresso costruito con un’apertura reale al mondo che ancora si muove e che spesso è lontano persino dal voto. Vorrei poter leggere documenti, magari alternativi, ma veri e chiari, sui problemi della vita e del mondo; comprensibili anche dai miei studenti, perché se non si rivolgono anche a loro, non servono a molto.

Responsabilità, mi sembra una delle parole-chiave che dovrebbero guidarci. Il contrario, oggi, del moderatismo politicistico. Responsabilità verso i cittadini, verso la storia che rappresentiamo, verso la democrazia, in disfacimento tanto sul piano nazionale che planetario. Se penso a Nizza, a Monaco, al Medio Oriente – ma anche, in piccolo, a quanto accaduto nella mia città (Fermo) – percepisco che il disfacimento dei soggetti politici (quindi della gestione e della razionalizzazione collettiva del conflitto), rende liquida – atomizzata e globale – la rabbia, la frustrazione, e rende egemone persino la follia più o meno ideologizzata. E’ accaduto, può tornare ad accadere; per molti versi sta accadendo. Troppa responsabilità sulle spalle di un soggetto nascente? Senz’altro, ma questo dev’essere l’orizzonte e lo spessore: i caratteri del XXI secolo; altrimenti nascerà un altro partitino utile solo a qualche “giro di giostra” in istituzioni che contano sempre meno. Questo strabismo tra l’immediatezza e il lungo periodo è, oggi più che mai, necessario; ma serve anche non dividersi tra esigenza del partito politico e ricostruzione di movimento, prassi concrete e locali, pazienza e urgenza. Servono entrambi i livelli ed un rapporto solidale tra loro, che è come dire “una cura da cavallo” per i mali endemici che ci portiamo dietro. Un piccolo passo avanti è stato fatto; la responsabilità è sapere che non basta e, al contempo, che non va vanificato.

La provincia e l’orrore globale

 

