“C’è solo la strada, su cui puoi contare”

Mentre Norma Rangeri scriveva l’articolo per proporre una grande manifestazione antirazzista e antifascista a Roma, mi scriveva dalla Toscana una giovane compagna, volontaria di Emergency: facciamo qualcosa di concreto – diceva in sostanza – facciamo uscire la gente dai social, prima che sia troppo tardi. Il manifesto ha fatto quello che era indispensabile, un colpo di reni, una spinta a tutti coloro che sono indignati, magari impauriti, o, peggio, rassegnati. Nessuna paura, ancor meno dopo Piazza San Babila: siamo tante e tanti e non vogliamo tornare indietro rispetto ai fondamenti della civiltà. Vogliamo restare umani, ma non inermi di fronte al razzismo e al fascismo che tirano fuori, di nuovo, gli artigli. Non siamo followers, siamo persone, lavoratori, studenti, migranti, precari, disoccupati, pensionati, donne e uomini, giovani e adulti, omosessuali ed eterosessuali, pensieri e corpi. E sappiamo ancora essere masse popolari, forza civile e politica.

Per questo serve una manifestazione grande (visibile ha scritto, a ragione, Luciana Castellina; e tangibile mi viene da dire), e serve a Roma, possibilmente a Piazza San Giovanni; perché, piena o no, quello è l’ordine di grandezza che ci deve guidare.

Voglio dire la mia su due punti. Il primo: liquidare l’offensiva di Salvini sui migranti come una furbizia elettorale permanente, o come un’arma di distrazione rispetto all’impotenza sulle politiche economiche, è sbagliato e riduttivo. Non che sia poco, ma il pericolo vero è che, con questo arretramento delle coscienze, con questo testare i livelli di “disumanità tollerata” (come ci spiegava, settimane fa, Éric Fassin su questo giornale), Salvini, Orban, Seehofer e compagnia cantante, si accreditano proprio presso quelle élites che dicono di voler combattere; proponendo loro un’altra Europa, antidemocratica e “controllabile”; l’attacco a Macron significa: “questa roba la facciamo meglio noi”. In Europa lo dovremmo ricordare, o davvero, la memoria storica è scritta sull’acqua? No, proprio non può esistere una “versione di sinistra” del “prima gli italiani”: o “prima gli esseri umani” o “prima il capitale”.

Secondo: mi auguro che sia una manifestazione unitaria e senza steccati, sì, ma nella chiarezza. Non, per capirci, la manifestazione del PD del 29 settembre; non sfilerò con Minniti o con chi fa manifestazioni ad uso congressuale. Venga in piazza con noi, invece, chi non è per i respingimenti, chi non vuole fermare i migranti in Libia nelle mani degli assassini e degli stupratori (e non rivendica di averlo fatto “di più e meglio”); venga in piazza chi considera indecente e illegale – qualunque cosa si pensi dell’Europa – usare la vita delle persone come arma di ricatto; venga in piazza chi si batte per corridoi umanitari sicuri, chi vuole un’Europa aperta al Mediterraneo e al mondo, chi rivendica il diritto delle persone – ben prima delle merci – di muoversi liberi e sicuri, di provare a migliorare la propria esistenza. Come si vede, per quanto mi riguarda: nessuno steccato, ma nessuna ambiguità, proprio perché la posta in gioco è troppo importante. Voglio dire ancora una cosa ai tanti elettori del Movimento 5 Stelle che – lo so per esperienza diretta – vivono con disagio questa subalternità: cosa deve ancora accadere, perché la vostra coscienza abbia un sussulto, perché il disagio diventi protesta? Questo è il momento, dopo sarà davvero troppo tardi.

Credo che le forze politiche della sinistra, il movimento sindacale, le associazioni, i tanti comitati locali e nazionali, debbano raccogliere, rilanciare, organizzare l’appello lanciato da il manifesto. Ma mi piacerebbe che facessimo di più: da qui alla manifestazione (qualunque sia la data scelta e condivisa), dovremmo organizzare, in ogni regione, in ogni territorio, iniziative di preparazione, di costruzione di questo appuntamento; cerchiamo di incontrare le persone, soprattutto quelle più deboli, quelle più “arrabbiate”, quelle delle tanto citate periferie; cerchiamo di far capire loro che i nemici non viaggiano sui barconi, viaggiano in business class, non dormono nelle baracche e non si distinguono dal colore della pelle. Che, in sintesi, la guerra tra i poveri la vincono i ricchi. Cerchiamo di avere almeno un po’ del coraggio e della forza di chi attraversa il Sahara e il Mediterraneo.

il manifesto 4 settembre 2018

Bentornati a Weimar

I paragoni storici possono essere fuorvianti, d’accordo; ma solo se utilizzati male, in forma passiva, descrittiva o pedagogica. Se invece – come insegnava Benjamin, un pensatore a me caro – servono a cogliere costellazioni critiche, aiutano ad alzare la testa dalla cronaca, a comprendere il tessuto profondo; servono anche ad uscire da quella specie di comfort politico di chi, sdraiato in una inesistente normalità, crede che il pescecane sia ancora nell’acquario della democrazia.

Provare a leggere le tracce sarebbe troppo lungo, sono tante; e persino le obiezioni di chi, magari sorridendo, dovesse considerarle eccessive, ci ricordano proprio una delle ragioni della sconfitta di allora: la rimozione della sostanza violenta della storia, l’adagiarsi in visioni evolutive. Sono segni tendenziali, certo, non copie conformi; la storia è una cosa seria e tragica, non è un museo delle cere.

Qualche nome ci può aiutare a capire meglio ciò che Éric Fassin ha già detto, con illuminante chiarezza, qualche giorno fa; cioè che le élite neoliberiste stanno testando – qua e là, in contesti diversi ma con valenza globale – se vogliamo usare un eufemismo, il prosciugamento autoritario delle democrazie: Nethanyau, Orban, Salvini, Seehofer, Erdogan e, naturalmente, Trump.