A proposito di questa vicenda tragica, accaduta nel posto dove vivo, ha ragione Don Vinicio Albanesi (della Comunità di Capodarco) quando dice che spesso: “la provincia è infida”, perché copre, smorza, nasconde anche ambienti violenti, che andrebbero fatti emergere e contrastati con decisione. Quegli ambienti in cui la sottocultura razzista e neonazista viene spesso tollerata, considerata un puro fenomeno di costume. Finché non uccide. Non è il primo episodio nelle Marche, non lo è a Fermo: nei mesi scorsi, le esplosioni davanti a chiese i cui parroci sono impegnati in accoglienza e solidarietà; l’uccisione di due lavoratori dell’est (che rivendicavano di essere pagati), da parte di un imprenditore della zona (che poi si è tolto la vita in carcere); tre anni fa, l’aggressione (sempre da parte di soggetti dello stesso ambiente fascistoide) contro un ragazzo Eritreo; ancor prima, le scritte razziste contro la mensa della Caritas. Un crescendo preoccupante. Ma l’ambiente di provincia attenua, copre. Per questo sono inopportuni gli inviti ad “abbassare i toni”, quando serve invece affrontare le contraddizioni, farle emergere. Qualche anno fa ho sentito, qui a Fermo, a proposito della penetrazione mafiosa, ripetere da voce autorevole il luogo comune dell’”isola felice”, degli “episodi”. Che altro deve succedere ancora, per capire che, soprattutto nella società globale, le isole felici non esistono e, semmai, l’ambiente di provincia presenta più rischi di coltivazione, proprio perché i “toni bassi” coprono e nascondono? Viene da dire che nelle nostre piccole città la “banalità del male” è ancor più banale, perché più protetta, imbozzolata. Di fronte agli episodi (che, quando sono più di uno, cessano di essere tali), una parte della società civile reagisce, non c’è dubbio, ma un’altra si precipita ad omaggiare Salvini, che aveva appena attaccato i progetti Sprar e l’accoglienza dei rifugiati. C’è chi ha ucciso Emmanuel, ma c’è chi ha soffiato per anni sul fuoco mediatico e globale del razzismo. E ci sono ambienti sventati e malamente ideologizzati, nutriti da questa sottocultura dell’intolleranza e, appunto, della banalità disumanante, spesso “coccolati” da alcuni ambienti politici; non lo scrivo solo sulla base di un’analisi generale, ma perché conosco personalmente l’aggressore (in provincia ci si conosce, quasi tutti). Questi soggetti assorbono e agiscono, senza avere gli strumenti per la mediazione necessaria; e se la responsabilità giuridica è personale e grave, quella politica e morale non è solo individuale. Nessuna città è, in sé, razzista; Fermo, in particolare, è stata una culla di solidarietà, come la stessa Capodarco dimostra; ma senza una controffensiva culturale dura e decisa (altro che “abbassare i toni”!) tutte possono diventarlo; perché quella sottocultura è egemone, e lo è diventata anche grazie ai cedimenti progressivi e generali. Mercoledì davanti al Seminario di Fermo, alla veglia per Emmanuel, mentre Chimiary, distrutta da questa tragedia e da quelle che l’hanno preceduta nella sua giovane vita, ha cantato in lingua Igbo parole per il suo sposo ucciso, senza il quale non sa come continuare a vivere, ho pensato che se gli aggressori di San Benedetto del Tronto avessero chiesto a lei del Vangelo, avrebbe potuto spiegarglielo in due o tre lingue. Quando al mattino, davanti al reparto di rianimazione, l’ ho conosciuta e abbracciata, ho sentito addosso tutta l’impotenza dell’Europa e della sua storia; ho toccato con mano, sentendo quelle lacrime, ciò che già sapevo perfettamente: che questo Paese è peggiorato tanto e continua a peggiorare. Vedo la rabbia avvilita intorno a me, di quelli che tutti i giorni cercano di costruire accoglienza e diritti, e sento che l’avvilimento sarà più forte della rabbia (e persino della coscienza) se non si ricostruisce un fronte, uno strumento politico vero. Il pericolo che persino l’indignazione diventi minoritaria è reale, spinta ai margini. Perché episodi come quello di Fermo sono destinati a crescere, se la cultura dell’umanità e dei diritti continua a farsi schiacciare in un angolo nobile, se non reimpara ad educare le masse (parole vetuste, lo so, anzi arcaiche; ma non è forse arcaica anche la violenza assassina?). Bisogna, forse, imparare a passare dalla pancia, per arrivare di nuovo alle teste. Con la stessa forza (purtroppo impotente) con cui ho sperato che Emmanuel sopravvivesse, spero ora che il suo sacrificio segni una linea. Ci sarà il suo funerale domenica; stasera un presidio antirazzista nel luogo in cui è stato ucciso; l’ANPI, il Sindacato e tante associazioni hanno indetto una manifestazione di tutti i cittadini per martedì prossimo. La gravità di un assassinio a sfondo razzista richiede che i toni li alzino, di livello, sia i cittadini che le istituzioni. Cominciando dall’antifascismo, che non è una espressione del sanscrito  antico, ma una cultura dei diritti, una necessità del presente, anzi del futuro, con l’aria che tira da Fermo alle metropoli europee ed americane. “Restiamo umani”, condivido, ma non inermi o, peggio ancora, indignati ma inerti.

il manifesto sabato 9 luglio 2016

 