Fassin fa riferimento, soprattutto, ad uno dei livelli più difficili: quello relativo al grado, potremmo chiamarlo, di “disumanità tollerata”. Qualche traccia aggiuntiva? La Lega che, a Macerata, un mese dopo la sparatoria di Traini, passa dallo 0,7 al 20% circa; un commando (come altro lo vogliamo chiamare?) che spara su un gruppo di giovani Rom e ferisce gravemente una bambina; prima ancora, l’omicidio di Emmanuel a Fermo (ma soprattutto la rimozione o, peggio, la giustificazione di una parte consistente della città); poi l’intimidazione fascista a Como, contro un’associazione di volontariato; le ripetute intimidazioni contro un sacerdote a Pistoia (a Pistoia!). Tranne uno, ho scelto tutti esempi che precedono l’insediamento del governo Salvini. Poi è arrivata la campagna d’estate del Ministro plenipotenziario. Ampiamente preparata dalla politica di Minniti. Questi ultimi sono i test di Governo. Ma, presi nel loro insieme, da almeno due anni stiamo vedendo la violenza reale saltare fuori da quella del web; una “notte dei cristalli”, diciamo così, a bassa intensità.

Ma il test (che non si limita a registrare, bensì contribuisce a determinare un clima) non verifica solo il senso comune di massa; riguarda anche la capacità di reazione delle istituzioni democratiche nazionali ed europee, che sono l’oggetto principale della cura; un po’ come fu la guerra di Spagna per Francia e Inghilterra. La sostanza è nel passaggio dalla violenza predicata a quella agita; così si misura il livello di indifferenza e abitudine, per molti versi persino più importante del consenso esplicito.

Dunque c’è una crisi (in questo caso, una crisi ed una ristrutturazione epocale dei processi produttivi) che frantuma il movimento operaio; una sinistra che – non per colpa del destino – perde la propria capacità di rappresentanza dei ceti deboli; c’è una massa di sfruttati da un lato; una piccola borghesia sempre più frustrata, dall’altro; c’è un nemico inventato contro cui scagliarle, per evitare che si scaglino contro chi le ha impoverite e precarizzate. Ma c’è anche una mutazione genetica delle forze del socialismo, ossessionate dal consenso e talmente, ormai, prive di chiavi di lettura materialistiche, da pensare che lo si ottenga inseguendo la corrente, non contrastandola (come non ricordare il voto ai crediti di guerra, nei Parlamenti del 1914?); peggio ancora, convinte che governare significhi trovare il plauso dei salotti buoni. Certo, ogni epoca ha un cedimento di diversa qualità; ma la sostanza, anche in questo caso, mi sembra la stessa. C’è, certo, anche una sinistra che cerca una strada per contrastare e invertire il senso e il corso delle cose, ma è ancora molto debole e molto divisa e deve liberare la parola sinistra da una storia pluridecennale che evoca il contrario.

E c’è la banalità, ripetuta, del male; quella che, diceva Goldhagen, diventa “conversazione sociale”, senso comune radicato, quello che – per citare Brecht, visto che siamo in tema – “gli argomenti li ascolta con l’orecchio della spia”. A proposito, c’è anche (come poteva mancare?) il disprezzo verso gli intellettuali, ieri giudaico-massonici, oggi radical-chic. Il passaggio da quello che ho definito lo “xenofastidio”, al razzismo esplicito e senza più freni inibitori, è parte di quella “galvanizzazione delle masse” (secondo, ancora una volta, la definizione di Benjamin) che, scaricandosi sui più deboli, da un senso attivo alla loro subalternità. Se non si ha il coraggio di agire, si applaude chi agisce; o si trasforma la parola in atteggiamento, forti del senso comune, legittimati dagli atti e dalle parole del potere.

Poi c’è il terreno di coltura dell’ambiguità. Ha un ruolo importante: raccoglie ciò che la sinistra non sa più rappresentare e, attraverso un ponte antropologico – pseudo sociale e moralistico – offre giustificazioni e, mi verrebbe da dire, una fase di adattamento, alle mutazioni personali e collettive (De Gregori direbbe: “hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare”); in molti casi passano dall’imbarazzo all’inquadramento orgoglioso. Ha avuto gioco facile, perché chi doveva incarnare politiche sociali e questione morale ha fatto il contrario; ma la loro subalternità è, ormai, un dato evidente. Come per il Pd, anche per i 5 Stelle, quando non si ha un’identità, c’è qualcuno che ti offre la sua. Al Presidente Fico, a questo proposito, mi piacerebbe chiedere perché voglia essere, insieme al suo movimento, il vettore transitorio per chi – estraneo alle radici della democrazia – intende snaturarla, slabbrarla (non rinnovarla, anche radicalmente); di chi vuole cavalcare e consolidare un’onda disumanante e antidemocratica, per andare, subito dopo, all’incasso, da solo, e riscrivere, nelle forme del XXI secolo, una pagina buia, che abbiamo già vissuto. Vale anche per il Movimento 5 Stelle, come per il Paese, Presidente Fico, la famosa parabola della rana che, contenta del tepore dell’acqua, troppo tardi si accorge di essere bollita. E che, senza un’identità, si possa bollire anche governando, lo dimostra chi vi ha preceduti.

Dunque Weimar può essere considerata un’iperbole (e in parte lo è, perché non mi sfuggono, certo, differenze epocali); oppure, appunto, una costellazione critica. In questo secondo caso serve – soprattutto a chi vuole costruire un senso comune di massa diverso e alternativo, una forza che ridia respiro e radici alla sinistra – ad avere presente la radicalità dello scontro e della posta in gioco.