Il recinto e l’orrore

Il “pentito” eritreo, della tratta dei migranti, che ha rivelato come chi non riesce a pagare viene venduto al mercato degli organi, oltre a inorridirci, deve spingerci oltre l’orrore. In verità, la letteratura ce lo aveva anticipato (o rivelato) da due decenni; Camilleri lo racconta, senza troppe differenze dalla realtà, in Gita a Tindari; così come ci fa capire tutto quello che c’è da capire sul rapporto tra tratta e mafie. Lascia attoniti, è indubbio. Ma, come per i lager, l’orrore va analizzato e, così, diviene il rivelatore di un’essenza neanche troppo nascosta: quella del capitalismo che no ha più limiti, perché viene percepito senza alternative; dunque portato alle sue estreme (ma insite) conseguenze: esseri umani poveri e disperati, usati come “pezzi di ricambio” per altri esseri umani ricchi, “consumatori” inconsapevoli (o distratti) dell’origine della “merce”. In mezzo, “stimati professionisti” e cliniche “rispettabili”, che contribuiscono all’impalpabilità del mercato. E, naturalmente, il profitto, i “piccioli”, una massa enorme di piccioli. Nessuno stupore, dopo “Mafia capitale”, che una delle centrali organizzative fosse un altrettanto “rispettabile” negozio di Roma, il cui proprietario, immagino, si sarà lamentato con i clienti per il peso insostenibile delle tasse, che “non ti lascia campare”. Parafrasando il poeta: “Questo è il Paese, onde cotanto ragionammo insieme?”. Quest’orrore che conoscevamo in Brasile o in Guatemala, avviene (non da oggi, mi pare evidente) a poche centinaia di metri (almeno metaforicamente) dalle stanze del Nazareno. E’ un’iperbole, lo so. Eppure, leggendo questa notizia terribile e i resoconti della performance del PD (ma quale Direzione, siamo seri!), non ho potuto non pensare al divario insostenibile tra ciò che c’è e ciò di cui ci sarebbe bisogno. Cuperlo ha invitato Renzi ad “uscire dal talent”. E’ una trovata carina, ma è una trovata e chi l’ha pronunciata dovrebbe esserne consapevole. Per tante ragioni: perché la politica è stata ridotta a talent (e non solo da Renzi); perché il renzismo coincide integralmente  e geneticamente con questa idea della politica; perché Renzi, ormai, è il PD e piuttosto che lasciare il timone della nave, finirebbe con l’affondarla. Mi sembra, dunque, che è Cuperlo che dovrebbe uscire dal “gioco di ruolo” di una minoranza che, come un botolo, abbaia al padrone; abbaia anche cose giuste, ma lo fa dentro il recinto del talent. Lì dentro non ci sono né volontà, né energie etiche e politiche per quella ricostruzione morale della cittadinanza e del Paese che, sola, può arginare una deriva che riguarda la vita di milioni di persone. Anzi, di miliardi; perché la sinistra italiana ha conosciuto una propria funzione mondiale, tanto tempo fa. Non so se, allo stato delle cose, sarà più possibile (almeno in tempi storicamente percepibili) ricostruire una forza che ponga al centro le persone e i loro diritti (invece di venderli a pezzi, persone e diritti), ma di certo no accadrà dall’interno di quel recinto. Fuori dall’iperbole, per non confondere l’orrore e la critica, la fiction politica sta distruggendo quel minimo di anticorpi etici e culturali che ancora sopravvivono nella società italiana; il PD è intriso di questa fiction; se si vuole costruire una stagione nuova della democrazia, cioè della civiltà, occorre rompere, non con un “cerchio magico”, ma con l’intero recinto; non per andare in un altro più piccolo e rassicurante, ma per cambiare la cultura dominante e i rapporti di forza, sociali assai prima che politici.

Il buco della serratura

Come si dice di certi motori, la strategia renziana “batte in testa”. Non sfonda sul piano dell’autosufficienza, non riesce a recuperare a destra quello che perde a sinistra o cede all’astensione, vince solo (e poco) dove, in qualche modo è alleato a sinistra. Ma, la storia e il radicamento della sinistra italiana li sta liquidando; in questo balletto di numeri, non sfuggano i risultati della Toscana. Nella sua regione, tranne Sesto fiorentino, dove vince Sinistra Italiana, il PD cede roccaforti importanti, storiche appunto, come Grosseto o Cecina, alla destra e alla Lega; lo stesso accade a Crotone e lo stesso risultato di Bologna, insieme alle parole chiare e critiche di Merola, dovrebbe preoccupare il Presidente del Consiglio, che farebbe bene a guardare in faccia i risultati, piuttosto che sottovalutarli. Renzi ha dichiarato che vince dove ha rinnovato lui; ma basta il dato di Napoli, la disfatta di una sua candidata, imposta e difesa da tre o quattro ricorsi, a smentirlo palesemente. Per non parlare di Roma, dove ha mandato a casa Marino preparando la disfatta sua e di Orfini.

Vi dico la verità, vedere Raggi e Appendino, sentire le loro dichiarazioni domenica sera, mi ha emozionato, non perché sia sicuro di come faranno le Sindache, ma per il tono e il senso di quel loro contenuto e consapevole entusiasmo; per il messaggio semplice e partecipativo, perché mi sembra esprimano la consapevolezza che il problema è rifondare la democrazia. Confesso anche che – con una storia tutta nel PCI, poi nel PDS e nel PD, fino a quattro anni fa – al ballottaggio le avrei votate, senza i turbamenti che, pure, ho sentito in certe dichiarazioni. Perché serviva una scossa ed è arrivata, perché se la sinistra non è (ancora) in grado di costituire un’alternativa credibile, non è rafforzando il PD, né stando a guardare che se ne aiuta la ricostruzione, ma facendo spazio rispetto ad un sistema di potere, che a Roma ha fatto danni politici e morali incalcolabili. Merola ha detto cose significative, anche se è destinato a sperimentarne, probabilmente, la velleitarietà; perché Renzi non tornerà indietro, ha avvelenato i pozzi e non può farlo senza un suicidio politico, né la minoranza PD è in grado di spegnergli il lanciafiamme. No, non è guardando ancora al loro dibattito interno che si apriranno vie nuove a sinistra. La Direzione di venerdì lo confermerà, credo.

La sinistra deve andare oltre la propria, ormai cronica, ininfluenza; può farlo solo alzando il livello del conflitto sociale e provando a vincere il Referendum d’ottobre, il cui esito, oggi ancor più, non è scontato. Ci sono, tra i milioni di cittadini che non hanno votato, al primo turno e ai ballottaggi, fasce di malessere (non solo quelle, certo), giovani non raggiunti dal senso della politica e della democrazia, uomini e donne di una sinistra potenziale, che non debbono essere conquistati come elettori, debbono essere mobilitati e ascoltati come cittadini, come portatori di bisogni e di diritti. Hanno bisogno di sapere cos’è e a che serve la democrazia, la partecipazione; oppure di riscoprirlo, assai prima di chiedergli il voto. C’è bisogno di tempo e di non perderne più appresso ad alleanze improbabili, perché hanno senso solo se si esprime una forza determinante o, almeno, condizionante. Il PD è assai più debole e, se la sinistra non è più forte, di sicuro ci sono più spazi ed il disegno autoritario, di ristrutturazione della democrazia, non è avanzato domenica. Bisogna approfittarne.

Anche all’esperienza dei 5 Stelle, senza sconti o crediti eccessivi, serve tempo; serve non dare per scontato che una maturazione politica sia impossibile. La verifica vera sarà il loro impegno nel Referendum; sono una forza decisiva per l’ottobre, ma possono essere tentati dal giochetto politicista dei premi di maggioranza, sottovalutare la loro funzione potenziale e accontentarsi di un autocompiacimento narcisista. Non me lo auguro, ma non lo escludo. Anche in questo caso, non è indifferente il clima sociale del Paese, il tasso di conflittualità che saremo in grado di riaprire. Sono mesi decisivi e, dalla nascita di Sinistra Italiana, è già passato troppo tempo, senza che il disegno di un processo costituente di massa sia nemmeno visibile. Bisogna ricostruire e schierare un popolo, in pochi mesi, non lo faremo continuando a guardare dal buco della serratura del Nazareno; lo faremo solo nei bar, nei luoghi di lavoro e nelle piazze; lo abbiamo fatto sempre e non vedo perché dovremmo essercelo dimenticato. O le nostre biografie sono così cambiate?