Come per i confronti storici, anche i riferimenti al mondo ecclesiastico possono apparire fuorvianti e non vanno mai “tirati per la giacca”; tuttavia anche quelli sono segni di un allarme che non mi è sembrato mai così esplicito. Un Vescovo meridionale, oggi nelle Marche, in un’omelia nella sua città d’origine ha detto: “ Il primo dato, allora, è muoversi…Non si tratta semplicemente di mettere in cantiere iniziative, né di opere da costruire, ma innanzitutto di uscire fuori dal torpore delle nostre precomprensioni, dei nostri pregiudizi, della nostra idea di Chiesa nel mondo, sempre a rischio di intimismo e di evasione dalle sue responsabilità…Come non interrogarsi oggi, per esempio, sulle storie disperate dei migranti, respinti in mare con la prospettiva quasi certa di morire?… Il Papa li definisce la carne sofferente di Cristo. Muoversi ed accogliere sono due atteggiamenti che sicuramente ci fanno incontrare il Signore…Non lasciamoci ingannare da promesse di benessere e di pace che nascono da chiusure: sono destinate a generare tristezza…Maria comincia a vedere la storia con gli occhi di Dio, che può ribaltare la situazione politica (saranno invertiti i rapporti di forza tra potenti e deboli) e sociale (ribaltate le condizioni del benessere). Il nuovo ordine è un inno a nome di tutti i poveri”. Lo cito perché mostra quanto diffusa sia, nella chiesa italiana – tra quelli che, nel nostro mondo chiameremmo “i quadri intermedi” – la consapevolezza della straordinarietà e del pericolo. Mi sembra che di questo livello, del resto, abbia piena consapevolezza la CEI, che coglie – come già aveva fatto Bergoglio, in particolare intervenendo a Strasburgo – il legame tra disumanizzazione e pericoli per le democrazie.

Ammesso che nella storia esistano, questo non è certo un momento ordinario; tutto ce lo dice da tempo e molti lo sanno. Serve, presto ma bene, una forza straordinaria, una sinistra che ribalti, prima di tutto, se stessa, i propri limiti ed errori, che tenga a debita distanza chi questa consapevolezza del ribaltamento necessario mostra di non saperla o non volerla avere. La storia può accelerare e cambiare rapidamente le forme della convivenza; la direzione – almeno per me, marxista inveterato – dipende dallo scontro tra le forze materiali, tra i soggetti in campo. Da troppo tempo ce n’è uno solo, non aspettiamo risvegli peggiori.

La rana del Mediterraneo

Dopo Aquarius, che segna una delle peggiori vergogne nella storia di questo Paese, altri 800 migranti nel Mediterraneo e ancora la sfida irresponsabile e disumana del Ministro Salvini.

In molti, pur non condividendo il merito, abbiamo considerato legittimo (in forza dell’Articolo 92 della Costituzione) il diniego del Presidente Mattarella alla prima nomina di Paolo Savona, respingendo come totalmente infondata – e tale era – la richiesta di impeachment. Credo che ora, invece, sia il momento in cui il Presidente della Repubblica dovrebbe far sentire, alta e forte, la sua voce autorevole. Lo dico con sincero rispetto per il ruolo delicato del supremo garante della Costituzione e dell’unità del Paese: non crede, il Presidente Mattarella, che la condotta del Ministro dell’interno stia arrecando danni gravi proprio all’unità e alla tenuta democratica dell’Italia, alla sua storia repubblicana e ai valori che l’hanno tenuta in piedi in questi 70 anni pur difficili? Siamo, ovviamente, certi che egli è in grande apprensione per la vita di migliaia di esseri umani; e se ha utilizzato le sue prerogative di fronte alla preoccupazione dei mercati per la nomina di Savona, non crede che, assai di più, sia necessario oggi un suo intervento? Non di interdizione, certo, ma almeno di monito.

La china conflittuale, la divaricazione dai principi fondanti la Repubblica, verso cui la condotta di Salvini e l’imbarazzato “voltarsi dall’altra parte” dei suoi alleati di governo (ad oggi, verrebbe da dire vassalli già molto più deboli) sta trascinando il Paese alle sue prime prove reali, è preoccupante, e non può non suscitare reazioni dure e laceranti.

Sono tra quelli che hanno apprezzato le parole del Presidente della Camera, Fico, sulla vicinanza delle Istituzioni verso chi aiuta i più deboli. Parole importanti, che onorano il ruolo che ricopre. Ma alle parole devono seguire fatti istituzionali e politici; egli è, in quella maggioranza, probabilmente tra i più consapevoli di quanto mortale possa essere quell’abbraccio, sia per il tessuto democratico, che per il suo movimento. Nessuno si aspetta, razionalmente, che egli lo espliciti; ma qui sono in gioco migliaia di vite umane e il rischio di uno strappo del tessuto civile del Paese di cui è la Terza carica. Non credo che egli voglia essere, insieme al suo movimento, il vettore transitorio per chi – estraneo alle radici della democrazia – intende snaturarla, slabbrarla (non rinnovarla, anche radicalmente); di chi vuole cavalcare e consolidare un’onda disumanante e antidemocratica, per andare, subito dopo, all’incasso, da solo, e riscrivere, nelle forme del XXI secolo, una pagina buia, che abbiamo già vissuto. Vale anche per il Movimento 5 Stelle, come per il Paese, Presidente Fico, la famosa parabola della rana che, contenta del tepore dell’acqua, troppo tardi si accorge di essere bollita.

Se LeU non resiste alle sirene del PD

La crisi della democrazia italiana, aperta da due decenni, si è avvitata in una spirale brutta e pericolosa, da qualunque punto di vista. Le responsabilità sono molteplici, ma la causa – per certi versi – è unica e va ben oltre i confini nazionali.

Le responsabilità principali sono, per quanto mi riguarda, del PD, che in un decennio di governo e di maggioranza, a vario titolo, ha lasciato, con le proprie politiche, il campo dell’egemonia e del consenso alla destra estrema; più si identificavano con le politiche neoliberiste o securitarie e più quella cresceva, prima sotto pelle, poi nelle urne. Un partito che – sull’altro versante – in dieci anni di governo ha visto e fatto crescere una forza come il Movimento 5 Stelle, regalandogli milioni di elettori, perde per manifesta incapacità.

Nei tempi più ravvicinati, è del tutto evidente che la Lega (usando il nome di Savona) ha giocato con istituzioni democratiche di cui non si sente parte, che voleva e vuole destrutturare; ha usato (e forse continuerà ad usare) quelli che volevano aprirle come una scatoletta, per provare a sfasciarle definitivamente. E il Presidente della Repubblica non ha fatto altro che servire a Salvini, su un piatto d’argento, questa opportunità ulteriore; ma, soprattutto, non ha fatto nulla di diverso da quanto aveva già fatto il suo predecessore, continuare, cioè, in una politica di subalternità sostanziale al mercato liberista e alle sue compatibilità (come se lo spread fosse, se non un dato naturale, un principio costituente), determinando un vittimismo anti istituzionale di massa; mentre quel “governo del cambiamento” avrebbe fatto i conti, prima di tutto, con le proprie contraddizioni e con l’impraticabilità di un compromesso sommatorio. E’ una critica politica al Presidente, niente a che vedere con gli attacchi fascisteggianti o con le richieste di impeachment, talmente ridicole che rientreranno da sole.

Quello che emerge dal fondo di questa vicenda è, però, altro. E cioè che la fine dell’età del compromesso sociale – per l’assenza di mondi antagonisti e per la maggiore ristrettezza della coperta – spinge le élite a comprimere e a subordinare gli spazi di democrazia, per certi versi a sospendere la democrazia rappresentativa. Può apparire più chiaro di come ce lo spiega la vicenda di queste ore? Non in Grecia (dove pure si sono consumati ricatti gravi ed espliciti), ma in uno dei Paesi, almeno sulla carta, più determinanti dello scenario economico-politico. In assenza di una terza via – tra sovranismi razzisti e sostanzialmente neofascisti e difesa dei privilegi delle élite – è inevitabile che la democrazia venga schiacciata o ridotta a un simulacro che ratifica senza decidere. Ecco perché serve, con urgenza, definire un programma della sinistra semplice, chiaro, radicale; che recuperi rapidamente terreno tra le masse esasperate ed egemonizzate dalla destra; che ponga la questione della trasformazione dell’Europa come priorità assoluta e della sovranità democratica come unica possibile via. E’ una porta stretta, strettissima, ma non ce ne sono altre. Parlare chiaro, perché (si perdoni la metafora) mentre la sinistra giocava al San Paolo (e litigava sulla tattica, sull’allenatore, sui convocati), il campionato vero – quello della comunicazione semplificata, della pancia e delle urla – si giocava, da anni, a San Siro e che gli spalti a Napoli fossero vuoti era inevitabile.

Se LeU saprà aprire questo sentiero difficile, oggi fino al voto e fino alle europee e negli anni a seguire, avrà un senso. Altrimenti il ciclo storico si chiuderà in modo definitivo e nel peggiore dei modi.

 

Cronaca e Storia

Non credo si debba scomodare l’aggettivo storico per definire il risultato del 4 marzo; anche perché – è la mia impressione – più si nomina la storia e più si fa fatica ad alzare la testa dalla cronaca. In realtà, queste elezioni (viste tanto da sinistra, quanto dallo sguardo poliedrico del Paese) stanno dentro un ciclo assai più lungo, esso sì storico. Quello che dal reaganismo, dalla ristrutturazione del capitalismo mondiale, ha fatto esplodere il bubbone avariato del socialismo reale, ha progressivamente spazzato via le politiche di compromesso sociale, ponendo sostanzialmente fine alle democrazie del Novecento; ha messo fuori corso la sinistra politica e le sue basi sociali, spingendola (cosa quanto mai facile) a dividersi tra subalternità (riottosa o entusiasta) e minoritarismo identitario.

Ciò non vuol dire che non vi siano stati errori recenti o contingenti; l’elenco sarebbe lungo e, in parte, viene ripetuto da più voci. Ciò che, invece, credo, ci debba impegnare più seriamente è una riflessione sulle ragioni profonde di questi errori; da un certo punto di vista, essi non sono nemmeno rubricabili come tali, semmai mi sembrano più il portato di una coazione a ripetere, il prodotto di una mancata autocritica profonda, sulle ragioni per cui, ad esempio, il PD non da oggi ha cambiato pelle e sostanza o le grandi forze del socialismo europeo sono divenute impotenti o mere esecutrici delle ristrutturazioni neo liberiste. O, per altro verso, sul perché tutto ciò che sta e stava alla sua sinistra non supera, non da oggi, il milione e mezzo di voti e, soprattutto, non detta, se non in forma sporadicamente difensiva, nulla dell’agenda politica, sociale e culturale del Paese e del continente. Attardarsi sui singoli errori, senza comprendere di quale cultura del cedimento siano figli, serve a poco; così come sono fuorvianti i continui tentativi di palingenesi della sinistra, senza uno sforzo sincero e profondo di comprensione del suo snaturamento. Credo – lo dico con rispetto, ma con chiarezza – che, ad esempio, chi ha condiviso o subito, fino a meno di un anno fa, decisioni e politiche nel PD, debba riflettere un po’ più a fondo sulle ragioni di quella trasformazione e della stessa propria fuoriuscita.  L’autocritica non è un atto formale o espiativo; è uno strumento di analisi e un antidoto – neanche miracoloso – per evitare di riprodurre dinamiche ed errori. Ed è un esercizio che serve a tutta la sinistra europea. E se qualcuno pensa di attardarsi (ancora?!) a vedere cosa accadrà nel PD, significa che non ne è mai uscito veramente e, davvero, non è un interlocutore utile.

Non è materia da seminari, per quanto interessanti; e non sono certo risolutivi (per quanto possano aiutare) le riflessioni individuali, come le poche righe che sto scrivendo.  Se LeU, ad esempio, vuole provare a diventare una forza politica, plurale ma unita, capace di avere una identità, un profilo, un progetto di Paese e di continente, se vuole sperare di ricostruire un filo con il popolo italiano e con le classi subalterne, deve ripartire da una discussione seria su dove e perché quel filo si è spezzato; e non è certo quando è comparso Renzi. Un congresso? Una fase costituente? Purché sia una discussione vera, non un inutile corto circuito organizzativo del poco; o peggio una conta interna per qualche, sempre più improbabile, riposizionamento. Serve ascoltare chi ha votato a sinistra (in qualche caso obtorto collo), ma soprattutto chi ha votato per altri, le sue ragioni, persino le sue liquidità. Perché l’egemonia si ricostruisce non ascoltando sé stessi (i pochi), ma i molti; soprattutto quando non ti riconoscono la loro rappresentanza e, men che meno, lo sforzo del loro impegno. Le riflessioni gramsciane sull’egemonia nacquero dalla domanda su una sconfitta epocale; e quale lo è di più di una situazione in cui, da trent’anni almeno, le uniche operazioni egemoniche vengono da destra?

Per riuscirci serve una nave che, non solo non segua la corrente, ma che si diriga apertamente contro corrente, perché è l’unico modo per cambiare il corso della corrente stessa; un partito che, per radicamento, permeabilità  sociale e capillarità organizzativa, ricordi i partiti del Novecento; per flessibilità comunicativa, per semplicità nei linguaggi impari dai 5 Stelle (o, per evitare le allergie di qualcuno, da Podemos); non una forza “di governo” (riflesso condizionato di una stagione finita), perché chi governa lo decidono gli elettori; una forza popolare, perché solo quelle radici, tagliate e da ricostruire, danno autonomia, legittimazione e senso ad un governo democratico.

Non è una costruzione facile, né è scontato l’esito; ma è il problema che avevamo prima delle elezioni e che oggi si ripropone con gli interessi e senza più l’alibi della fretta.

Giuseppe Buondonno

Quel vago sentore di Weimar

Sarebbe storiograficamente privo di senso costruire parallelismi rigidi, e, dunque, politicamente fuorvianti. Tuttavia, sul piano delle emozioni e del “senso comune”, quello che sta accadendo in Italia non può non far riemergere qualche miasmo degli ultimi anni di Weimar. Il senso comune che Daniel Goldhagen in un capolavoro analitico (I volonterosi carnefici di Hitler) chiamava la “conversazione sociale”, la ripetizione di banalità e falsità che la comunicazione di massa trasforma in verità, appunto, in senso comune. Le cose che accadono contro i migranti, quelle che si leggono su alcuni giornali e sui social, quelle che si ascoltano in tv o nei bar, diciamoci la verità, fanno paura. Paura degli “spaventati” che la mancanza di punti di riferimenti critici, la regressione civile, rende disumani; che le campagne politiche e giornalistiche galvanizzano, deviando il corso della rabbia e dell’insoddisfazione, amplificando l’egoismo, e il bisogno mimetico di “prendere le distanze” dal destino dei poveri. Fa paura, sono sincero, che un iniziale “xenofastidio” divenga, giorno dopo giorno, ruggito violento (spesso “da tastiera”, d’accordo, ma sempre più agito ed eccitato ); che sempre meno si senta il bisogno di mascherare il proprio razzismo sostanziale; e che sempre più il neofascismo organizzato alzi la testa, la voce, qualche volta le mani. D’altra parte – sempre con la dovuta prospettiva storica – chi poteva pensare che alla fine degli anni venti tranquille cittadine tedesche, che votavano per la SPD, si riversassero in massa a sostegno degli squadristi? Tante cose sono diverse, l’ho già detto, ma certe dinamiche di fondo danno i brividi: la sostituzione delle reazioni sociali (o di classe) della crisi e del malessere, con letture etniche e identitarie che creano un simulacro di sicurezza, la “proiezione dell’ombra” su minoranze deboli, fino ai governi che – nella fragilità strutturale della democrazia – si accodano all’onda montante e, magari col pretesto di arginarla, la cavalcano, fino a scatenare i manganelli.

Credo che le recenti esternazioni di Minniti debbano essere lette in questo contesto. Guido Viale ha scritto, giorni fa a questo proposito, cose giuste e importanti. Ne voglio aggiungere qualcuna altrettanto diretta.

Che Marco Minniti (alla Festa della ex Unità di Pesaro e in altre occasioni pubbliche) abbia sentito il bisogno di giustificare le sue politiche sull’immigrazione, è già indicativo. Ha detto, in sintesi che, di fronte alle barricate dei cittadini contro i migranti, di fronte al rifiuto dei rifugiati, da parte di alcuni Sindaci, ha “temuto per la tenuta democratica del Paese” ed ha sentito il “bisogno di governare questo processo”. Facendo violenza a me stesso, prendo sul serio questa argomentazione, e faccio qualche domanda di merito: in che modo i suoi decreti avrebbero arginato l’onda razzista e xenofoba? Non ritiene il Ministro che l’abbiano ulteriormente sdoganata? Quanti e quali Sindaci avrebbero – dopo i suoi decreti – cambiato posizione sull’accoglienza? Come spiega, il Ministro, che dopo di essi, alcuni Sindaci del suo Partito hanno manifestato l’intenzione di sanzionare chi accoglie migranti e rifugiati? Si è accorto il Ministro che il Sindaco (area PD) di Predappio, ha sostenuto, che bisognerebbe sciogliere l’ANPI, che un altro ha intitolato una strada a Rauti, tra una selva di croci celtiche, e un altro ancora ha celebrato le spie fasciste? Quanti italiani, in virtù dei suoi decreti, hanno superato, almeno in chiave riflessiva, la propria xenofobia? Attenzione, non sto chiedendo quanti razzisti, più o meno consapevoli, pensino che, tutto sommato, possono anche votare PD (che è ciò che, probabilmente, sta a cuore a Minniti). Ancora: “governare il fenomeno”, per lui significa finanziare le bande armate libiche, perché moltiplichino i lager per i migranti? Dare copertura politica all’attacco alle ONG e favorire, quanto meno oggettivamente, l’annegamento nel Mediterraneo di un numero ancora maggiore di esseri umani, è parte del suo illuminato “governo del fenomeno”? E in che modo l’aumento dei CAS favorirebbe le politiche d’integrazione e aiuterebbe la “tenuta democratica”? E dello stesso progetto riformista sarebbe parte anche la rinuncia a cancellare il reato di immigrazione clandestina, e il rinvio, sine die, dello ius soli? In sintesi, ministro Minniti, in cosa questo “governo del fenomeno” si distinguerebbe da quello dei governi Berlusconi, se non in peggio e per il dato aggravante che lei lo attua con ancora l’alone di una storia che non rappresenta più da tempo? E infine: ha tenuto conto, Ministro – nel suo raffinato macchiavellismo – dei costi umani, civili, culturali e di diritto di questa sua strategia?

Se non se ne fosse accorto, la sua politica alimenta questo sempre più palese mostrare la zanna del neofascismo. Forza Nuova – dopo la vergognosa intimidazione, in chiesa, a Pistoia (cioè in una città in cui la forza del PCI e della sinistra è stata imponente per tutta la storia repubblicana, e che ora è governata dalla destra) – è arrivata al punto di provare a “celebrare”, il 28 ottobre prossimo, la marcia su Roma; manifestazione che, dopo una sacrosanta reazione democratica, pare non sarà consentita. E’ un segnale serio, preoccupante, che mostra come la lunga sottovalutazione del neofascismo e la debolezza nel contrastare il “senso comune” xenofobo – che progressivamente si sposta dalla pancia all’epidermide del Paese – stanno favorendo una saldatura, distruttiva non solo per le regole della democrazia, ma per la sua essenza solidaristica, culturale; per le sue radici popolari.

Per questa ragione – indipendentemente da cosa faranno Governo, Magistratura e forze dell’ordine, dal fatto stesso che quella manifestazione si faccia o, come fortunatamente sembra, sarà proibita – conta assai di più quanto dovranno fare democratici e antifascisti; sarebbe importante che, il prossimo 28 ottobre in tutta Italia si svolgessero iniziative antifasciste, possibilmente non solo ricordi di quell’ “allora”, ma lezioni ai giovani, presentazioni di libri, manifestazioni e riflessioni su “allora e oggi”, che diventi, insomma, una giornata di antifascismo contemporaneo; perché il fascismo è dentro le forme della contemporaneità e in quelle vesti rappresenta un pericolo dell’oggi. Ora come allora è uno strumento al servizio dei forti, contro i deboli. Una sinistra popolare si costruisce solo se si ricostruisce una coscienza solidale di popolo, in cui i deboli, i poveri, al di là delle loro origini etniche, tornano ad unirsi su un’idea universale dei diritti, e riconoscono nella Costituzione, nella vigilanza di una democrazia agita e partecipata, la risposta ai loro comuni bisogni, la garanzia di una concreta prospettiva di vita diversa e dignitosa, per tutte e per tutti. In sintesi, l’idea dei padri costituenti che l’agire democratico è, dentro e oltre le forme, una grande formazione di massa ai principi di quella Carta, antifascista perché profondamente umana. Il contrario di questo indegno mercato del consenso.

Ecco perchè la spiegazione di Minniti una cosa la spiega con chiarezza e lucidità: e cioè che il “governo dei processi” per il PD è ormai il “nuotare con la corrente”, cavalcare la pancia; altra, forse iperbolica ma sicuramente impressionante, similitudine con quei tempi bui. Questi giocolieri sono ormai antropologicamente estranei all’idea gramsciana che l’egemonia e il “governo dei processi” si costruiscono nel conflitto e non nell’assunzione – neanche tanto mimetica – del punto di vista altrui. Questo Ministro e il suo Partito sembrano galleggiare (direi sguazzare) nella celebre espressione manzoniana secondo cui “il buon senso si nascondeva, per paura del senso comune”.

Il terremoto e gli equilibristi del nulla

Torniamo a parlare di terremoto, non solo per ragioni cronologiche, ma perché sempre più spesso si varca la soglia della decenza. Dietro le parole (colpevolmente) vacue del Ministro Del Rio, ci sono i fatti (purtroppo) assai più concreti: le dimissioni di Errani, al di là delle motivazioni formali, pongono il sigillo evidente al fallimento della gestione del dramma da parte dei governi Renzi e Gentiloni e – quale più, quale meno – dei governi regionali coinvolti; nelle regioni colpite dal sisma (un anno e poi dieci mesi fa, non uno, due, tre mesi!), ci sono ancora tonnellate e tonnellate di macerie; nelle Marche, ad esempio, rispetto ad alcune migliaia (circa quattro mila, se non vado errato) di casette necessarie, ne sono state consegnate poco più di quaranta (ripeto, 40); aziende ed attività economiche sono ferme o in estrema difficoltà, in zone già estremamente critiche, a causa di un modello di sviluppo che le aveva spopolate ampiamente, scaricando il mitico “sviluppo” sulla costa o a fondo valle; decine di migliaia di persone sono sfollate; non esiste uno straccio di strategia o di disegno per la ricostruzione. Praticamente è al collasso un’area enorme dell’Appennino centrale, città con una storia, un patrimonio artistico e civile, con un potenziale turistico molto grandi.

Mentre il suo partito, nelle città e nelle Regioni in cui governa, continua a sfornare varianti urbanistiche, piani casa e leggi urbanistiche espansive e speculative, Del Rio ha avuto la faccia tosta di dichiarare che: “ si è costruito troppo”. Ecco, “troppo” è l’unico avverbio che condivido: è davvero troppo; troppa incapacità, troppa ipocrisia, troppo affarismo, troppa distanza dalle comunità e dai loro problemi reali.

Nel programma di governo della forza che (spero) scaturirà dall’assemblea di giugno al Brancaccio, vorrei che un punto si intitolasse “Appennino”; la più grande opera pubblica necessaria per questo Paese (di cui l’Appennino, appunto, è la colonna vertebrale storica e geologica); un programma fatto di progetti di ripopolamento delle aree interne (senza impatto ambientale, né consumo di suolo, anzi, con piani di recupero dei centri storici), di messa in sicurezza delle strutture e piani di comunità per la cura dei fiumi, dei bacini idrici, del paesaggio, dei parchi. Anche a questo, tra l’altro, dovrebbero servire le istituzioni europee, non solo ad imporre politiche di austerità che strozzano i Comuni e li costringono a privatizzare beni pubblici ed aggravare i loro problemi.

E vorrei una sinistra che, dalle Alpi alla Sicilia (tanto per essere chiari) non avesse niente a che fare con questi pericolosi equilibristi del nulla; non solo nei documenti, ma nei fatti e, ancor più, nella coscienza della gente.

Una domanda semplice

Da qualche parte c’è un aforisma di Oscar Wilde, che dice più o meno: “non c’è niente di male in ciò che si fa; ma c’è molto di male in ciò che si diventa”.

E’ sufficiente mettere in fila poche scelte, fatti, posizioni – sulla questione centrale delle migrazioni – per definire cosa il PD sia diventato e anche per capirne il perché: i decreti Minniti, il suo “codice” per le ONG, gli accordi con un pezzo di Libia e la relativa “missione”, il rinvio della legge sullo ius soli, le dichiarazioni di Serracchiani sugli stupri, quelle della Sindaca emiliana sugli affitti ai migranti. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare il jobs act, l’attacco alla Costituzione, o le affermazioni dei miei due conterranei marchigiani su Carlo Giuliani e sull’omosessualità; sarebbe un eccesso di zelo.

Dire che siano “scelte” di destra è riduttivo. Ciò che è profondamente di destra è la cultura che ormai imperversa in buona parte dei suoi “quadri” periferici e nazionali. Non importa da dove provengano o cosa votassero anni fa; importa cosa dicono, fanno e votano oggi. Non è che non facciano argine all’ondata xenofoba e razzista, che rischia di travolgere umanità e democrazia; sono parte integrante di quell’onda. E non solo per i contenuti (morali e politici), ma perché, quanto la Lega e i 5 stelle, si sono allocati nell’intestino del Paese, e da lì producono tossine che ne obnubilano la ragione. Fanno della politica il mercato indecente del consenso; non si limitano a “nuotare con la corrente”, la producono.

Qui, sulla questione dei migranti, è in gioco il futuro della democrazia; sia per il nesso tra procedure e fini, tra l’universalismo delle regole e la centralità dell’essere umano; sia per l’idea stessa del consenso, che nel corso del Novecento è stato terreno di scontro, tra galvanizzazione delle pulsioni e crescita della coscienza critica, della soggettività cosciente. Quest’ultima (la Costituzione ce lo fa capire benissimo) è la sostanza della democrazia; l’altra, che sempre si serve del populismo come grimaldello, ne è la tomba.

Alzare lo sguardo dai singoli “episodi” significa leggere la tendenza e contrapporle una politica. E su quella costruire una coscienza “altra”, un consenso “altro” ed una partecipazione. Questo, mi sembra, ci ha detto e continua a dirci il Brancaccio. Un conflitto aspro e difficile ma indispensabile, e non per forza minoritario; rispetto al quale, le elezioni sono un termometro, non la terapia. Un conflitto da accentuare subito, sulla difesa delle ONG, ma soprattutto degli esseri umani che salvano.

Non la faccio lunga, perché non è necessario. Ma ho una domanda, per i compagni di Articolo 1, franca e diretta: da che parte state? Nei voti in Parlamento, nelle alleanze nazionali e periferiche, nelle scelte politiche e culturali, nel vostro orizzonte c’è il PD (e in questo caso dovreste spiegare, non essendo riusciti a cambiarlo dall’interno, perché dovreste riuscirci da fuori), o c’è la costruzione di una sinistra nuova e, di nuovo, popolare? Perché le due cose sono inconciliabili; in mezzo c’è solo un tatticismo che è parte del problema. E visto che ho aperto con Wilde, chiudo con lui: “Le domande non sono mai indiscrete. Lo sono, talvolta, le risposte.”

Una buona rotta

La Direzione del PD dovrebbe aver tolto ogni dubbio anche ai più incalliti nostalgici del “centro-sinistra”, delle alleanze da Transatlantico e dei tatticismi. Se si volesse misurare fino a quanto la politica possa divenire autoreferenziale e separata dalla vita reale, quella discussione sarebbe un laboratorio privilegiato. Nessuna corrente democristiana, neanche nei periodi peggiori, si sarebbe sognata di considerare, così esplicitamente, le elezioni, persino un congresso, come oggetti disponibili per i propri posizionamenti.

Nei giorni (tanto per fare qualche esempio) in cui la CGIL lancia la campagna referendaria sui diritti del lavoro, in cui un giovane precario si toglie la vita, gli studenti bolognesi vengono presi a manganellate, la città di Genova reagisce alla presenza dei neofascisti europei e la Romania è in piazza senza sosta, quella Direzione ricorda le brioches di Maria Antonietta, più che i rottamatori. Spesso in questi anni, sentendo parlare Renzi (o qualche suo clone o persino qualche semi-oppositore interno) mi è tornato in mente un verso di Silvio Rodriguez: “un servidor de pasado in copa nueva”, ma qui non è nuova neanche la tazza. Tra l’altro, migliaia, forse decine di migliaia, di ostinati elettori di quel Partito esprimono un livello di dibattito e di consapevolezza dei problemi di gran lunga maggiore rispetto a quello che dovrebbe essere il loro “gruppo dirigente”. Anche quella scissione – che oggi sembra più vicina e che è figlia, soprattutto, del Referendum costituzionale – può avere un senso produttivo solo se i suoi protagonisti mostreranno (assai più di quanto hanno fatto in questi anni e i questi giorni) la consapevolezza delle ragioni di fondo di tale rottura, fuori dalla cronaca e dentro la storia; la coscienza autocritica di uno scivolamento a destra, di un mutamento genetico che comincia assai prima di Renzi.

Tornando dal Congresso di Podemos, Nicola Fratoianni (che deve aver provato una notevole vertigine, riaprendo le pagine italiane) ha scritto, tra l’altro, che dobbiamo “scacciare il politicismo”. Credo che abbia ragione da vendere, che abbia colto appieno la radicalità contemporanea dell’esperienza del movimento spagnolo e abbia indicato una rotta, non facile ma solida, per il percorso fondativo di Sinistra Italiana. Non tanto per quello che è stato in questi mesi – e che, in parte, sarà fino a domenica – inevitabilmente troppo condizionato da una discussione interna e di vertice, politicista appunto; ma per quello che dovrà compiere nei prossimi mesi, anni, per quello – insomma – che dovrà essere. Non c’è una sinistra da unire, c’è una sinistra da ricostruire, nel tessuto sociale e del lavoro, nella coscienza di milioni di cittadini e cittadine, soprattutto giovani, nell’egemonia della cultura europea; “le vie non sono mai tracciate, bisogna farle” scrive un bravo e giovane cantautore di Carrara e così è, perché inedita e profonda è la crisi delle democrazie, tanto quanto le forme del capitalismo contemporaneo. Affinché grandi masse di popolo tornino a considerare la politica attiva come il luogo della soluzione collettiva dei problemi, del superamento della solitudine, della formazione della propria coscienza, occorre che la cesura con ciò che ha perduto per strada (se proprio non vogliamo dire tradito) questi presupposti deve essere netta, percepibile e credibile; perché indipendentemente dalle forme della politica, nessun soggetto può nascere senza un suo popolo che torni ad avere quella considerazione della politica. Non è il tempo del moderatismo, di cui l’ossessione parlamentare delle alleanze si nutre; questo, non solo qualche furbizia miope, rende obsoleto e impossibile il “centro sinistra”, e rende necessaria una sinistra di popolo, che solo in ciò può essere “di governo”. Non si governa senza radici e senza egemonia culturale; e l’una e l’altra sono da ricostruire. Pure nelle biografie dei futuri gruppi dirigenti e di molti di noi, troppo occupate dalle riunioni e dagli accordi, e troppo poco dalle lotte e dalle battaglie concrete. Sinistra Italiana può divenire questo precipitato di aspettativa e partecipazione collettiva, può essere protagonista attiva di una sinistra europea antiliberista; ma può anche non diventarlo e ripiegare sull’ennesimo esercizio di sopravvivenza. Molto dipende dall’agenda delle lotte e delle battaglie con cui uscirà dal Congresso e a cui darà una mano nei prossimi mesi; questo, non altro, la renderà potenzialmente aggregante. Quello “scacciare il politicismo” non è tutto, ma mi sembra una buona rotta.

Spintoni e Costituzione

Al cantiere navale di Ancona, pochi giorni fa, un lavoratore è rimasto schiacciato sotto una porta di mezza tonnellata che stavano montando a mano. Era un operaio del Bangladesh, che lavorava per una ditta in subappalto. Ora è fuori pericolo di vita, pur avendo riportato conseguenze gravi al bacino, alla cassa toracica e all’intestino. Si dirà: storie di ordinari “incidenti” sul lavoro. Naturalmente non sono mai solo incidenti e la presunta ordinarietà è il velo di rimozione che copre la condizione di decine di miglia di lavoratori – in prevalenza stranieri – delle ditte in subappalto. Non è cosa di oggi – Angelo Ferracuti ha raccontato in un bellissimo libro, Il costo della vita, la vicenda di Ravenna di quasi trent’anni fa – ma succede ancora oggi, nonostante battaglie e conquiste, perché la precarietà è dilagata e i diritti rimessi in discussione, tutti, nessuno escluso.

Tuttavia, in questo episodio non c’è solo l’aspetto tragico che ha colpito questo operaio e la sua famiglia. C’è anche la reazione dei lavoratori “stabili” e “garantiti” di Fincantieri. Le RSU – in questo caso la FIOM – insieme alla denuncia che ribadisce da tempo sulle condizioni di lavoro, ha lanciato ai lavoratori la proposta di una trattenuta volontaria in busta paga, a favore della famiglia dell’operaio gravemente ferito. Anche in questo caso, si potrà dire: storie di ordinaria solidarietà. No, non è così; non oggi, non in questo momento di brutale riscrittura della costituzione materiale e di quella giuridica. Non c’è nulla di “ordinario” in questo gesto, che è, invece, un atto politico (quindi umano) di conflitto contro il “diritto di spintone”; perché la rottura dei vincoli di solidarietà sociale è stata, in questi decenni, una parte integrante della battaglia neoliberista contro il mondo del lavoro. Questo gesto politico racconta una reazione contro l’accusa, in larga parte strumentale, rivolta al sindacato di “garantire solo i garantiti”, finalizzata a far apparire i diritti come privilegi, per spazzarli via. Tutto questo non ha nulla a che fare con il tentativo di stravolgimento della Costituzione repubblicana?

Aspettando che cominciasse una riunione, un compagno – tra i più intelligenti, colti e curiosi che io conosca – ha trovato un libricino (custodito nella fornitissima Biblioteca di Storia contemporanea di Fermo), e mi ha letto il brano seguente: “Che cosa sta invece accadendo oggi? …Si riduce l’idea di solidarietà, e torna a farsi sentire l’aggressività del più forte. In forma strisciante ma tangibile questo costume, se dovesse consolidarsi, porterebbe a una riforma costituzionale perversa: avremmo l’abbandono dei deboli, degli emarginati, dei meno protetti al loro destino. Nella democrazia delle relazioni industriali questo fenomeno viene definito – secondo una teorizzazione e una pratica che ci vengono dagli Stati Uniti d’America – il “diritto di spintone”. Questa espressione significa che all’interno di una fabbrica, ma poi anche nella società, per fenomeno indotto, se c’è un licenziamento o qualunque altra cosa che finisce per costituire lesione della personalità, il lavoratore più forte è quello che da lo spintone al suo vicino più debole, meno tutelato, non protetto. Qui viene il secondo aspetto: la caduta della solidarietà sociale può cambiare la democrazia, che è anche e essenzialmente sistema di tutela delle minoranze, in strumento di oppressione da parte delle maggioranze. Potremmo non accorgercene, ma potrebbe essere così.” E’ un intervento del lontano 1989, pronunciato dal Senatore comunista Gianfilippo Benedetti per una ricorrenza della locale Società Operaia. Mi sembra che esso spieghi – oltre al balzo all’indietro della qualità intellettuale di tanto ceto politico – il regresso di coscienza critica, anzi più esattamente l’adeguamento assoluto (bene ha fatto Michele Prospero a ricordarlo) di tanti marxisti pentiti. Quelle parole colgono – così come sanno coglierlo i lavoratori del Cantiere navale di Ancona – che in questa riscrittura della Costituzione si nasconde (neanche troppo velatamente) un ribaltamento delle sue regole e finalità: la democrazia trasformata da terreno di conflitto progressivo, di formazione della coscienza sociale, a strumento di normalizzazione dello stato di cose esistente, del “diritto di spintone” dei forti verso i più deboli, riducendo il potere dei cittadini e dei parlamenti, a vantaggio di esecutivi sempre più controllati da lobby elitarie. A questi spintoni dall’alto , c’è bisogno di contrapporre, il 4 dicembre e dal 4 dicembre, una serie crescente di spintoni dal basso. Le democrazie devono realizzare i diritti, non solo “tutelarli” astrattamente, e regolano il conflitto; ma quando il conflitto viene solo dai più forti, si trasformano – assai più rapidamente di quanto si possa immaginare, soprattutto nelle società virtuali – in un potente strumento di oppressione sociale. Questa, non la “riduzione dei costi della politica” è la posta in gioco.